Ma la condotta di quei prodi non deve traviare il nostro giudizio dei fatti. La guerra Franco-Germanica non è guerra di principî. Posteriore ad essa, la Repubblica non sorse in Francia voto spontaneo e deliberato di popolo che si leva in nome dell'eterno Dovere ad affermare la propria libertà ed il proprio diritto di non aver padrone da Dio e dalla sua Legge Morale infuori: fu conseguenza di fatto, escita dalla situazione, dalla codarda abdicazione di Luigi Napoleone e dall'assenza d'ogni altro Governo: collocò, sorgendo, le sue speranze, non nelle forze vive e nell'energia del paese, ma negli ajuti impossibili delle potenze neutre; e a blandirle, ad addormentarne i timori, celò quanto più potè il principio sotto l'intento della Difesa; scelse a primo rappresentante inviato a ogni corte, poco monta se dispotica o no, l'uomo della monarchia orleanista come Instituzione, del napoleonismo come sistema; evitò di raccogliere un'Assemblea che, convocata nei primi giorni del mutamento, avrebbe di certo inaugurato una politica repubblicana e si astenne dal dire in un Manifesto ai popoli dell'Europa: la Repubblica, annullando il plebiscito che gettò la Francia ai piedi d'un usurpatore, annulla tutti i plebisciti intermedi, ripudia gli atti internazionali del periodo bonapartista, riannette la propria tradizione politica col 1792 e col 1848, rinnega solennemente ogni idea di conquista ed è presta, occorrendo e chiedendo reciprocità d'obblighi, a combattere per l'unità territoriale Germanica contro ogni straniero che tentasse impedirla. Bismarck, uomo, come Cavour, di tendenze e non di principî, veneratore come lui della Forza e dei fatti, più avveduto di lui e consapevole della potenza che vive nella patria Germanica più assai che Cavour non era di quella che freme latente in Italia, non guerreggia contro la Repubblica nella quale ei crede d'intravedere una sorgente di debolezza pel popolo rivale, ma contro la Francia e per creare con nuovi acquisti una sorgente di perenne influenza alla Prussia. La Germania combatte, su via non buona, per la nazionalità minacciata in essa dal cesarismo ch'essa crede, esageratamente, incarnato tuttora nel popolo Francese. E noi abbiamo debito e diritto di dirle che, come noi Italiani c'illudemmo, essa s'illude, e che la Prussia monarchica potrà darle la forma non l'anima dell'Unità, il simbolo materiale, non la vita della Nazione: possiamo dirle che il mancare di generosità nel vincere dimezza il merito e i frutti della vittoria—che l'impadronirsi, senza libero voto dei cittadini, d'una zona di territorio, perchè la Francia vincitrice avrebbe forse fatto lo stesso, è tristo insegnamento di libertà al popolo che compie quel fatto e somma a ripetere l'immorale consiglio dato a noi talora dagli uomini del terrore: «siate intolleranti e feroci perchè i nemici d'ogni libero progresso son tali»—che l'annettere oggi, per via di conquista, quella zona alla Germania è un decretare inevitabile fra pochi anni una seconda guerra tra le due Nazioni e creare anzi tratto, come fece l'Austria usurpando il Lombardo-Veneto, una base e un potente ajuto al nemico che tra due popoli forti di 37 o 40 milioni d'uomini i metodi di guerra attuale non concedono altra barriera che i petti dei combattenti, la scienza dei capi, i mezzi finanziarî e l'ardire—che i Pirenei e le Alpi si valicano dagli eserciti e le linee di monti, tremende all'invasore nell'interno delle terre invase, non furono mai nè saranno, se collocare sulla frontiera, ostacolo all'invasore; ma non possiamo, senza ingiustizia e follia, parlar di crociata repubblicana contro una brutale tirannide e avventare il nome di barbaro a chi, padrone d'imporre o di minacciare, lascia compiersi libere[156] le elezioni e raccogliersi un'Assemblea che potrebbe, volendo, in nome della Repubblica, respingere le proposte e romper guerra domani. La Repubblica è per noi cosa santa; ma il nome solo non basta; e il feticismo non è Religione. Dal Governo, con qualunque nome si chiami, il cui Delegato dichiara, quasi parodia del giammai di Rouher: abitanti di Nizza, voi appartenete da oggi in poi alla Francia, ed esilia, come nemico dell'integrità territoriale Francese, un cittadino che scrive con tendenze italiane un articolo di giornale, non escirà l'iniziativa della Repubblica universale. Se pensassimo altrimenti, non detteremmo articoli per La Roma del Popolo: saremmo noi pure in Francia.

Ad annuvolare intanto più sempre le menti, taluni gemono terrori sull'avvenire e intravedono nella sconfitta della Francia l'agonia della razza Latina, nella vittoria Prussiana il cominciamento d'una nuova èra di militarismo, nel destarsi dal pensiero all'azione della razza Germanica una prepotente invasione di Teutoni; e dietro ad essi la Russia, lo Tsar: terrori vani e argomento di pregiudizî e di considerazioni superficiali politiche. Quei profeti di sventura all'Europa dimenticano che l'espiazione ritempra; che la Francia, rinsavita dall'errore che una missione compita dia privilegio d'iniziativa perenne nello svolgersi dei fati d'un mondo, risorgerà più pura e più forte alla ricerca d'una nuova missione in un senso d'eguaglianza colle Nazioni sorelle; che una razza non more perchè la fiaccola irradiatrice delle vie del futuro trapassa d'epoca in epoca da uno ad altro dei popoli che la compongono: dimenticano che la civiltà Latina parve sparita, spenta per sempre nel V secolo e rivisse, col Papato, coi Comuni, coll'Arte, coll'Industria, colle Colonie, più potente di prima; che il principato, il materialismo e l'intervento cercato o servilmente accettato dallo straniero, sotterrarono, nel XVII, l'anima delle città italiane e che quelle anime spinte sotterra si confusero lentamente in una ed emergono oggi dal loro sepolcro di trecento anni chiamandosi Italia; che Roma è il sacrario della razza Latina, che da Roma escì due volte la parola unificatrice del mondo e che se prima Roma non è sommersa nel Tevere, la missione Latina vivrà eternamente trasformata e trasformatrice; dimenticano che un esercito di cittadini non fonda militarismo durevole; che tutti i cittadini entrano, in Germania, per tre anni nell'esercito attivo; che le questioni di politica interna rivivranno tra essi, dopo la pace, tanto più fervide quanto più quei cittadini soldati hanno conquistato col sacrifizio e colla vittoria coscienza di diritto e potenza; che il tedesco è popolo di pensatori e che il pensiero guida oggi inevitabilmente, dopo brevi traviamenti, a repubblica: dimenticano che lo Tsar è un fantasma forte soltanto, come lo fu Luigi Napoleone, delle altrui paure e dell'assenza d'una saggia e morale dottrina politica nei Gabinetti Monarchici; che il primo popolo capace d'averla, limiterà l'azione possibile della Russia all'Asia dove può esercitarsi benefica; che la metà delle popolazioni Slave-Polacche, Ceke, Serbo-Illiriche, aborre dallo Tsarismo; che il giorno in cui noi, invece di paventarle, stringeremo alleanza con esse e aiuteremo il loro formarsi in Nazioni, le conquisteremo alla Libertà: che in quella zona di popolazioni Slave, stesa fra la Germania e la Russia e ostile per antiche e recenti usurpazioni alla prima, vive la nostra difesa contro la sognata invasione teutonica. L'asse del mondo Slavo è sulla Vistola e sul Danubio, non sulla Newa.

No; noi non temiamo per l'Europa o per noi le conseguenze della guerra e della vittoria Germanica; temiamo, per lunga esperienza, lo sconforto irragionevole che segue, ov'anche è meritata, una delusione. I popoli, gl'Italiani segnatamente, si sono illusi, per abitudini non vinte ancora, sulle condizioni e sulla forza attuale della Francia e illusi sul valore e sulle conseguenze della parola repubblica proferita in Parigi; la disfatta della Francia pare ad essi disfatta repubblicana a pro del principio monarchico, disfatta della Potenza dalla quale a torto speravano il cominciamento di un'èra. Scriviamo per combattere questo sconforto. Se gli uomini di parte repubblicana avessero antiveduto come noi—e per cagioni che nulla hanno di comune colla questione che ci sta a cuore—la disfatta francese; se non avessero, fraintendendo i termini della contesa, imprudentemente detto: là si combatte per la repubblica, là si vince per la monarchia, noi, tra due Nazioni che amiamo e stimiamo, preferiremmo anche oggi il silenzio. Ma importa dire ai nostri e agli avversi, che quanto è accaduto doveva accadere, che nulla è mutato nelle nostro speranze, come nei nostri doveri, che le condizioni essenziali dell'Europa rimangono le stesse di prima, che la monarchia non esce più forte dalla guerra attuale, che dove la repubblica non è che di nome, nessun argomento può desumersi a suo danno dalla sconfitta.

II.

Dal cumulo delle affermazioni e delle opinioni proferite più o meno avventatamente sulla guerra Franco-Germanica emergono alcuni fatti innegabili, che giova registrare come base a un giusto giudizio e norma a desumere rettamente le conseguenze della vittoria germanica.

La guerra fu ideata, voluta, provocata senza cagione da Luigi Napoleone. Determinata poco dopo la pace di Villafranca, decretata dopo Sadowa, prenunziata dalla domanda d'una rettificazione di frontiere che la seguì ed ebbe rifiuto, data da quel tempo pubblicamente come parola d'ordine alle caserme, preceduta da ogni sorta di disegni e di preparativi militari, diventò finalmente necessità per l'Impero. A cattivarsi gli animi dei Francesi in qualunque impresa e per ogni sacrificio, Luigi Napoleone piegò, senza intenzione reale di libertà, dalle vie del terrore alle concessioni apparenti. E le concessioni, come ad ogni Governo che piega dal proprio principio, gli nocquero. La Francia, che aveva per lunghi anni tremato d'una potenza fondata su dispotismo illimitato e davanti alla quale l'Europa monarchica s'era tutta quanta servilmente curvata, sospettò vacillante nel padrone la coscienza della propria forza e ne trasse animo ad agitarsi. L'agitazione dei partiti, rifatta minacciosa davvero e ogni giorno crescente, collocò l'Impero davanti al bivio o di ceder più sempre e spegnersi nella libertà rinascente o di rifarsi un prestigio in Francia e in Europa adulando, colla conquista di terre vagheggiate d'antico, l'ambizione della prima, cancellando con vittorie splendide, nelle tendenze volgenti all'ostile della seconda, i ricordi della disfatta subìta, per energia pertinace d'uomini repubblicani, nel Messico e vincolando a sè nuovamente colla gloria e le promozioni l'Esercito vacillante. Un milione d'uomini, tra morti, feriti e infermi, il commercio, l'industria, l'agricoltura d'Europa gravemente offesi por un decennio, un capitale incalcolabile per sempre perduto o sviato dalle sorgenti di produzione, un patto d'odio e vendetta tra due Nazioni chiamate a un patto di fratellanza e di progresso comune, tutto è opera di un calcolo di egoismo nudrito nella mente d'un solo individuo forte d'un potere usurpato col delitto e codardamente accettato. Non sappiamo—se i popoli vogliono raccogliere l'insegnamento—di condanna più irrevocabilmente severa contro il principio avverso a quello che noi propugniamo.

Sconfitto dall'esercito Germanico il Francese che volle e non seppe assalire, resosi prigione l'Imperatore e sorto in Parigi, nell'assenza d'ogni potere, un Governo provvisorio che si disse timidamente repubblicano, ma non fu in sostanza che Governo della Difesa, avremmo noi tutti voluto che fosse cessata la guerra. La Germania nol volle e, dobbiamo confessarlo, difficilmente il poteva. Retrocedere, dopo Sedan, mantenendo, come taluni suggerirono, l'occupazione della zona reclamata, era, di fronte agli eserciti che rimanevano, ai dipartimenti meridionali che s'ostinavano a battaglia e a Parigi libera e padrona di dirigere la resistenza, un perpetuare la guerra assumendone tutti gli svantaggi: rivalicare la frontiera senz'altro col solo orgoglio della vittoria, era, come abbiamo detto, un suscitare i giusti risentimenti dell'intera Nazione e rinunziare all'intento d'ogni guerra ch'è d'aver pegni per impedirne il rinnovamento. Il Governo della Difesa non voleva e non doveva concedere il pegno materiale richiesto e non poteva, provvisorio com'era e revocabile ad ogni istante, dar sicurezza morale. L'esercito Germanico s'avviò a Parigi. I fatti che seguirono diedero un altro grave insegnamento all'Europa, ed è che un popolo è, in parte almeno e quando tollera lungamente, responsabile dell'ingiusta immorale politica del suo Governo—che deve, per legge di cose, soggiacere alle conseguenze—che non basta a evitarle la caduta di quel Governo, quando è determinata, non da fede e sacrificio spontaneo del popolo, ma da un errore o da un atto codardo di quel Governo medesimo.

E questi insegnamenti furono confermati dai casi della guerra, dalla serie non interrotta di rovesci ai quali soggiacquero l'armi francesi; rovesci cominciati fin dai primi giorni e inaspettati anche a quelli che, come noi, antivedevano rovinoso per la Francia l'esito finale della contesa.

Quei rovesci furono dovuti a molte cagioni di natura apparentemente diversa, ma tutte più o meno direttamente connesse colla prima suprema cagione, il potere fidato a un sol uomo, e coll'altra dell'orgoglio francese che presumeva di vincer tutti e sempre o a ogni modo. La prima cagione era avversa naturalmente al progresso; la seconda fece gli animi noncuranti d'esso; norma regolatrice in ogni guerra dev'essere quella di stimare il nemico, e i Francesi lo disprezzavano e credevano inutile ogni riforma.

Una grande riforma s'era intanto compiuta nell'esercito nemico alla Francia. Per impulso dato segnatamente dal principe Federico Carlo e seguito efficacemente da altri, la pedanteria militare prussiana aveva fin dal 1861 ceduto il terreno a una scuola più libera, più emancipata dal metodo servile che prescriveva il da farsi per ogni menoma contingenza possibile, e lo riduceva, come il Talmud gli Israeliti, a ufficio di macchina, costringendolo in ogni circostanza e per ogni atto a forme e regole prestabilite. Le istruzioni tattiche Prussiane di quell'anno iniziavano un nuovo periodo: affidavano gran parte dell'esecuzione di principî irrevocabilmente accettati dalla scienza guerresca al giudizio e all'inspirazione degli ufficiali: riconoscevano l'individualità e fondavano quindi più grave e più vigile la responsabilità. È questo il segreto di tutti gli ordini umani; e convalidato, quanto alla guerra, dal frequente successo dei volontarî, prevarrà più sempre in futuro nella difesa delle Nazioni. Soltanto, quel metodo esige più forti cure nella scelta degli individui destinati a funzioni speciali, nella costituzione dell'esercito, nel sistema delle promozioni, nell'istruzione sul maneggio delle armi dato a chi deve combattere, nella formazione anzitutto degli stati maggiori che dovrebbero accogliere gli ufficiali esperimentati migliori dei corpi e non appagarsi d'un esame di scuola politecnica o d'altra inefficace ad accettare le attitudini pratiche e di applicazione. Base dell'esercito Germanico è, come dicemmo nel numero antecedente, l'obbligo in ogni cittadino di ricevere una sufficiente istruzione militare e d'esser presto ad accorrere. E per intelletto dell'arte, studî d'ogni luogo sul quale accade o è probabile che accada un conflitto, provate abitudini pratiche, conoscenza di lingue e d'altro, lo stato maggiore è oggi in Prussia il migliore forse che esista in Europa.