LA GUERRA FRANCO-GERMANICA [155]

I.

La guerra Franco-Germanica è una espiazione per la Francia e un grave insegnamento per noi: è la prova, nella sfera dei fatti, d'una verità che proferimmo noi primi e che, se riconosciuta e accettata, modificherebbe il punto di mossa degli intelletti dati agli studî storici, emanciperebbe gli animi da un errore che fu negli ultimi cento anni fatale, e susciterebbe a nuova direzione di attività la coscienza dei popoli.

Nel tumultuoso affannarsi delle menti intorno alle vicende d'una guerra non impreveduta, ma pregna d'impreveduti rapidi eventi, la necessità di desumere imparzialmente dalla grave sciagura europea le lezioni che covano in ogni grande sciagura e ne formano il solo compenso, fu dimenticata. L'osservazione giornaliera fu inevitabilmente superficiale e assunse colore di parte. Gli uni si fecero esclusivamente francesi, gli altri esclusivamente germanici: taluni parteggianti per la Germania fino a Sedan, cominciarono d'allora in poi a parteggiare per la Francia, dimenticando che la guerra, provocata da Luigi Napoleone, doveva, iniziata una volta, assumere carattere di guerra tra due Nazioni e che ogni guerra ha per intento, non il vincere, ma l'ottenere condizioni di pace che sopprimano la necessità di combattere e vincere una seconda volta. Udimmo, da un lato, citazioni di ricordi storici a provare le ripetute offese alla Germania e le usurpazioni territoriali consumate o tentate in passato dalla Francia, come se tutte quasi le Nazioni non fossero state nel loro sviluppo egualmente colpevoli e la famiglia teutonica non possedesse anch'oggi tutta una considerevole zona usurpata su popolazioni slave, italiane, magiare;—dall'altro, parole stoltamente concitate sulle bombe gittate in Parigi, come se i soldati di Francia non avessero ventidue anni addietro bombardato Roma e non fossero presti, ove la fortuna arridesse, a bombardare Berlino; parole anche più stolte di Barbari e di nuovi Unni avventate ai Tedeschi per pochi fatti isolati inevitabili in una guerra combattuta fra quasi due milioni d'uomini in armi e quando le norme generali date dal comando germanico furono innegabilmente norme di battaglia leale, generosa talora. Ogni guerra è duello più o meno feroce. L'Europa deve rimproverare sè medesima se invece d'affrettarsi, coll'abolizione delle dinastie, la confederazione repubblicana dei popoli e una Instituzione internazionale di Arbitri in tutte contese, a sopprimerne le cagioni, è condannata a guaire inerte e impotente sui mali che ne derivano e proferire insani aforismi sui beneficî d'una pace perpetua impossibile finchè i popoli non sono ordinati in assetto fondato sul Giusto e sulle naturali tendenze. Ma fino a quel giorno, ciascuno dei combattenti ha dovere, in nome della propria Nazione, di vincere; e se, per riverenza a una cattedrale o a una galleria, l'esercito germanico avesse rispettato Strasburgo e Parigi o ripassato, pago d'aver vinto a Sedan, la frontiera, cinquecentomila tra vedove e madri in pianto avrebbero avuto il diritto di dirgli: «Noi v'abbiamo dato la vita dei mariti e dei figli, non perchè l'orgoglio germanico fosse accarezzato dalla vittoria, ma perchè si conquistassero pegni di non dovere ripetere sacrifizî siffatti nell'avvenire.»

Altri, non sapendo darsi ragione dei subiti e continui rovesci toccati all'armi, riputate invincibili, della Francia, travolsero il proprio intelletto e l'altrui nel falso sistema storico che, nel secolo XVIII, attribuiva, duce Voltaire, i grandi eventi alle piccole cause: idearono tradimenti deliberati dove il tradimento non aveva scopo possibile e avrebbe infamato senza pro il traditore: mutarono in colpe premeditate, in disegni architettati da lungo, tra i nemici d'ogni libertà, errori ch'escirono da una fiacchezza frutto delle condizioni generali di Francia: spiegarono i più decisivi risultati della guerra con una inferiorità, non esistente, nell'armi, con un menomo errore di tattica di un generale, con un indugio di pochi giorni in una mossa strategica: incolparono i capi della difesa di Parigi perchè non ruppero con un vigoroso assalto la cinta d'assedio, quando oggi sappiamo che ogni vigore di battaglia era impossibile cogli elementi dei quali la difesa poteva disporre e di fronte all'assioma strategico che non si vince un potente esercito ordinato ad assedio se non armonizzando le mosse interne con quello di forze esterne sempre lontane, sempre respinte e disfatte nei loro tentativi per avvicinarsi: pensarono che se agli uomini preposti alla Difesa Nazionale si fossero sostituiti due o tre agitatori violenti, la Francia avrebbe rinnovato i miracoli del 1792 e respinto da sè, come il vulcano fa della lava, l'invasore straniero: dimenticarono che, maturo per forti fatti un paese, i capi non mancano mai—che sola la insurrezione nazionale poteva salvare la Francia—che in una guerra di nazione come quella della Spagna nel 1808, della Grecia nel 1821, della Francia nel 1792, il tradimento compito in un punto non soffoca il moto sugli altri—e che la rivoluzione dell'ultimo secolo ebbe traditori, defezioni, ribellioni interne, dissolvimento d'esercito, clero e patriziato nemici, città di frontiera conquistate dallo straniero, e non cadde per forza altrui: morì suicida, quand'era al sommo della vittoria.

Alle due cagioni di errori accennate s'aggiunse, a mezzo alla guerra, una terza e la più potente coi nostri: il fascino esercitato dalla parola Repubblica. Da quando quella parola fu proferita come formula di Governo in Parigi, i giudizî mutarono: la guerra diventò, per le anime più santamente bollenti di culto all'idea, guerra non di nazioni contendenti per sicurezza o incremento territoriale, ma di principî, di libertà repubblicana contro la monarchia invaditrice. E d'allora in poi si falsarono più sempre i giudizî sui fatti: ogni mossa germanica innanzi parve delitto: ogni necessità inseparabile dalla contesa, ferocia gratuita; ogni esigenza d'un popolo irritato o sospettoso del futuro, vendetta regia. Il vecchio prestigio rivisse tacitamente nei cuori: l'antica speranza che dalla terra accettata da tutti per lunghi anni come iniziatrice di progresso all'Europa partisse finalmente il segnale di rimettersi in via rialbeggiò nella mente dei migliori tra i nostri giovani. La formazione del campo Italiano, che fu poi l'esercito dei Vosgi, ebbe luogo.

Gloria a quei giovani, a quei che diedero la vita e a quei che l'offrirono! Speranza della nostra terra e della nostra fede, essi meritano da noi tutti amore e riconoscenza. La più splendida pagina della guerra, solenne di fratellanza e di solidarietà dei popoli nel futuro, fu scritta da essi e segnata, come s'addice a uomini che sentono l'unità umana nell'accordo tra il pensiero e l'azione, col sangue. E quella pagina, lezione profonda alla Francia, dirà per quanto duri la storia: «voi, quando eravate ancora alteri d'una bandiera repubblicana, lasciaste ch'altri vi trascinasse a sgozzare la nostra Repubblica in Roma; i repubblicani d'Italia accorrono a morir per la vostra.» È vendetta nobile e repubblicana davvero; e Dio vi benedica, o giovani, per averla compita. Non è colpa vostra se non poteste, facendo altro, porger più valido ajuto alla fede nostra e alla Francia.