Il 9 febbrajo 1849, liberi e legalmente rappresentati, dichiaraste unanimi, che il grido dal quale venne la grandezza dei vostri padri era il vostro; che il programma di Roma all'Italia futura si compendiava nella parola Repubblica. E quel programma, accettato con entusiasmo in quante terre dipendevano allora da Roma, fu segnato ogni giorno, in due mesi di lotta, col sangue dei vostri migliori, in Roma, in Bologna, in Ancona.
Il 2 luglio, un ostacolo—la forza brutale—si frappose tra voi e l'espressione della vostra volontà, del vostro Diritto. Quell'ostacolo sparisce in oggi. La vostra volontà ricomincia a manifestarsi qual era. L'eterno Diritto rivive. Voi siete, sorgendo, ciò che il 9 febbrajo eravate: repubblicani e padroni di voi medesimi.
Il 3 luglio, un giorno dopo l'ingresso delle truppe francesi, il Popolo di Roma levò una volta ancora la mano per affermare, di fronte al nemico, la propria fede: la Costituzione Repubblicana fu solennemente letta alla moltitudine dal Campidoglio. La bandiera straniera s'abbassò, come velo, tra quella mano, che mostrava il Patto, e l'Italia. Quel velo oggi si squarcia. La mano del Popolo di Roma riappare levata in alto.
È questo il solo programma che logica, onore, coscienza del passato e dovere verso l'avvenire v'additino. Riaffermate, prima d'ogni altra cosa, voi stessi, la vostra vita, la potenza che è in voi: farete poi ciò che Dio e la coscienza del Dovere Nazionale vi inspireranno. Siate; poi disporrete di voi.
E allora—quando il vostro voto non sarà il muto, immediato, cieco suffragio che inaugurò la tirannide di Bonaparte e consegnò Nizza alla Francia—quando potrà escire solenne, pensato, forte d'inspirazione collettiva, illuminato dal consiglio dei buoni e dalla libera discussione sulle vostre condizioni e su quelle d'Italia—deciderete se Roma debba darsi, come città secondaria, diseredata di vita propria, a una monarchia condannata, provata impotente a ogni forte fatto, che riceveva jeri, come elemosina dallo straniero, Venezia, e che scriverebbe sul Campidoglio Custoza e Lissa:—o se la Tradizione, gloriosa sopra ogni altra, del suo passato, e la missione ch'è in essa e dalla quale escì due volte l'unificazione materiale e morale del mondo, la chiamino a parte più degna e feconda pei giorni futuri della Nazione.
Intanto affermatevi; affermate Roma.—Chi vi dà consiglio diverso—chi vi sprona ad aggiogarvi senza maturo, collettivo e libero esame nel fatto esistente—disonora Roma senza giovare all'Italia.
Non m'accusate di contradizione coi consigli che io diedi ad altri in passato.
Quand'io, nel 1859 e nel 1860, consigliai il Mezzogiorno d'Italia ad annettersi, l'Unità materiale, avversata in tutti i disegni del Bonaparte, non esisteva: l'Italia intera consentiva—non monta se a torto o a ragione—nel concedere alla Monarchia il benefizio d'un esperimento a pro della possibilità d'un accordo fra essa e il Paese: nè le città alle quali io, riverente alla Sovranità popolare, parlava portavano il grande nome di Roma.
E nondimeno io suggeriva, anteriori a ogni plebiscito, le Assemblee, tanto che le annessioni si compissero a patti, e con certezza di libertà vera e d'onore alla Nazione futura. Non m'ascoltarono—ed oggi si pentono d'essersi dati alla cieca.