«Illiberale perchè sopprime la discussione, base indispensabile al voto; cancella un diritto inalienabile del cittadino, e sostituisce all'espressione pubblica e motivata della coscienza del paese il mutismo e la servilità dell'impero.
«Indecoroso perchè affrettato; perchè tende a trasmutare ciò che potrebbe esser prova d'affetto sentito e di maturato convincimento in dedizione di codardi impauriti; perchè la guerra pendente e la presenza d'un esercito che rappresenta una opinione rapisce alla decisione ogni dignità; perchè in faccia all'Italia e all'Europa noi appariremo a torto in sembianza d'uomini condotti da interessi immediati e paure, e i generosi che ci sono fratelli e che ci salutarono, combattendo, fratelli, appariranno a torto conquistatori.
«Architettato al trionfo esclusivo d'un'opinione sull'altra, perchè coglie a imporsi il momento in cui quell'opinione ha preparato in tutti i modi e con tutti gli artificî il terreno; e perchè voi non vi limitate neppure a chiedere al popolo se intende o no procedere immediatamente a una decisione, ma escludete dai vostri registri una delle soluzioni al problema, e ne sopprimete qualunque espressione.
«Signori, voi avete violato il vostro mandato.
«Noi crediamo debito nostro dolorosissimo il dirvelo: dolorosissimo non per ciò che spetta alle future sorti d'Italia; le sorti d'Italia stanno in più alta sfera che non è quella in che i governi provvisorî s'aggirano; ma perchè noi v'abbiamo lungamente difesi ed amati: e perchè, noi lo crediamo, il decreto del 12 maggio turberà lungamente la pace della vostra coscienza.
«Signori; le conseguenze immediate di quel decreto potrebbero riescire sommamente pericolose alla pace domestica e alla libertà del paese. Voi somministrate con esso un pretesto all'intervento straniero che tutti lamenteremo. Voi, rompendo la vostra neutralità per farvi a un tratto settatori d'un'opinione esclusiva, cacciate un guanto di sfida imprudente alle opinioni sagrificate.
«Dio ajuti l'Italia e rimova il pericolo, che voi le suscitate, degli stranieri! Quanto a noi, amiamo la patria comune più che noi stessi. Noi non raccoglieremo quel guanto. Noi non resisteremo pei nostri diritti perchè la resistenza sarebbe cominciamento di guerra civile, e la guerra civile, colpevole sempre, lo sarebbe doppiamente oggi che lo straniero invade tuttora le nostre contrade. Ma i nostri concittadini ci terranno, noi lo sappiamo, conto del sacrificio.
«A noi basta per ora, o signori, protestare solennemente in faccia all'Italia e all'Europa e a quiete della nostra coscienza. Il buon senso della nazione e l'avvenire faranno il resto».
Così, la parte repubblicana, ingannata con false promesse, aggirata per lunga pezza dal contegno gesuiticamente amichevole del governo provvisorio, poi perseguitata d'accuse villane, di stolte minaccie e di perfide insinuazioni diffuse tra il popolo, e tradita a un tratto nelle sue più care speranze da un decreto che alla libera, solenne, pacifica discussione d'una Costituente dopo la vittoria sostituiva una muta votazione su registri e, pendente la spada di Damocle sulla testa ai votanti, rispondeva parole di dignitosa e severa mestizia ai violatori della pubblica fede, pur dichiarando di non volere, per amore di quella concordia che essi soli avevano, tacendo, serbata sino al 12 maggio, raccogliere il guanto—la plebe dei moderati, irritata, arse in Genova quella protesta. Noi potevamo rispondere, in modo non dissimile da Cremuzio Cordo: ardete anche i buoni tutti d'Italia in quel rogo, perch'essi sanno la verità che noi diciamo a memoria.
Pochi dì dopo, pubblicavamo il programma dell'Italia del Popolo. Ed anche allora, il nostro era linguaggio di conciliazione. «La nostra è missione di pace. Fratelli tra fratelli, noi concediamo e rivendichiamo il diritto di libera parola, senza la quale non è fratellanza possibile. Chi vorrebbe, chi potrebbe contenderlo? Non è santo, in Italia, il pensiero? Non prorompe dal conflitto delle opinioni la verità? Ov'è chi già la possieda infallibile, intera? Ah, se i fratelli potessero mai impor silenzio ai fratelli, se un diverso convincimento intorno ai modi di far questa nostra patria una, libera, grande, potesse mai farci nemici gli uni degli altri, i presentimenti d'un'Italia futura sarebbero menzogna e ironia. Il problema dei nostri fati è problema di educazione. Educhiamo. Noi rinunziammo, da quando albeggiò sulla nostra terra la libertà di parola, al lavoro segreto, alle vie, sante nel passato, d'insurrezione. Pieghiamo noi tutti riverenti il capo davanti al giudizio sovrano, legalmente manifestato, del popolo. Accettiamo i fatti che, consentiti dal popolo, si producono successivi fra il presente e l'ideale che splende, come una stella dell'anima, davanti a noi. Ma chi fra' nostri oserebbe dirci: rinnegate quell'ideale? Lasciate, in nome di Dio, in nome dell'inviolabilità del pensiero, che questa nostra bandiera, bandiera, voi tutti lo dite, dei dì che verranno, sventoli sorretta da mani pure, nella sfera dell'idea, quasi presagio aleggiante intorno alla culla d'un popolo che sorge a nazione! Noi sappiamo che dov'anche moveste in oggi per altre vie, voi verrete un giorno a raccoglierla sui nostri sepolcri. Ma la raccoglierete illuminati, mercè nostra, sul suo potente significato, sul valore delle sacre parole Dio e il popolo che vi splendono sopra: la raccoglierete, non per subito impulso di concitate passioni o di riazioni contro le tirannidi spente, ma come legato de' nostri padri, purificato, discusso dagli studî, e dalla meditata esperienza dei vostri fratelli. E intanto noi ci abbracceremo sul terreno comune che le circostanze c'insegnano: l'emancipazione della patria, l'indipendenza dello straniero che la minaccia. Studieremo insieme i modi più attivi, più efficaci di guerra contro l'Austriaco; susciteremo insieme il nostro popolo all'opera; indicheremo ai governi la via da tenersi per vincere; moveremo su quella con essi. Primo nostro pensiero sarà la guerra; secondo, l'unità della patria; terzo, la forma, l'istituzione che deve assicurarne la libertà e la missione. Ora i nostri lettori sanno chi siamo e l'inspirazione che ci dirigerà nel nostro lavoro. Spetta ad essi il giudizio: ai giovani, consacrati dall'amore e dall'intelletto, sacerdoti del progresso italiano, l'ajutarci fraternamente all'impresa. Noi seguiremo, avvenga che può, come le leggi future e gli eventi concederanno. E s'anche, fraintesi dagli uni, tiepidamente soccorsi dagli altri, cadessimo a mezzo la via, noi diremo, sereni e assicurati dalla pura coscienza: perisca il nostro nome; si sperda la memoria del molto affetto, dei molti dolori patiti, e del poco che noi facemmo; ma rimanga, santo, immortale, il pensiero, e Dio gli susciti migliori e più avventurosi apostoli negli anni futuri».