In Francia, l'Impero, per le condizioni inerenti al sistema e appunto per l'obbligo che ad esso correva di far dell'esercito un'arme, non della Nazione ma d'un partito pericolante, ha diminuito nel soldato, naturalmente prode, la coscienza e l'entusiasmo del cittadino e allentato, dove quella coscienza è rimasta, il vincolo di fiducia tra soldati e capi senza il quale le vittorie non sono possibili. Il sistema del cambio, violazione dell'eguaglianza e della missione dei cittadini incoraggiata dai bisogni crescenti delle finanze imperiali, s'era negli ultimi anni aggravato di corruzione fatale alla forza delle file: la somma versata come sostituzione al servizio era presa; il cambio non curato, e le cifre pagate dal Ministero di Guerra rappresentavano un vuoto considerevole nella cifra reale dei soldati. I capi erano scelti a seconda, non del merito o della moralità, ma della loro devozione vera o presunta al bonapartismo: i generali, segnatamente cercati fra gli uomini delle guerre d'Algeria, guerre buone per avvezzare a tendenze ferocemente dispotiche e ad allontanare l'animo dall'effetto di patria, ma di natura diversa da quella delle grandi guerre regolari europee. Accarezzati da chi dovea serbarsi ad ogni patto in essi un ajuto contro il possibile insorgere del paese, quegli uomini intendevano la carezza, sentivano il bisogno che il capo supremo aveva d'essi e acquistavano impunemente abitudini e vizî di pretoriani: nuotavano nel lusso e lo tolleravano negli ufficiali: la depredazione s'era fatta, come nell'esercito Russo, tradizione in ogni ramo d'amministrazione militare e, come per l'armi Russe in Crimea, doveva produrre delusioni e disastri.
Il soldato, acuto osservatore e facile al biasimo in Francia più che altrove, indovinava e scemava di fiducia nei superiori e quindi di spirito di disciplina. Fondato sulla corruzione, l'Impero periva per essa. Le relazioni che giungevano a Luigi Napoleone sugli apprestamenti di guerra e sulle condizioni dei corpi erano menzognere: il vero avrebbe svelato i guasti operati dalla cupidigia. Quelle che gli dipingevano la Germania meridionale pronta a sollevarsi contro la Prussia erano egualmente false: il danaro profuso a cospirare per Francia tra i cattolici di quelle terre e che di fronte al senso della patria germanica sarebbe pur sempre riuscito inefficace, aveva impinguato le borse dei segreti incaricati di quel lavoro. E—copiatore infedele dello zio—Luigi Napoleone non verificava, credeva: ingannatore, ingannato. Quando, dopo il suo giungere al campo, gli rifulse il vero, era tardi. Davanti a un esercito nemico mirabile per esattezza armonica di tutti i rami d'amministrazione militare, per capacità in ogni frazione di farsi, occorrendo, unità e operare da sè e nel quale il soldato era fidente nei capi e che certo nulla gli mancherebbe, ei si trovò, dopo d'avere dichiarato guerra e scelto il momento per assalire, condannato alla difensiva, incapace di marciar su Magonza, incapace d'operare da Strasburgo contro la Germania meridionale, incapace di violare, avventurandosi per vincere allo sdegno dei neutri, la frontiera Belgica e girare il nemico, incapace perfino di distruggere i vicini centri nei quali si congiungono le vie ferrate germaniche. Inerte, immobile, aspettò gli assalti e soggiacque. Il solo valore tradizionale nei soldati francesi non bastò, nelle sfavorevoli condizioni preparate dalla corruzione e dalla inettezza dei capi, a resistere. L'intelligenza—ed è il terzo insegnamento che vorremmo vedere raccolto dai nostri—vinse il cieco valore. L'unità, la fiducia reciproca, l'armonia tra le diverse sezioni amministrative, l'esattezza nell'esecuzione dei disegni, la giusta parte d'indipendenza lasciata agli individui, la coscienza di combattere, non per un uomo o per un onore militare scompagnato dall'idea d'una sacra missione, ma per la propria Nazione, dimostrarono anche una volta come un esercito che accoglie in sè ogni ordine di cittadini sia superiore ad ogni altro. Il trionfo Germanico è il trionfo dell'ordinamento militare che ricordammo nell'altro numero e dell'insegnamento obbligatorio nella Nazione.
Ma la Repubblica? Il Governo della Difesa?
Sì: emancipata dall'Impero e anche dopo Sedan, la Francia poteva salvarsi, risorgere: una Nazione lo può sempre se vuole, e un mezzo milione di stranieri non basta per conquistare a patti disonorevoli un popolo forte di 38 milioni di cittadini. Bisognava distaccarsi interamente, apertamente, dalle tradizioni imperiali e dagli uomini della monarchia—dichiarare ai popoli, nei termini che accennammo nell'altro numero, la nuova politica e ottemperarvi gli atti—convocare immediatamente, non fosse che di notabili, un'Assemblea che confermasse—e sotto i primi impulsi l'avrebbe fatto—il Governo della Difesa, poi rimanesse o meglio si disperdesse, in piccoli nuclei di Commissarî ai Dipartimenti per suscitarvi e dirigervi l'entusiasmo—rinunziare a vincere con mosse ed eserciti regolari e organizzare guerra di popolo—abbandonare, occorrendo, Parigi, condannata ad arrendersi presto o tardi e, se s'antivedeva che il suo arrendersi sarebbe dissolvimento alla resistenza della Nazione, chiamare la Francia non alla leva in massa, ma all'insurrezione in massa—ordinare i giovani, non a versarli ineducati all'armi nelle sezioni dell'esercito regolare dove non potevano recare se non germi d'ineguaglianza e d'indisciplina, ma a collocarsi, liberi nelle loro inspirazioni e conoscitori dei luoghi e confortati dal pensiero di difendere i proprî lari, a guerreggiare nella loro zona, tanto che il nemico trovasse in ogni via una barricata, in ogni inoltrarsi un pericolo, in ogni boscaglia un agguato—mandare ai nuclei di partigiani uomini già esperti nelle cose di guerra come insegnamento elementare vivente—distribuire largamente armi, munizioni, danaro all'insurrezione—costringere con guerra siffatta il nemico a smembrarsi, a occupare una moltitudine di punti, ad assottigliare la propria linea—e stabilire intanto, in Bretagna, in Provenza o altrove, un punto di concentramento a tutti gli elementi regolari per riordinarvi e rifornirvi, eliminando gli antichi capi e scegliendo i nuovi tra gli ufficiali, un esercito pel momento in cui il nemico stanco, sconfortato, rotto in frazioni, avviluppato nelle spire dell'insurrezione, avrebbe prestato il fianco a una operazione decisiva d'offesa.
Questo ed altro poteva, doveva farsi. Il Governo della Difesa non lo tentò: seguì un metodo diametralmente contrario. Un uomo solo, Gambetta, parve volerlo tentare: ma fervido, energico nel linguaggio, fallì all'impresa nei fatti e s'ostinò anch'egli nell'errore di volere salvare la Francia colle mosse e cogli eserciti regolari.
Fu colpa di quegli uomini o della Francia?
Quanti, con grave torto e pericolo, accarezzano tuttavia negli animi dei nostri giovani l'illusione che dalla Francia debba escire l'iniziativa delle grandi cose, dei grandi moti che avviano innanzi l'Umanità, persistono e persisteranno nell'attribuire la colpa a que' pochi individui. Noi l'attribuiamo pensatamente alla Francia.
E non deriviamo, tardi profeti, la nostra opinione dai fatti recenti, bensì li spieghiamo con quella. Chi scrive affermò nel 1835 in una Rivista Francese, quando tutti vaticinavano in Europa iniziatrice dell'èra repubblicana la Francia e le idee repubblicane erano in Parigi rappresentate dai migliori per intelletto e per cuore[157], che l'Europa e la Francia s'illudevano—che mancava in Europa l'iniziativa,—che ogni popolo poteva, credendo, sapendo, volendo, colmar quel voto, ma che bisognava cominciasse dal convincersi che la virtù iniziatrice non esiste più, monopolio perenne, in Francia o altrove—che la Francia l'aveva, fin dal 1815, perduta—che la grande gigantesca Rivoluzione del 1789 non era stata iniziativa, ma sommario e conclusione d'un'epoca—che splendidi fatti e presentimenti del futuro potevano rivelarsi in Francia, ma che per molti anni le solenni collettive mosse della Nazione non segnerebbero nuovi gradi di progresso all'Europa e si consumerebbero fatalmente per entro alla chiusa curva di un circolo. Oltre a un terzo di secolo è trascorso d'allora in poi e i fatti hanno confermato l'idea.
Nessuno può—noi men ch'altri possiamo—dimenticare i grandi servigi resi dalla Francia all'Europa, i grandi esempî di fortezza e di volontà che abbondano nelle pagine della sua vita storica, lo splendido tentativo, trionfante in parte, d'applicazione pratica del lavoro intellettuale di due epoche, Politeismo e Cristianesimo, e la conquista operata per noi tutti a prezzo di sangue dei diritti dell'individualità: nessuno può sospettare che la Francia non risorga a nuova e potente vita, anello indispensabile nella catena dei progressi da compiersi. Ma nessuno, popolo o individuo, può sottrarsi, comunque sia grande, alla Legge Morale che ha decretato s'espii presto o tardi ogni lunga deviazione dalla missione assegnata, ogni violazione del Dovere.
Affascinata dall'orgoglio d'una lunga seria di trionfi coll'armi, guasta dalle proprie tendenze dominatrici e dal plauso servile dei popoli che la circondano, la Francia traviò dalla propria missione e dall'intento nazionale che avea, sul finire dell'ultimo secolo, definito: evangelizzazione di Libertà, d'Eguaglianza e di Fratellanza fra i popoli: sostituì la propria dominazione a quella dei tiranni che rovesciava; commise i suoi fati all'eletto delle battaglie; conculcò per accrescere potenza a sè stessa i diritti delle nazioni sorelle; sostituì alla bandiera della rivoluzione una bandiera d'Esercito, all'adorazione delle idee il culto degli interessi materiali, alla Fede in Dio la Fede nella Forza: più dopo e inevitabilmente alla politica dei principî, alla franca, aperta, leale dichiarazione delle proprie credenze, la politica dell'opportunità, delle transazioni, il gesuitismo d'opposizione che campeggiò nel regno dei due rami borbonici; rimpicciolì le sante idee di rinnovamento sociale in una guerra d'egoismo di classi e nelle angustie d'un problema esclusivamente economico; ringrettì nel 1848 il vasto pensiero repubblicano in una tattica anormale di riconoscimento dei principî e d'accettazione dei fatti che li negavano; suscitò, promettendo ajuto, i popoli a moti e li abbandonò; incredula, protesse il Papato; predicatrice di libertà, votò poi secondo Impero; dichiarò d'esser unica tra le Nazioni a combattere per una idea e volle, prezzo al combattere, danaro e terre non sue; ingelosì, Essa rappresentante esagerata dell'Unità, del moto di unificazione germanica; si disse avversa alla guerra e applaudì quando fu dichiarata; invase il Messico, dimenticò la Polonia, trucidò, movendo repubblica contro repubblica, Roma; e s'arrogò nondimeno, violando l'eterna massima: Dio solo è padrone; i popoli devono tutti essere, nell'eguaglianza e nell'amore, interpreti della sua Legge, diritto di perenne primato fra le Nazioni. La Francia oggi espia queste colpe coll'impotenza, colla mancanza degli spiriti del 1792, colle esitazioni dei suoi capi, colla codarda condotta della sua Assemblea, coll'inerzia da noi preveduta delle sue moltitudini.