Intanto la situazione è mutata.
La caduta dell'Impero e la presunzione mal fondata, pur troppo che noi ne profitteremmo, ha spinto la monarchia verso Roma. Guasta, sviata, profanata com'è, Roma, fatta città italiana, è oggi, in virtù del passato e dell'avvenire, centro, perno, anima della Nazione. Nessuna grande questione può oggimai sciogliersi senza prima accertare quale sarà la condotta di Roma. E inoltre, l'iniziativa, abdicata dai nostri, spetta oggi al Governo: a' suoi errori, alle sue transazioni col Papato, al suo resistere agli istinti della Nazione. È d'uopo attenderne le decisioni manifestate, e prendere norma dalla sua condotta. Chiaritosi incapace di crearsi la propria opportunità per agire, il Partito l'aspetterà inevitabilmente da essa.
L'attività del Partito deve ora concentrarsi in gran parte su Roma, a infondere in essa il Pensiero italiano ch'essa deve rappresentare nel mondo; a richiamarla alle grandi sue tradizioni; a darle coscienza di ciò che la Nazione aspetta da essa; a rendere impossibile ogni vita del Papato fra le sue mura.
Un'agitazione pubblica dovrebbe iniziarsi con adunanze tenute in ogni città per sancire che da Roma deve escire, consecrazione della nuova vita della Metropoli, per opera d'un'Assemblea Costituente convocata dal suffragio universale, Il Patto Nazionale Italiano.
Ogni agitazione, che sorgesse tendente all'abolizione del Giuramento o d'altra qualunque esclusiva guarentigia monarchica, dovrebbe essere secondata.
E mentre l'ajuto dato a tutte le agitazioni miranti a chiarire la radicale opposizione esistente fra la monarchia e il progresso libero della Nazione creerebbe presto o tardi l'opportunità all'Azione popolare, unica via per la quale può risolversi il problema vitale, il lavoro ordinato dei nostri dovrebbe rafforzarsi e preparare più sempre l'elemento destinato ad afferrare quella opportunità inevitabile.
L'Alleanza Repubblicana deve tendere a moltiplicare i suoi nuclei—ad ajutare la stampa repubblicana e diffonderla nell'Esercito—ad affratellarsi più sempre colle Associazioni Operaje—ad evangelizzare, contro le calunnie e le stolte paure, ciò che la Repubblica è e ciò che non è—a educare i suoi a rinnegare il pregiudizio monarchico, che limita la possibilità di una iniziativa a tre o quattro città principali, e peggio, all'azione d'uno o d'altro individuo qualunque ei siasi—ad avvezzarli a sentire che se la disciplina è virtù essenziale d'ogni ordinamento finchè l'opportunità non è sorta, l'osare è virtù suprema di popolo quando è sorta, e mezzo sicuro di trascinare i capi che tentennano soltanto perchè diffidano—e a dirigere, senza inutili e funeste congiure, un assiduo apostolato di principî fra le file dell'Esercito Nazionale, dove abbonda più che generalmente non è creduto l'elemento italiano, ove aumentano ad ogni ora le cagioni del malcontento, ed è vivamente sentito il disonore che paci vergognose e guerre tradite hanno versato sulla bandiera.
È questo il dovere dell'oggi: al resto provvederanno Dio, i fati assegnati all'Italia e gli errori inevitabili della monarchia.
Noi fummo inferiori ai nostri propositi e alle circostanze: ma questo sentimento deve spronarci al meglio e a correggere i vizî che sono in noi, non a prostrarci nel dubbio e in una inerzia colpevole. Vive in voi pur sempre la forza, che non abbiam saputo dirigere al fine.