Dell'agitazione slava, del moto, crescente negli ultimi cinquanta anni, che affatica le popolazioni delle due zone e le sospinge a costituirsi Nazioni, dovremo parlare più volte e additare le immense conseguenze del fatto di una vasta famiglia umana, muta finora e senza vita propria costituita e ordinata, chiedente oggi, come la famiglia teutonica sul perire del politeismo, diritto di parola, e di comunione coll'altre famiglie europee. Ma possiamo intanto affermare che per quanti hanno studiato con occhio attento e profondo quel moto, il suo non lontano successo è certezza. Non si tratta più d'impedirlo o dissimularlo, ma di dirigerlo al meglio e di trarne, allontanandone i pericoli, le conseguenze più rapidamente favorevoli al progresso europeo. Il moto delle razze slave che, salutato e ajutato come fatto provvidenziale, deve ringiovanire di nuovi impulsi e d'elementi d'attività la vita europea e preparare, ampliandolo, il campo alla trasformazione religiosa e sociale fatta oggimai inevitabile, può, se avversato, abbandonato o sviato, costare all'Europa vent'anni di crisi tremenda e di sangue.
E i pericoli sommano in uno: che il moto ascendente slavo del mezzogiorno e del nord cerchi il proprio trionfo negli ajuti russi e conceda allo Tsar la direzione delle proprie forze. Avremmo in quel caso un gigantesco tentativo per far cosacca l'Europa, una lunga e feroce battaglia a pro d'ogni autorità dispotica contro ogni libertà conquistata, una nuova èra di militarismo, il principio di nazionalità minacciato dal concetto d'una monarchia europea, Costantinopoli, chiave del Mediterraneo, e gli sbocchi verso le vaste regioni asiatiche in mano allo Tsar: invece di una confederazione slava fra i tre gruppi, slavo-meridionale, boemo-moravo e polacco, amici a noi e alla libertà, l'unità russo-panslavistica ostile: invece di 40 milioni d'uomini liberi, ordinati dal Baltico all'Adriatico a barriera contro il dispotismo russo, cento milioni di schiavi dipendenti da un'unica e tirannica volontà.
Il pericolo, checchè altri abbia scritto, non esisteva allo iniziarsi dell'agitazione slava: fu creato dalla falsa immorale politica adottata dalle monarchie. Il moto slavo sorse, come il nostro, spontaneo dagli istinti e dal giusto orgoglio dei popoli, dai germi di futuro cacciati nelle tradizioni storiche e nei canti popolari, dagli esempî d'altre Nazioni, dal destarsi d'idee che volevano e non trovavano libero sfogo, dalla coscienza svegliata al senso d'una missione da compiersi scritta nel disegno divino che informò l'Europa a fati progressivi comuni. Cagioni siffatte s'avvivano sempre a un alito di libertà e le libere tendenze s'afforzavano naturalmente dagli ostacoli al moto risiedenti tutti nella resistenza e nelle persecuzioni delle monarchie alle quali gli agitatori slavi si trovavano e si trovano ancora aggiogati. Ed è tanto vero che il concetto di federazione slava, pel quale nel 1825 caddero martiri in Russia Pestel, Mouravieff, Bestoujeff e altri ufficiali, assumeva bandiera repubblicana. Ma il rifiuto d'ogni appoggio, la diffidenza di tutti governi e popoli, l'ostinazione dei gabinetti inglesi e francesi a non vedere in una santa aspirazione di popoli se non un maneggio segreto russo e a volerne impedire lo sviluppo col sorreggere l'Impero Turco e l'Austriaco, ricacciarono in parte gli Slavi, avversati, negletti, fraintesi e disperati d'ajuto, verso chi insisteva a susurrare promesse d'eserciti e di guerre emancipatrici. Non piegammo noi Italiani, bestemmianti pochi dì prima ai Francesi in Roma e plaudenti ai ricordi d'Orsini, alle promesse e alle offerte del Bonaparte?
La via che additiamo all'Italia farebbe svanir quel pericolo. Freme intorno alle radici d'ogni moto nazionale un pensiero di libertà e quel pensiero, ch'è anima in Polonia e altrove d'una poesia ignota all'Italia e superiore a ogni poesia posteriore a Byron e Goethe, avrebbe, cancellando ogni fiacchezza verso la Russia dello Tsar, potente e immediato sviluppo il giorno in cui un forte popolo repubblicano stenderebbe agli Slavi una mano fraterna. Chi scrive sa come gli uomini a capo del moto slavo sorridessero alla speranza di quel giorno e si affrettassero a dircelo quando, tra il 1860 e il 1861, il moto italiano assumeva sembianza di moto popolare e Garibaldi, allora fidente nelle forze vive della sua Nazione, guidava i nostri volontarî a scrivere nelle terre meridionali una delle più belle pagine della nostra Storia. La speranza cadde negli animi d'allora in poi. Il machiavellismo servile e l'ignorante paura dei ministri della monarchia spensero l'entusiasmo di quei popoli che avevano intraveduto nell'Italia la Nazione iniziatrice e la videro inferiore a' suoi fati. Ma una parola di fratellanza che accennasse a fatti virili e inaugurasse una politica nuova fondata sul principio di nazionalità ridesterebbe in un subito le sopite speranze e richiamerebbe gli Slavi dall'accettazione forzata d'un ajuto che non amano e del quale paventano, a più largo e popolare concetto. La politica sostenitrice dell'Impero Austriaco e del Turco è, nelle sue conseguenze, politica russa e fomentatrice del panslavismo.
L'Impero Turco e l'Austriaco sono irrevocabilmente condannati a perire. La vita internazionale d'Italia deve tendere ad accelerarne la morte. E l'elsa del ferro che deve ucciderli sta in mano agli Slavi.
III.
Le prime e più importanti conseguenze del moto slavo saranno il disfacimento dell'Impero d'Austria e dell'Impero Turco in Europa. Chi non antivede inevitabili quei due fatti e non sente la necessità di promoverne lo sviluppo, tanto che giovi al progresso generale della civiltà e all'avvenire d'Italia, non usurpi alla sua il nome di politica internazionale: viva, come i ministri della monarchia, d'espedienti, ottenga un giorno un apparente vantaggio scontandolo il dì dopo col disonore e la soggezione del paese, passi senza norma e pegno securo d'alleanza in alleanza per trovarle perdute tutte quando più importerà di non essere soli, tremi davanti alla Francia, davanti alle vittorie prussiane, davanti alle stolide minacce papali e condanni—finchè il paese lo tollera—una Nazione di ventisei milioni d'uomini e che fu due volte iniziatrice nel mondo a nullità assoluta in Europa. Sgoverni e taccia. Senza norma morale, senza intelletto del futuro, senza coscienza d'un fine determinato e un metodo costantemente e arditamente seguìto a raggiungerlo, non esiste vita internazionale possibile.
Rotta appena a occidente dalla stretta zona che si stende da Vienna a Innsprück, a oriente dalla Moldavia non germanica, e avversa essa pure per le sue genti smembrate all'Austria, la circonferenza dell'Impero Habsburghese è slava e da quella larga zona di circonferenza partono raggi che solcano in ogni direzione l'interno. Cifra di popolazione straniera alla razza che governa cedendo, e progresso regolarmente crescente delle agitazioni nazionali condannano l'Impero a dissolversi. Cominciato da noi, seguìto timidamente finora dall'Ungheria, il moto disintegrante non può oggimai più arrestarsi.
A mezzogiorno, le popolazioni slave predominano sulla Turchia. L'Impero Turco è condannato a dissolversi, prima forse dell'Austriaco; ma la caduta dell'uno segnerà prossima quella dell'altro. Le popolazioni che insorgeranno in Turchia per farsi Nazioni sono quasi tutte ripartite fra i due Imperi e non possono agglomerarsi senza emanciparsi dall'uno e dall'altro. L'Impero Austriaco è un'Amministrazione, non uno Stato; ma l'Impero Turco in Europa è un accampamento straniero isolato in terre non sue, senza comunione di fede, di tradizioni, di tendenze, d'attività, senza agricoltura propria, senza capacità d'amministrazione, invasa un tempo dai Greci, oggi dagli Armeni disseminati sul Bosforo, ostili al Governo che servono: immobilizzata dal fatalismo maomettano, la razza conquistatrice, ricinta, affogata da popolazioni cristiane, avvivate dall'alito della libertà occidentale, non ha dato da oltre a un secolo un'idea, un canto, una scoperta industriale e conta meno di due milioni d'uomini circondati da tredici o quattordici di razze europee, slave, elleniche, daco-romane, assetate di vita, anelanti insurrezione. E a questa insurrezione non manca per aver luogo a convertirsi rapidamente in vittoria se non l'accordo fra quei tre elementi gelosi anch'oggi per vecchî ricordi di guerre e oppressioni reciproche, l'uno dell'altro.