Pensate che tutti debbano tradire la fede nel Dovere, perchè voi la tradite?
Io non logorerei quest'ultimo minacciato avanzo di vita per una semplice questione politica, per affrettare di pochi anni o di mesi l'impianto dell'Instituzione Repubblicana; la Repubblica è, in Italia, inevitabile tra non molto; e lascerei al tempo e ai vostri errori l'opera loro a pro nostro. Ma se una questione di libertà o di finanza può affidarsi al più o meno lento svolgersi delle idee progressive, una questione d'onore non può. Il disonore è la cancrena delle Nazioni; ne spegne, se non è combattuta a tempo, la vita. Un Popolo che si rassegna, potendo altro, all'insulto straniero, che avendo in sè forze per essere popolo libero e padrone dei proprî fati, si trascina in sembianza di liberto fin dov'altri vuole e non oltre, è un popolo perduto: abdica potenza e avvenire. Noi siamo oggi, mercè vostra, disonorati; e ogni giorno che passa aggiunge alla coscienza del disonore uno strato di corruzione ai molti, che quattro secoli di servaggio, l'educazione gesuitica, le influenze straniere, il materialismo inseparabile dalla servitù, il machiavellismo ch'è la politica dei popoli incadaveriti, hanno messo intorno all'anima della Nazione. Ponendo la macchia nera del disonore sulla giovine bandiera d'Italia, voi ci avete intimata la necessità dell'Azione. S'altri, che più lo dovrebbe sentire, nol sente, tal sia di lui. Noi lo sentiamo; ci apprestiamo quindi e ci appresteremo, checchè facciate, all'Azione. Ci ordineremo a quel fine, pubblicamente dove potremo, segretamente, dove le vostre leggi ci costringeranno al segreto. Provvederemo ad armarci, non come bassamente voi ci apponete, per accoltellare gli onesti, o conquistarci l'altrui, ma per non darci, stolidamente inermi, il giorno in cui chiameremo il popolo d'Italia a decidere tra voi e noi, ai vostri birri, ai vostri carabinieri, a quei fra i vostri soldati che, durando nella servitù e nell'inganno, non scenderanno nell'Azione con noi. E diremo e ridiremo a stampa pubblica o clandestina, a seconda delle vostre persecuzioni, le parole che l'amico mio Lamennais, santo dei nostri oggi troppo dimenticato, diceva, prima di morire, al popolo: «Sappiate questo. Quando l'eccesso del patire v'inspira la determinazione di ricuperare i diritti dei quali i vostri oppressori v'hanno spogliati, essi vi accusano perturbatori dell'ordine, e cercano infamarvi come ribelli. Ribelli a chi? Non v'è ribellione possibile se non contro il vero sovrano, contro il popolo: e come può il popolo esser ribelle al popolo? Ribelli son quelli che creano a sè stessi, in suo danno, privilegi iniqui, che coll'astuzia o colla forza riescono a imporgli la loro dominazione: e quando il popolo rovescia quella dominazione, non turba l'ordine, compie l'opera di Dio e la di Lui volontà sempre giusta.»
È con voi il popolo? Avete, oltre le vaste forze ordinate e il prestigio, potente sui più, della lunga esistenza, la maggioranza del Paese, dei governati, a pro vostro? Perchè ci temete? Perchè ci calunniate? Perchè v'arretrate irritati davanti all'apostolato delle nostre idee? Dateci libero quell'apostolato: libera da sequestri la stampa; libera, qualunque ne sia il programma politico, l'associazione; libera da ogni arbitrio, da ogni imprigionamento di precauzione, da ogni invasione di domicilio, da ogni violazione di corrispondenza, la nostra vita individuale; date a me che scrivo facoltà di viaggiar libero di città in città, raccogliere a convegno i vogliosi d'udirmi e spiegar loro le nostre dottrine repubblicane. Noi vi promettiamo solennemente di astenerci da ogni ordinamento segreto, da ogni preparativo di quella che voi chiamate ribellione, e non sarebbe se non un ridare al popolo, a compimento della nostra Rivoluzione Nazionale, l'iniziativa interrotta, soppressa da voi. Perchè non osate ciò che l'Inghilterra osa, l'ammissione dell'inviolabilità del Pensiero? Perchè confischerete voi questo scritto? Perchè fate argomento di delitto ai vostri soldati la lettura dei nostri giornali? Perchè chiedete alla Svizzera di cacciarmi? V'ha mai richiesti la Svizzera di cacciare un de' suoi per paura d'un apostolato monarchico?
No: voi nol farete; non lo potreste, volendo. Voi non siete Governo Nazionale. Non potete reggervi che colla forza. Fatelo, finchè la forza vi vale. Ma non vi lagnate se noi, opponendo all'apostolato l'apostolato, opporremo un giorno—in nome di Roma tradita, in nome dell'onore italiano violato, in nome dell'incompiuta Unità, della nostra Indipendenza gittata ai piedi dello straniero, del traffico delle nostre terre, dell'avvilimento versato sul nostro esercito, della rovina finanziaria del paese, della Vita Nazionale lasciata senza patto, senza espressione legale da voi—la forza alla forza.
Voi non siete Governo Nazionale in Italia; in questo sta la vostra condanna, il segreto delle nostre attuali condizioni, il nostro eterno diritto. La vita Italiana nacque e crebbe repubblicana, origine del Comune, fin da quando Roma non era; nacque e crebbe repubblicana e creatrice dell'idea Unità con Roma, anteriormente all'Impero; rinacque e crebbe repubblicana nel medio evo colle nostre città rivelando la Missione dell'Italia in Europa e diffondendo ai popoli vincoli di morale unità, religione, arte, industria e commercio. Repubblicani sono tutti i nostri grandi ricordi; repubblicani pressochè tutti i nostri potenti di intelletto e di cuore: repubblicane le tendenze, le abitudini del viver civile, le appena abbozzate instituzioni sociali. L'Italia ebbe patrizî, non patriziato; condottieri, signori, mercanti, che si inalzarono al di sopra dei cittadini coll'armi, coi tradimenti, colla ricchezza: non una aristocrazia simile a quella dell'altre terre europee, intesa, compatta, guidata da capi universalmente accettati, diretta da un solo disegno politico. La monarchia si impiantò, nel decadimento morale d'Italia, sotto gli auspicî e la protezione armata di invasori stranieri: smembrò, non unì, soffocò l'intelletto della Nazione sotto inspirazioni non italiane: fu serva, vassalla, scolta inoltrata di Parigi, di Madrid, di Vienna: ingrandì tentennando fra le diverse Potenze che scendevano a derubarci, trafficando codardamente sull'alterna vicenda della guerra straniera, non richiamandosi mai all'intima vita, alla forza latente della Nazione, e negandola per terrore. E, noi tempi più vicini a noi, la dinastia che servite perseguitò gli apostoli dell'Unità Nazionale e tentò spegnerne nel sangue la fede, finchè impaurita, costretta dall'onda dei moti popolari, trapassò dalla guerra all'inganno, e s'insignorì, promettendo, giurando e non attenendo mai, d'un terreno non suo, d'un lavoro iniziato e quasi compìto da uomini repubblicani, per farne monopolio a pro dei proprî meschini interessi. Oggi l'Italia è fatta, per essa, prefettura dell'Impero di Francia. Io non vedo un uomo tra voi, che non attinga dalle tradizioni straniere le idee, i modi di governo, i metodi amministrativi; non ne ricordo un solo che abbia avuto, prima dei fatti compìti, concetto d'Unità o fede nel popolo d'Italia o amore schietto e profondo della missione ch'essa è chiamata a rappresentare nel mondo, o senso di Dovere o, non fosse altro, orgoglio di Patria. La vostra morale è quella d'un machiavellismo bastardo: la vostra economia è scienza d'espedienti suggeriti o ricopiati da mezzi ingegni stranieri: la vostra politica è politica di resistenza: la vostra religione è ateismo mascherato d'ipocrisia.
Però cadrete, cadrete rapidamente, e ve ne avvedete. Com'è vero Dio, l'Italia sarà tra non molto repubblicana. E voi dovete il breve periodo di misera affannata esistenza che vi avanza, non alle vostre calunnie, ma alle nostre titubanze, alle passioncelle individuali, che non sappiamo ancor soffocare nella santa coscienza del fine, ai sospetti, alle mal ferme determinazioni, ai piccoli vizî di mente o di anima, inerenti a schiavi, che ruppero jeri soltanto la loro catena.
Queste cose ho voluto dirvi, interprete dei vostri fati, perchè sappiate ciò ch'io penso e com'io disprezzi le vostre accuse. Avversai deliberatamente coi migliori tra' miei amici l'immaturo tentativo ch'or v'ha empito l'animo di terrori: ma non intendo che ciò mi valga di difesa con voi. Se crederò di poter giovare quando che sia a rovesciarvi, lo farò per debito d'Italiano e con lieta, serena coscienza.
Addio.
Maggio.