Giuseppe Mazzini.
1870.
L'INIZIATIVA [153]
I.
Il 16 maggio 1791, in Francia, nella discussione sulla facoltà di rieleggere i deputati, Duport, uno dei migliori dell'Assemblea, dichiarava, insistendo, che la Rivoluzione era compita. Quell'idea, adottata per norma di legislazione dall'Assemblea, fu sorgente a quanto accadde più dopo. Resistenza a quei che s'adopravano a continuare l'opera iniziata, irritazione di questi, diffidenza reciproca, guerra di parti e terrore, tutto giaceva latente in quella errata imprudente parola e si svolse, per legge di logica, inevitabilmente. Una idea era a capo d'eventi, che s'attribuirono e s'attribuiscono ancora dagli ingegni educati nella scuola storica di Voltaire a piccole cagioni, a piccoli errori commessi, a piccole gare tra individuo e individuo.
Lo stesso errore si commette oggi e da più anni in Italia: genera le conseguenze di resistenza, di diffidenza e di irritazione visibili ad ogni uomo, e che s'attribuiscono dagli ingegni superficiali a mene d'individui irrequieti, a piccoli errori d'uno o d'altro ministro: genererà ben altro, se dura.
L'Italia officiale—Governo, Parlamento e Stampa governativa o parlamentare—dichiara che la Rivoluzione Italiana è compita: noi, viventi al di fuori di quella sfera, affermiamo il contrario. In questo dissenso sta il secreto della crisi perenne, che affatica e minaccia di perder l'Italia.
II.
Quale è il carattere predominante nel moto d'Italia? Quale il fine immediato al quale tende quel moto?