Collo straniero in casa, colla sfida, la più insolente ch'io mi sappia dal guai ai vinti di Brenno in poi, cacciata due volte da due ministri di Francia a chi dichiarava pochi anni addietro Roma capitale d'Italia, il Parlamento, che si dice italiano, tace sistematicamente di Roma: non uno dei suoi membri s'attenta di proferire quel sacro nome: non uno fra quei che avventurarono la vita al grido di Roma o Morte osa—tanto è il senso d'abdicazione che spira in quell'aula data all'equivoco—gettarlo, sanguinoso rimprovero, in viso agli uomini del Governo e dir loro: Se voi potete o volete vivere disonorati, noi non possiamo nè vogliamo; e dacchè in questo recinto non può trovarsi vie di salute, scendiamo a cercarla nel popolo.

Le Assemblee—bisogna ripeterlo, non all'armento che vota a seconda del cenno governativo, ma ai pochi uomini ai quali io miro—operano a desumere e applicare conseguenze del principio in virtù del quale esistono, ma nè un passo più oltre, nè mai possono fondare, per virtù propria, un principio nuovo. Dove, creata già la Nazione e secura l'Indipendenza, non si tratti se non d'un semplice sviluppo di libertà conquistata, e di riforme amministrative o economiche, le Assemblee esistenti in nome di quella libertà giovano, e possono, come in Inghilterra, compire lentamente una importante missione. Ma dove, come tra noi, si tratti di costituir la Nazione e—dacchè il principio esistente non esce dalla tradizione del Paese, è diseredato d'iniziativa e non porge via per raggiungere il fine—di proclamarne un altro, le Assemblee raccolte in nome del primo e condannato, non giovano. Unica Assemblea che valga è quella del popolo in armi.

Nessuno di noi s'arroga diritto d'imporre ad altrui la propria opinione; ma ciascuno ha diritto di chiedere agli uomini che pretendono rappresentare il Paese e possono giovargli o nuocergli a seconda delle opere loro: che cosa volete? Il fine dichiarato additerà il metodo, norma del giudizio da pronunziarsi sugli uomini. Senza dichiarazione siffatta, amici e nemici errano nel bujo e combattono senza conoscersi. L'anarchia morale, foriera dell'altra, invade il Paese.

Credete l'Instituzione attuale capace, non dirò ora di dare libertà vera, indipendenza dall'estero, educazione ed esempio di moralità, prosperità e grandezza al Paese, ma di compiere senza lungo indugio la Rivoluzione Nazionale, di darci Roma, il Trentino, Trieste, e un Patto ch'esca dal voto e dalle aspirazioni di tutto il popolo?

Se potete, colla mano sul core, affermare che lo credete, rimanete ove siete, ma agite, conquistate, trascinate, guidate: incarnate in voi il pensiero del Paese e decretate a un tempo la mossa dell'esercito, la chiamata dei volontarî e la convocazione d'una Assemblea Costituente in Roma. O diteci almeno quando lo farete. Il paese non può, per quanta fiducia voi meritiate, commettere le sue sorti all'eloquenza indefinita del vostro silenzio: il Paese non può accettare il pericolo di perire nel disonore, nella corruzione, nella rovina economica, perchè voi possiate incidere una inscrizione splendida d'Unità meditata e di Patto postumo sulla sua tomba.

Ma se non credete l'Instituzione capace di tanto, allora, al nome di Dio, ponete giù la medaglia e la profanazione dell'anima: lasciate quei banchi contaminati d'equivoci e d'ipocrisia, e scendete a rinverginarvi nel popolo, dicendogli: là non si compiono i tuoi fati: là Nazione vive in te, che aneli al Vero e hai potenza: levati e capi e soldati, siam tuoi. Distruggerete una illusione, che la vostra presenza in quell'aula alimenta tuttavia in alcuni, e uno scetticismo sugli uomini, che cresce fatale nei più.

Darete al Paese un insegnamento morale, da voi finora a torto dimenticato. Educherete i giovani, col senso dell'umana dignità, al culto della coscienza; e sottraendovi alla parte di minatori segreti per quella, più degna di voi, di leali guerrieri all'aperto, contribuirete a liberare l'Italia dal pericolo d'un gesuitismo politico che, cospirando in Francia col grido di viva il re alla caduta della monarchia, sommò a tornare in nulla due Rivoluzioni e agevolare la via al secondo Impero.

IV.

Intanto, sciolta com'è per noi la questione, l'Italia, pel compimento della propria Rivoluzione, che sola può rendere possibile una condizione normale di cose, non può aspettarsi iniziativa dalla monarchia e nol può dal Parlamento monarchico. Nol può che dal popolo. Bisogna ch'essa tragga dalle proprie viscere la forza che manca altrove.

Come può giungervi? E quali norme devono in questo supremo sforzo guidarla?