III.
Può il Paese sperare iniziativa dalla Monarchia?
A questione siffatta, la Monarchia stessa risponde. La sosta fatale della quale ho parlato finora è opera sua: sua, coi fatti, la dichiarazione che la Rivoluzione è compita e che non si tratta oggimai se non di miglioramenti e riforme. La Monarchia si giovò d'un interesse straniero, che le dava alleato un esercito, per tradurre in realtà l'antico disegno d'aggregare al Piemonte la Lombardia e far del piccolo regno un Regno del Nord; s'impossessò poi, sottraendolo alla Rivoluzione, di quanto l'iniziativa popolare conquistò o accennava a conquistare nel Centro e nel Sud: si rifece immobile appena quella iniziativa cessò; e, giovatasi della funesta interruzione per ordinarsi e afforzarsi, impedì colle bajonette ogni recente tentativo di risuscitarla. E non poteva, in virtù della propria natura, fare altrimenti.
Può la Monarchia, che diede Nizza alla Francia imperiale, ritorgliela? Può, dopo d'avere abbandonato il Trentino già invaso dalle sue truppe e dai volontarî e segnata la pace che lo esclude dai termini dell'Italia, assalir sola l'Austria e farne conquista? Può essa, isolandosi da tutte le monarchie sorelle che additano trattati e comandano pace, rivendicar coll'armi Trieste e l'Istria? Può sopratutto—dacchè non è da sperarsi che il Papa rassegni volontario la potestà temporale—rovesciare il Papato a dar Roma all'Italia? È tuttavia fra noi chi affermi cose siffatte e presuma d'essere creduto sincero?
Può l'iniziativa, che deve compire il moto nazionale d'Italia, escire dal Parlamento?
S'io non pensassi, scrivendo, che al Paese, non dovrei, credo, spender parola a rispondere. Le liste dei votanti nelle elezioni, la suprema indifferenza colla quale il Paese guarda ai procedimenti parlamentari, la disubbidienza sistematica, dove riesce possibile, alle leggi sancite da esso, attestata dalle cifre degli arretrati nel pagamento delle tasse, rispondono abbastanza per me. Il Paese non aspetta salute dal Parlamento, non ha riverenza per esso, non crede rappresentati in esso i suoi voti, le sue speranze, l'avvenire della Nazione.
Ma sono nel Parlamento, e durano ostinati a rotolarvi il sasso di Sisifo, uomini di mente e di cuore, che hanno giovato quand'erano affratellati col popolo alla Patria, che potrebbero, riaffratellandosi con esso, giovarle ancora e che, sotto il fascino di non so quale illusione, consumano tempo, nome, influenza, potenza d'ingegno, capacità di forti generosi propositi e, quel che è peggio, parte di quella virtù morale, che scende da una pura diritta ardita coscienza, in una inefficace e talora ridicola guerricciola di pigmei, seminata di equivoci, di transazioni, simulazioni e dissimulazioni, indegne d'essi e della Causa alla quale un tempo giurarono. E ad essi ricordo che i Parlamenti furono, sono e saranno sempre impotenti a varcare spontanei il cerchio di Popilio che l'Instituzione, in nome della quale esistono e agiscono, descrive intorno ad essi—che se talvolta lo varcarono, non fu mai per inspirazione propria, ma per opera d'insurrezioni consumate al di fuori e alle quali obbedirono—che tanto può in essi l'influenza della prima origine, da aver fatto sì che anche in quei pochi casi guastassero, se non rinnovati, il concetto che accettavan dal popolo.
Il Parlamento d'Italia è Parlamento monarchico. I suoi membri giurano alla monarchia e accettano lo Statuto, che falsa il carattere nazionale del moto italiano. Ove anche il giuramento non avesse—e men dorrebbe—valore morale per essi, non possono dirlo, nè possono in Parlamento operare a violarlo. Il Parlamento non può avere in sè potenza maggiore d'iniziativa che non ne ha la monarchia, dalla quale discende e dipende. La monarchia non può compire la nostra Rivoluzione nazionale: non lo può quindi, per conseguenza logica, il Parlamento.
E il Parlamento lo sa: però ne tace e vorrebbe che il Paese la credesse compita.
Il Parlamento che siede, incurioso, svogliato o servile, in Firenze, non è Parlamento nazionale; e lo diresti un'assemblea di provincia. La Nazione gli è ignota: ignoto quanto tocca l'unità, l'indipendenza, l'onore, l'avvenire, la politica nazionale. L'Italia può essere condannata ad abdicare, nella sua vita internazionale, l'inspirazione naturale che la sprona verso gli Slavi e verso l'Oriente, e trascinata invece in alleanze col dispotismo che la decretano impotente e le chiudono l'avvenire: il suo Governo può trascurare, come non fossero, le sorgenti principali della vita nazionale interna, ordinamento del Paese a milizia, associazione operaja, incremento dell'agricoltura, miglioramento delle condizioni produttive in Sardegna e in Sicilia; il Parlamento è muto, senza pensiero che ad esso spetti occuparsi di cose siffatte.