Pesano tuttavia sull'anima del Paese i ricordi e le abitudini d'oltre a tre secoli di servitù pazientemente durata. Splendidi lampi d'audacia e d'onnipotenza popolare hanno negli ultimi venticinque anni solcato la tenebra addensata da quella servitù su noi tutti: ma furono lampi, non fiamma perenne di faro, che sia guida ai fati della Nazione. Suscitati dal prestigio d'un capo militare che comandi ad essi di vincere, i nostri giovani compiono miracoli di valore e vincono: lasciati a sè stessi, tentennano incerti e ridiventano timidi calcolatori d'ogni ostacolo positivo o possibile: giganti d'azione seguendo, mancano tuttavia dell'istinto che addita il momento e del coraggio che inizia. Capo ai Romani era Roma: Roma che doveva essere capo del mondo. I duci dell'armi si succedevano, apparivano e passavano, quasi viventi non di vita propria, ma della vita di Roma: ignoti ai soldati, i dittatori erano rappresentanza a tempo della Città che aveva detto ad essi: guidate e vincete; ma la loro potenza, la potenza invincibile dei militi che li seguivano, derivava da una fede in una potenza collettiva superiore a essi tutti, ma della quale ognun d'essi si sentiva parte. La magnifica parola religiosa dell'evangelista Giovanni: perchè tutti siamo uno in noi, come tu, Padre, sei in me e io sono in te s'era fatta realtà nella Patria Romana. Ogni uomo credeva nei fati di Roma: sentiva dentro sè una scintilla della grande anima di Roma; Roma s'era incarnata in ciascuno dei suoi figli, e ciascuno si sentiva forte della sua forza e mallevadore del suo avvenire. Per questo Roma diede spettacolo unico ai secoli d'una città conquistatrice del mondo. E questa fede, questa facoltà d'immedesimarsi nella Patria, come in un pensiero vivente destinato a svolgersi nell'indefinito dei tempi, questa potenza d'amore che abbracci in uno, passato, presente e futuro d'Italia, questa coscienza d'esser ministri a una Tradizione di grandezza iniziata da Dio e che deve, attraverso ogni ostacolo, continuare nella vittoria—questa fede, un raggio della quale fu dato, sullo spirare dell'ultimo secolo, alla Francia repubblicana e bastò a farla più forte di tutta l'Europa congiurata a' suoi danni, manca tuttavia agli Italiani. La coscienza della forza collettiva ch'è in essi e la fiducia ch'esercita sulle moltitudini una idea grande e vera, rappresentata in azione da un'ardita iniziativa—spente in Italia, fin dal XVII secolo, dal materialismo che fa centro dell'io—non sono finora rinate. Uomini che, guidati da un capo in cui s'era incarnato un momento di quella coscienza e di quella fiducia, videro dissolversi, senza combattere, tutto un esercito davanti ad essi, s'arretrano incerti, fra calcoli che dicono pratici, e nei quali non entra il pensiero, davanti a poche centinaja di birri o a poche migliaja di soldati, nell'anima dei quali freme appunto quel pensiero ch'essi, perchè sfugge ai sensi, trascurano. Altri—arrossisco scrivendolo—guardano anch'oggi, lieti d'una speranza che disonora, alle agitazioni e all'iniziativa possibile della Francia come ad áncora di salute. Guardava la Francia del 1792—quando, come voi, non aveva che venticinque milioni di popolo ed era minacciata da nemici interni ed esterni—all'Italia?

Non guardava; e fu grande e vinse per questo. Guardava in sè, nella bandiera della Nazione; pensava al dovere di reggerla incontaminata e di salvare, non foss'altro, l'onore. E il nostro onore, o Italiani, è macchiato: macchiato di fresca macchia ad ogni ora. Finchè Roma è in mano d'altrui, e soltanto perchè un imperatore straniero ha detto: voi non l'avrete, ciascuno di noi dovrebbe non osare di guardare in volto un cittadino di terra libera: quel cittadino non può stimarci. Se gli uomini che hanno in Italia il potere non hanno più anima per sentire questa tristissima verità, e possono discuter tranquilli una economia d'alcune migliaja di lire o la scelta d'un bibliotecario, tal sia di loro; ma la sentano i giovani e conquistino, a purificarlo, quel potere, che dovrebb'essere una santa missione, ed è oggi inutile impotente menzogna.

L'Italia è forte: essa può provvedere libera e secura alla propria vita nazionale, senza calcolo d'interventi stranieri o di leghe monarchiche avverse. Essa non dovrebbe, nel compimento del Dovere, arretrarsi davanti ad alcuna minaccia: nessuno, a ogni modo, checchè essa muti ne' suoi ordini interni, le farà guerra. L'Impero di Francia è condannato e lo sa: gli è necessario concentrare le forze a prolungare di qualche anno o di qualche mese una incerta combattuta esistenza: l'iniziativa Italiana determinerebbe in Francia la crisi suprema. L'Impero d'Austria si dibatte fra le esigenze minacciose delle diverse nazionalità che lo compongono, e alle quali le concessioni forzate all'Ungheria hanno dato, aggiunta al diritto, opportunità. L'Italia, è d'uopo ripeterlo, ha due onnipotenti elementi di forza in pugno che l'assicurano, non solamente d'una assoluta indipendenza ne' suoi moti, ma del primato morale in Europa: l'Alleanza Slava e la questione d'Oriente. Un Governo Nazionale Italiano stringerebbe in un mese la prima, ajutando, attraverso l'Adriatico, gli Slavi meridionali a costituirsi, liberi d'ogni giogo, da Cattaro e Zara ad Agram: e susciterebbe la seconda, offrendosi amico, purchè si unissero in un disegno di Confederazione, ai tre elementi, Ellenico, Slavo, Romano, che dominano l'Impero Turco in Europa. Con armi siffatte, l'Italia può, nei limiti del Diritto e del Giusto, osar ciò che vuole.

E osare, in un paese dove le condizioni morali sono le accennate poc'anzi, è virtù di supremo calcolo. Balilla, quando avventava il sasso al soldato tedesco, Camillo Desmoulins, quando, in mezzo ad una moltitudine inerme, gridava: alla Bastiglia!—i 250 insorti olandesi, quando, muto, schiacciato il Paese, fuggiaschi essi medesimi e sbattuti indietro dalla tempesta, s'impadronivano della piccola fortezza di Brilla—erano, secondo ogni calcolo normale di guerra, stolti; e nondimeno iniziarono l'emancipazione delle loro terre. Il fanciullo genovese, gli altri citati e quanti iniziatori di grandi vittorie potrei citare, non avevano numerato le armi, studiato le posizioni, calcolato le forze nemiche; avevano tastato inconscî il polso al Paese, avevano sentito nell'anima giunto il momento, e osarono.

Oggi tra noi, popolo guasto pur troppo di materialismo, di scienza machiavellica e di culto tributato alle apparenze della forza, è necessario che il fatto iniziatore sorga di mezzo alle moltitudini d'una importante città, e suoni vittoria. Ma ho fermo nell'animo che quando quel primo fatto avrà luogo, sarà segnale a un ridestarsi italiano che pochi, amici o nemici, sospettano.

E a crear questo fatto basterebbe—anche di questo sono convinto—che quanti si professano in una città seguaci della bandiera s'unissero nella idea di crearlo; basterebbe che, deponendo ogni piccola gara, ogni dissenso sul guidare o seguire, ogni cieca adorazione o diffidenza di nomi, ogni pensiero di predicazione anticattolica, d'apostolato scritto, fra classi che non possono leggere, di riforme sociali impossibili coll'Instituzione che regge, d'ogni cosa che smembra le forze e svia gli intelletti dall'unico segno, concentrassero per brevi giorni tutte le potenze dell'anima intorno al disegno di riconquistar coll'Azione iniziativa all'Italia; non avessero innanzi agli occhî altra imagine che quella della Patria giacente nel disonore; non sentissero che la vergogna del mai profferito dal Brenno moderno; non avessero che un solo concetto, la necessità dell'osare; non avessero che una parola sul labbro: A Roma per la via che sola vi mena.

A combattere intanto le stolte diffidenze, nudrite tuttavia da molti sull'avvenire, giovi una dichiarazione, nella quale io credo potermi, senza presumere, fare interprete del Partito. La stampa repubblicana fu finora troppo esclusivamente negativa, troppo paga a registrare le colpe della Monarchia, troppo corriva ad accogliere come prova di forza e d'estensione del Partito ogni manifestazione ch'abbia luogo in Francia, in Ginevra o altrove, senza avvertire alle idee che vi si esprimono. E quelle idee, profferite per avventatezza da uomini che non sanno e credono audacia l'atteggiarsi a distruttori d'ogni cosa, e da gente venduta celatamente ai Governi e addottrinata a spaventare con esagerazioni la borghesia, sono con arte d'indegna calunnia raccolte e additate ai poveri di spirito dalla stampa governativa come idee del campo repubblicano e indizio dell'avvenire, se trionfasse.

Per questo, e anzitutto per amore del Vero, è debito d'allontanare ogni pericolo d'inconsulta imitazione fra noi; è tempo che la stampa repubblicana assuma, più che oggi non ha, carattere severità, di sacerdozio morale; è tempo ch'essa abbia, non solamente il coraggio d'affrontare le ire e le persecuzioni monarchiche, ma quello assai più difficile d'affrontare gli sdegni dei traviati fra i nostri, e la temuta taccia di moderata dagli avventati che odiano e non sanno amare.

Guerra al capitale, abolizione della proprietà, ostilità alla borghesia, violazione d'obblighi assunti anteriormente dalla Nazione, crociata contro i preti cattolici, terrore e vendetta, son grida insane, immorali, di pochi selvaggi della politica, aborrite da quanti repubblicani hanno senno e core: nessuno ha mai osato, nè oserà mai tentare di tradurle in fatti; e chi lo tentasse, troverebbe in noi nemici più acerrimi che non nei monarchici.

I repubblicani sanno che il capitale rappresenta frutti accumulati di lavoro; che la proprietà è il segno della missione trasformatrice data all'uomo nel mondo materiale; che la borghesia scende dagli artigiani dei nostri comuni repubblicani, emancipò l'Italia dai signori feudali e arricchì il Paese e sè col lavoro; che, o non esiste Nazione, o le generazioni sono solidali per gli obblighi legalmente assunti sotto un diverso governo; che la coscienza è inviolabile e le credenze religiose, se false o consunte, non possono combattersi se non con tollerante e pacifico apostolato; che terrorismo, persecuzione e vendetta sono armi di codardi o colpevoli, fatali a chi le adopra e da lasciarsi ai governi fondati sull'arbitrio e sull'ingiustizia e cadenti.