Il carattere predominante nel nostro moto è anzi tutto di nazionalità. L'Italia vuole Libertà, Eguaglianza, prosperità materiale; e sa che saranno per essa conseguenze della Rivoluzione compita; ma non è sorta per quello. L'Italia è sorta per essere Nazione. Grande un tempo e iniziatrice nel mondo per opera di Roma, grande e iniziatrice più dopo per opera dell'ordinamento dato al Cristianesimo dal Papato, grande e iniziatrice una terza volta per virtù di popolo e delle sue città repubblicane, l'Italia, caduta da oltre tre secoli in impotenza e nullità civile e politica davanti a sè stessa e all'Europa, serva spregiata di dominazioni o influenze Austriache, Francesi e Spagnuole, ma memore e presaga, raccolse dalle aspirazioni de' suoi Grandi di mente, dal martirio de' suoi Grandi d'azione, dal lento continuo moto d'assimilazione de' suoi popoli e dalla necessità d'essere forte, la sacra parola Unità, e si riscosse con un pensiero di vita collettiva nell'anima, col grido di Nazione sul labbro. Un nome, una bandiera, una esistenza riconosciuta e onorata dai popoli, una parte e non ultima nel lavoro europeo, una missione da compiere degna delle compite: fu questo il voto Italiano. Per questo l'Italia acclamò, illudendosi, a Pio IX: per questo essa gettò, ingannata, tutte le sue forze a' piedi della Monarchia. Speranze, errori, esperimenti, inquietudini, tentativi, aspirazioni, minaccie, tutto è, non giustificato, ma spiegato dal predominio di quel pensiero.

È la Rivoluzione Nazionale compita?

Una Rivoluzione Nazionale non è compita se non quando, libero da ogni straniero, il Paese ha indipendenza accertata da una linea di frontiere, che comprendono e proteggono tutti gli elementi che tendono a ordinarsi in unità di nazione:—se non quando sono egualmente accertate e fatte norma di legge le tradizioni, la fede comune e le tendenze, in virtù delle quali tutto il popolo compreso per entro a quelle frontiere sente dovere, diritto e volontà di costituirsi in associazione speciale e distinta dall'altre. Senza libere e secure frontiere, senza Patto Nazionale, non esiste Nazione.

Noi non abbiamo nè le une, nè l'altro.

La Francia imperiale, già dominatrice dell'Alpi frapposte, occupa e vieta all'Italia il suo centro Nazionale, Roma. L'Austria ha il Trentino e l'Istria. Da Nizza fino al Carnero, «che Italia chiude e i suoi termini bagna,» la frontiera italiana è schiusa a Governi stranieri.

E quanto all'interno, l'Italia presenta il fatto anormale, mostruoso, unico nella Storia, d'un popolo che sorge muto, che vuole esser Nazione e non dichiara l'insieme dei principî in virtù dei quali è chiamato ad assumerne il nome; che intende a vivere di vita una e comune, e non esprime, solennemente e universalmente interrogato, la legge della propria vita; che mira a costituirsi, senza Autorità costituente. La Monarchia alla quale dobbiamo la condizione delle nostre frontiere, ha detto all'Italia: La tua vita è la vita, come fu definita, prima che tu fossi, da un principe di una tua estrema provincia. Mercè lo Statuto sardo del 1848, l'Italia è un'appendice del Piemonte: ventidue milioni d'Italiani son dichiarati clienti di quattro.

La Rivoluzione Nazionale non è compita: e gli uomini della Monarchia che l'hanno, fermandola a mezzo, dichiarata tale, hanno sull'anima i mali presenti e preparano, ostinandosi, ben altrimenti gravi i futuri.

Una rivoluzione fermata a mezzo è una somma di forze che, usate come mezzo di propulsione, schiuderebbero, contro qualunque ostacolo, innanzi la via, ma, concentrate e rivolte in sè stesse, determinano esplosione e rovina: è una piena d'acque che, libero il corso, purificano e fecondano; arrestate da ostacoli artificiali, ristagnano, avvelenano, isteriliscono. Velato l'intento del moto nazionale, arrestate subitamente le forze che tendevano a raggiungerlo, dileguata anche quella menzogna di iniziativa che la Monarchia s'era assunta, e vietata al Paese quella che s'assumerebbe, noi abbiamo oggi in Italia un Governo senza concetto, senza missione, senza scopo, fuorchè quello di prolungare la propria esistenza e resistere agli elementi che lo minacciano:—un popolo deluso, diffidente, senza via, senza fine determinato, agitato dagli impulsi d'una vita crescente e condannato all'inerzia:—forze impedite nella loro direzione naturale, che si sfogano in moti irregolari, sconnessi, sterili:—nuclei politici senza programma possibile, costretti quindi a concentrarsi intorno a bandiere d'individui e diventare fazioni:—elementi di ricchezza e di vita economica virtualmente potenti, ma inceppati nella loro azione dalla certezza d'una crisi inevitabile, dal senso che tutto è provvisorio all'intorno. In condizione siffatta, gli uomini possono mutare, le cose non possono.

L'immobilità non è vita: i popoli non furono creati per essa. Bisogna che la Rivoluzione retroceda o si compia. Retrocedere è ipotesi inammissibile: pochi in Italia lo desiderano e non oseranno tentarlo. È forza dunque inoltrare. Ed è forza per questo suscitare una iniziativa ch'oggi non è.

Come? Dove? Quale è l'elemento dal quale può sperarla il Paese?