1869.
AI NEMICI [152]

Scrivo a voi, non perchè io intenda— voi l'aspettate da me—difendermi dalle vostre accuse o spiegare la mia condotta: le vostre accuse mi onorano, e sulla mia condotta non vi riconosco diritto alcuno. Scrivo per dirvi e dire al Paese, che quelle recenti accuse, suggerite da voi alle vostre gazzette, vi chiariscono a un tempo immorali, codardi e stolti: immorali, perchè voi le sapete false e nondimeno le profferite; codardi, perchè, padroni d'ordini costituiti, di vasti mezzi finanziarî, d'un esercito che dite vostro e d'una stampa che è vostra, vi giovate a combatterci d'armi sleali, delatori segreti e calunniatori, dichiarandovi così da voi stessi impotenti ad altro; stolti, perchè vi illudete a credere che il Paese, ingannato da voi da lunghi anni ogni giorno, accetti credulo le vostre accuse, e ritenga me e gli amici miei uomini capaci di assoldare accoltellatori o fomentare saccheggi e violazione di proprietà.

Il Paese ricorda—da quando il Governo del padre del vostro re spargeva in Genova, nel 1832, voce nelle caserme di veleni destinati al presidio—che calunnie siffatte ricomparvero a ogni minaccia di moto, a ogni paura che la coscienza dei vostri falli vi suscitò dentro; chiarite poco dopo menzogne architettate ad aizzare i pregiudizî d'una o d'altra classe di cittadini contro i vostri avversarî. Il Paese—e per Paese non intendo le poche centinaja di raggiratori che servono oggi, lucrando, voi, e servirebbero noi domani se potessimo mai accettarli, ma i milioni di onesti cittadini che possono essere talora traviati, non corrotti e calunniatori—conosce voi e comincia a conoscere noi. Quei milioni hanno veduto voi escir dal potere impinguati di facoltà, e noi quanti siamo escirne più poveri; hanno udito di Manin maestro di scuola in esilio, del generale romano Roselli traente per anni, con tacita dignità, esistenza di povero popolano nella Liguria, della modesta vita di Carlo Cattaneo in Lugano, di Gustavo Modena rassegnato a vendere paste e cacio in Bruxelles, dei molti nostri periti nella miseria su terra straniera; e intendono che se noi, come tutti, possiamo avere errori nell'intelletto, non abbiamo basse avidità nè vizî da soddisfare a danno del paese o dell'altrui proprietà; hanno veduto voi pazzamente feroci contro il masnadierume nel Mezzogiorno e prodighi di domicilî coatti, di persecuzioni arbitrarie, di stati d'assedio nel Centro, e di repressioni sanguinose in Torino; noi, saliti al potere in Venezia e Roma, serbarci, di mezzo al concitamento d'una guerra contro stranieri e soldati della monarchia napoletana, puri di proscrizioni e di intolleranza; e intendono, che noi possiamo essere uomini d'arditi e tenaci propositi, non di sangue e vendette, e che la nostra Repubblica non è nè può mai essere la francese del 1793; hanno udito d'una gloriosa tradizione di martiri repubblicani, morti tutti, dai grandi napoletani del 1799 sino a Carlo Pisacane e Rosalino Pilo, sul palco o in battaglia, col sorriso della coscienza incontaminata sul labbro e col raggio d'una speranza, che il sangue loro frutterebbe al futuro della Patria, sulla fronte serena; hanno udito del venerando e canuto Giuseppe Petroni—abbandonato da voi perchè amico mio e repubblicano—e del suo duplice e glorioso rifiuto, a me, che gli offrivo di agevolargli la fuga, perchè ei non voleva abbandonare i compagni di prigionìa; e ai satelliti del Papa, che gli offrono, dopo quindici anni di patimenti, libertà, perchè l'offrono a patti codardi; e hanno oggimai conchiuso che, mentre i men tristi fra voi sono uomini d'una opinione o d'un interesse dinastico e incapaci di martirio o di sagrificio, noi siamo uomini d'una fede, purificati da essa nell'anima e incapaci di delitti ch'essa rifiuta. Molti fra gli Italiani si affacciano oltre l'Alpi alla Svizzera repubblicana e vi trovano spettacolo di virtù semplici, di perenne concordia civile e di proprietà largamente diffusa e inviolata; viaggiano oltre il mare, agli Stati Uniti repubblicani, e vi trovano vita rigogliosa e crescente, lavoro universale e onorato, educazione pressochè universale, dignità di liberi in tutti, potenza, quando occorre, di sagrificio in armi e denaro, quale nessuna delle vostre monarchie può sognare; e si convincono che l'Instituzione Repubblicana significa onnipotenza di legge, ufficî dati al merito e alla virtù, eguaglianza d'anime promossa da eguaglianza d'educazione, governo iniziatore di progresso, ricchezza fondata sul lavoro, libero e vigilante consenso di cittadini in ogni cosa che li concerna, impossibilità quindi di rivoluzioni violente; mentre, volgendo gli occhî alle monarchie, vi trovano arbitrio, ufficî dati al privilegio d'oro o di nascita, ineguaglianza, corruzione scendente dall'alto, lavoro inceppato a ogni passo nella produzione e nella circolazione, ignoranza, accarezzata siccome strumento di servitù, nelle moltitudini, assenza d'armi e di voto nei più, e quindi rivoluzioni periodiche o frequenti tentativi d'insurrezione, fatali alla pace, all'industria, ai commerci, ma inevitabili dove diritti e doveri sono sistematicamente negati.

E finalmente, alcune migliaja tra gli uomini ai quali mentite, hanno letto ciò ch'io e parecchî dei miei amici repubblicani andiamo da ormai trentacinque anni scrivendo, e v'hanno raccolto che noi abbiamo sempre combattuto a viso aperto ogni terrore eretto a sistema, ogni vendetta del passato, ogni atto che sommova una classe di cittadini contro l'altra—che abbiamo virilmente respinto, affrontando per amore del Vero, il biasimo e l'ira di taluni fra i nostri più stretti amici, ogni sistema di comunismo, di spogliazione violenta, di violazione di patti accettati dalla Nazione, o di diritti individuali legittimamente acquistati—che abbiamo invariabilmente predicato ai nostri concittadini: voi non potete mutare in meglio le sorti del vostro Paese, se non a patto d'essere migliori, più virtuosi e più giusti di quelli che rovesciate.

Però, quando uno dei vostri ministri, al quale consiglierei d'imparare, prima di governarlo, la lingua del suo Paese, deplora, sgrammaticando, nel Parlamento «che uomini che ardiscono vituperare il nome della libertà, vantandosene campioni, possano dar luogo a iniqui tentativi, che se fossero stati seguiti dal premeditato effetto avrebbero avuto conseguenze veramente da assassini;» poi, parlando d'armi scoperte, afferma: «è inutile dire che questi strumenti erano diretti contro galantuomini;» e finalmente attribuisce agli arresti virtù «d'aver dimostrato che la congiura era più che altro ordita contro l'esercito,» il Paese ride del ministro, delle insensate affermazioni, delle strane ipotesi e della patente contraddizione del congiurare contro un esercito che, a detta vostra, ci adoperiamo con ogni artificio a sedurre. Ma quando v'ode a infamare davanti all'Europa la Sicilia, come capace di spedire, viaggiatori commessi a sgozzare, duecento accoltellatori a una città del Settentrione italiano, e i repubblicani della nostra tempra come capaci d'assoldarli, il Paese torce nauseato il suo sguardo da voi, che non rifuggite, per combatterci, dal calunniare la Patria vostra, e desume intanto, dalla scelta delle vostre armi, che le altre vi sfuggono, che siete oggimai vittime votate alla Dea Paura, che siete e vi sentite perduti. Noi, per provarvi tristi, inetti e fatali all'Italia, non abbiamo bisogno d'arti siffatte.

Io—dacchè l'insistenza vostra ad attribuirmi ogni cosa che vi conturba mi riduce a parlar di me—vi sono e vi sarò, finch'io viva, nemico irreconciliabile: voi avete crocefisso al cospetto delle Nazioni l'onore della mia Patria e fatto, per quanto è in voi, retrocedere un avvenire che Dio le assegnava, e che bastò a me intravedere, perchè io gli consecrassi anima, vita e affetti, sentendomi largamente compensato d'ogni possibile sacrificio. Ma nè l'immenso amore che io porto all'Italia, nè lo sdegno profondo contro ognuno che la vituperi e cerchi di corromperla e traviarla, m'hanno fatto mai adottare armi sleali con voi, o scendere ad accuse ch'io non credessi fondate, o rifiutarvi quella libertà d'esperimenti, che voi con ipocrite promesse invocaste più volte negli anni addietro. Quando nel 1848 dichiaraste solennemente che la monarchia scendeva in campo contro l'Austria per compiere un dovere verso l'Italia e promettendo al paese di lasciarlo, a guerra vinta, arbitro delle proprie sorti—quando nel 1859 e nel 1866 diceste, per bocca dei vostri dittatori, a noi tutti: «la monarchia ha esercito, forze da lungo ordinate e tesori; essa può e vuole dare all'Italia ciò che cercate, Roma, l'Alpi, indipendenza al di fuori, libertà vera al di dentro, con sacrificî minori e certezza di successo che voi non avete»—io, incredulo a voi, ma riverente al Paese che vi credeva, e tratto da un ingenito amor di giustizia a concedervi modo di tentare l'adempimento delle vostre promesse, tacqui di repubblica, ajutai come per me si poteva le vostre guerre e le vostre annessioni nel Centro e nel Mezzodì, m'astenni da ogni lavoro segreto e da ogni cosa che voi poteste chiamar congiura; aspettai che il tempo chiarisse gl'intendimenti vostri, e vi promisi che se mi sentissi mai costretto a rifarmi nemico e ripigliare l'antica via, v'avvertirei. D'allora in poi, i fatti, fatti ripetuti, innegabili, coordinati a sistema, provarono a quanti vogliono intendere, che le promesse erano menzogne, che voi non sapevate, non potevate, non volevate darci Roma, nè le nostre frontiere, nè indipendenza, nè libertà, nè prosperità materiale, nè vita e dignità di Nazione. E, sul finire del 1866, io risollevai pubblicamente, con un manifesto stampato, quella bandiera repubblicana, che porta fra le sue pieghe i fati d'Italia; e in nome dei credenti in essa vi dissi: volete guerra? l'avrete. Chi è sleale tra noi? Noi, che aspettammo, pazienti, esaurite tutte le possibili vie d'accordo nel presente; e soltanto quando fu compito ogni esperimento e tradita ogni speranza, ci distaccammo apertamente da voi, o voi che trafficaste del sangue dei nostri martiri dai quali vi fu preparato il terreno, delle illusioni di tutto un popolo credulo nelle vostre promesse, e del nostro silenzio, per impiantarvi, potenti e armati dominatori, sul collo d'Italia e dire ad essa: non siamo tuoi, ma d'una dinastia—a noi: siete assassini ed espilatori?

Reprimete, finchè avete modo, e tacete. Avete troppo mentito perchè altri vi presti fede. La coscienza irritata del Popolo italiano vi toglie oggimai il diritto della parola.

Voi avete avuto incitamento ad essere grandi e virtuosi, ciò che nessuno ebbe mai: un popolo forte, numeroso, capace d'ogni entusiasmo, che v'era ciecamente devoto e vi offriva ogni cosa sua perchè lo guidaste alla meta, e l'avete prostrato ai piedi dello straniero, privato d'armi e di voto, coperto di disonore davanti all'Europa. Avevate il prestigio d'un nome, Roma, sacro fra i popoli e pegno, pel ricordo storico di due epoche di civiltà date al mondo, del loro rispetto e del loro amore; e avete, pur giurando il contrario, annientato quel prestigio abbandonando Roma al fantasma papale, e tollerato, tacendo, che un ministro francese vi dicesse: non l'avrete mai. Avevate radicato financo nelle moltitudini dal lungo nostro apostolato e da sagrificî di sangue dei migliori fra noi, un culto all'Unità, che in una Nazione di venticinque milioni costituisce potenza gigantesca, vincolo sicuro d'amore e pegno di missione comune; e avete, sostando a mezzo e facendo, a furia di sgoverno, parere amaro anche quel misero incominciamento, ridato vita a uno spirito di federalismo che riescirebbe, se mai durasse, fatale alla Patria. Avevate, insegnamento a fondar durevole quell'Unità, una splendida tradizione storica che v'additava due soli e inseparabili elementi della vita Italiana, la Nazione e il Comune; e voi avete, col suffragio ristretto e colla tirannide governativa di prefetti, viceprefetti, delegati e carabinieri, soffocata ogni attività di Comuni e soffocato—negandogli un Patto e costringendolo in uno Statuto anteriore al fatto dell'Unità e dettato, in un momento di paura, dal re che tradì Milano—il pensiero della Nazione. Avevate una terra che fu granajo e maestra d'industria e commerci ai popoli e sarebbe, sotto un Governo Nazionale davvero, anello tra l'Europa e l'Oriente e deposito centrale delle merci d'Europa verso esso; avevate nei beni demaniali, nei possedimenti incamerati del clero, nella Sicilia, in Sardegna, nel Mezzodì, nei sei milioni d'ettari di terreno incolto, una immensa sorgente di ricchezza; e avete, con un sistema di contribuzioni ostile alla produzione, inceppata l'agricoltura, tormentato, insterilito il commercio coi dazî, colle dogane, col monopolio, ucciso il credito con una economia d'espedienti e colle condizioni provvisorie nelle quali v'ostinate a mantenere il paese; avete sprecato quelle ricchezze nel vortice della speculazione straniera e negli imprestiti rovinosi, che non sollevano, se non d'anno in anno, il presente e disseccano le sorgenti dell'avvenire. Avevate una linea, unica in Europa, di frontiere pressochè insuperabili, e l'avete spezzata abbandonando allo straniero, che tiene già Roma, Nizza e Savoja:—un Esercito di prodi, presto a tutelare quella frontiera, e l'avete avvilito, ricevendo com'elemosina dalla Francia imperiale quelle terre, che avreste potuto conquistarvi coll'opera sua, e tradito in tutte le sue speranze a Villafranca, nel Trentino, a Lissa, a Custoza;—un cominciamento della Nazione Armata nei volontarî che vi diedero il Mezzogiorno d'Italia e potevano procacciarvi il favore e l'entusiasmo di quanti popoli anelano a farsi Nazioni; e li avete spiati, ricinti d'insidie, perseguitati;—Garibaldi, e l'avete ingannato, combattuto, imprigionato, ferito. Onore, amore del paese, sicurezza, esercito, Roma, tutto giace per voi a' piedi dello straniero, sol perchè, sentendovi mal fermi sulla vostra terra, sperate d'averlo un giorno alleato contro di noi. Ricordo le parole d'un principe della vostra dinastia, Vittorio Amedeo II, che, men servile degli altri, richiesto da Luigi XIV di Verrua e della Cittadella di Torino, gli dichiarò guerra esclamando: Sono stato da lungo trattato come vassallo: ora vogliono fare un paggio di me: è giunto il tempo di mostrar ciò ch'io sono. Ciò che voi siete, l'Italia lo sa. Voi avreste, come a Mentana, comandato ai vostri d'assistere, spettatori inerti, all'invasione di Luigi XIV e alla strage dei difensori italiani di Torino e Verrua.

Ma, perchè a voi piace di travolgervi nel fango imperiale, dobbiamo farlo noi? Perchè non vive nell'anima vostra scintilla d'amore e d'orgoglio italiano, avete sperato che noi dovessimo spegnerla nella nostra? Perchè voi potete contemplar sorridendo l'agonia dell'anima della Patria, vi siete illusi a credere che noi ci rassegneremmo a non tentare di farla rivivere?