Questo per la Francia e per amor di giustizia. Ma per l'Italia? Per l'Italia dove il moto ascendente della classe operaja si svolge mirabilmente, inalterabilmente temperato e pacifico? Dove gli uomini del Lavoro non hanno sparso altro sangue che il proprio a pro dell'Indipendenza e della Unità della Patria? Dove i sistemi socialisti settarî di Francia e d'altrove non hanno trovato seguaci visibili? Dove l'Apostolato delle Associazioni move, in tutti i suoi atti, dalla santa idea del Dovere e tace, forse soverchiamente, ma per amore all'Unità incompiuta finora dell'Italia, del diritto che sorge dal dovere compiuto? Dove le agitazioni, se agitazioni furono tra gli operaî, ebbero sempre a motore il senso dell'onore italiano violato, della grandezza della Patria tradita, non mai il miglioramento delle loro condizioni economiche? A che il grido selvaggio d'allarme? A che l'insulto non provocato? A che l'annunzio d'un grave imminente pericolo gettato fra le classi agiate perch'esse s'ordinino a resistere e prevenire?[161] È tristizia? È follia? o più verosimilmente calcolo nefando d'uomini che, avversi tanto più ferocemente alla Repubblica quanto più furono, pressochè tutti, repubblicani un tempo e li irrita il rimorso d'aver ceduto a seduzioni volgari di potere o di lucro, afferrano per combatterci e impaurire i creduli ogni arme sleale? Questa nostra classe operaja delle città, che gli stranieri ammirano superiore, se non per istruzione, per moralità di principî e sobrietà di condotta, a quante altre popolazioni artigiane ha l'Europa, può sprezzare, gazzettieri di parte monarchica, le vostre calunnie: i suoi titoli stanno sui registri dei morti nelle patrie battaglie dalle Cinque Giornate in poi: come i suoi padri che fecero grande l'Italia, essa è repubblicana perchè tutti i forti nobili ricordi della sua terra le parlano di repubblica e tutte le memorie di servitù, disonore e persecuzione le parlano del reggimento che sottentrò; ma non perch'essa veda nel mutamento esclusivamente un gradino al proprio miglioramento materiale o perchè, ròsa da ingiuste e turpi passioni d'invidia o vendetta, macchini guerra ad altre classi prima d'esse emancipate e pur troppo sovente immemori del dovere e del fine comune: non falsò il problema che involve l'avvenire d'Italia: non traviò dietro a sistemi che mirano a traslocare colla violenza il benessere da una ad un'altra zona sociale: non sostituì gli appetiti materiali all'adorazione dello spirito, dell'umana dignità e del progresso per tutti: non scisse, come in altri paesi, il campo dei credenti nella nostra fede, separando la vita economica dalla vita politica, dalle sante aspirazioni a una missione nazionale da compiersi colle forze di tutti. E voi che avete rinnegato quella missione pel fatto potente dell'oggi, sagrificando le convinzioni dell'intelletto a un officio, a un titolo, a una pensione, voi che nel poco contatto avuto per calcolo politico colle Associazioni operaje tentaste di persuaderle in Torino, in Milano, in Napoli ad abbandonare ogni pensiero, ogni dovere di cittadini per non occuparsi che delle proprie condizioni materiali, spingendole così al vizio ch'oggi atteggiandovi a puritani rimproverate, voi che, irritati dal generoso rifiuto delle più tra le Associazioni, le denunziate all'Europa come fomite di perdizione e chiamate gli agiati a premunirsi contro il pericolo, siete a un tempo calunniatori e—se noi fossimo capaci più d'ira che di disprezzo—imprudenti.

Lasciamo i tristi gazzettieri all'oblìo. Ma tra gli uomini che s'intitolano, non intendiamo il perchè, moderati, come se tra il bene e il male del paese la parola moderazione potesse aver senso, al di sotto delle poche centinaja di faccendieri raggiratori che invadono le altre sfere, sono migliaja d'Italiani che amano come noi la patria, illusi di buona fede sulle vie che guidano al suo incremento e non d'altro colpevoli che di lasciarsi ciecamente ingannare, tra per soverchia arrendevolezza d'animo, tra per ignoranza di noi e delle nostre idee, da quei pochi raggiratori. Molti fra i nostri confondono queste due classi d'uomini e hanno torto. I primi illudono, e con essi s'ha da fare assoluto divorzio: i secondi non sono che illusi, e ci corre debito fraterno d'insistere a illuminarli e richiamarli al severo esame dei fatti. E a questi diciamo:

Voi non avete in Italia minaccia di pericoli sociali, di guerre tra classe e classe, di sconvolgimenti inspirati da ree passioni o da cupidigie volgari. Gli artigiani delle nostre città, miseri e angustiati come pur troppo sovente sono, non trascorrono a pensieri di violenza o mutamenti ingiusti e arbitrarî per sottrarre la loro vecchiaja alle crisi inevitabili d'una condizione che concede raramente la possibilità di risparmî: costituiscono, per senno istintivo, pazienza e amore intenso, disinteressato, di patria, una delle migliori speranze del nostro avvenire; e spira in essi un alito di quella virtù cittadina che animava le generazioni di popolani per le cui opere le antiche nostre Repubbliche diedero spettacolo unico al mondo di prosperità e di grandezza. Scendete tra essi: affratellatevi: interrogateli. Vissi, io che scrivo, con essi, e li vidi—quando proscritto e dannato nel capo dai governucci d'Italia, cercavo, volendo pure di tempo in tempo rivedere la terra che mi diè vita, asilo nelle loro case—a piangere sulle pagine di storia che registrano le nostre sciagure, a inorgoglirsi d'orgoglio generoso su quelle che ricordano le nostre glorie passate. Quando il primo incerto e debole soffio di libertà corse le nostre contrade ed essi se ne giovarono a raccogliersi in associazioni, la loro vita collettiva non varcò mai, ordinati i modi d'ajuto reciproco, al di là d'una giusta speranza di lento e pacifico progresso economico e d'un vivissimo desiderio d'una educazione che li rendesse capaci di giovare più efficacemente all'inalzarsi dell'edifizio italiano, all'onore, alla potenza, alla legittima influenza della bandiera italiana nel mondo: Nizza, Lissa, Custoza irritano le anime loro più assai che lo squilibrio frequente fra i salarî e le necessità della vita per sè e le famiglie; la servile politica seguìta dai nostri ministri e le transazioni col Papa che profanano Roma suscitano più fremito in essi che non l'ingiusto riparto dei frutti d'una produzione senza essi impossibile. E oggi, quando il numero cresciuto e l'ordinamento diffuso potrebbero, colla coscienza d'una forza importante, destarli a disegni più rapidi, a meno tolleranti esigenze, io non odo, nel mio contatto con essi, una voce che accenni ai concetti, cagione in altre terre di terrore alla classe abbiente, ma soltanto voci d'affetto all'Italia, di dolore per quanto la offende e profferte di sacrificî e d'opere attive a pro d'essa: fidano pel resto nella Patria rinata e nei beneficî inseparabili della Libertà. No: com'è vero che crediamo in Dio e nell'anima nostra immortale, voi non dovete, lo ripetiamo, paventare per quanto concerne le eterne basi dell'ordine sociale dalle classi artigiane d'Italia o da noi che da un terzo di secolo combattiamo, a viso aperto e senza riguardo al possibile allontanarsi da noi d'uomini traviati di parte nostra, le intemperanze e gli errori dei sistemi socialisti, come a viso aperto e senza riguardo allo stesso pericolo combattiamo il materialismo.

Rassicuratevi dunque; ma badate: le condizioni d'armonia, di concordia civile, delle quali andiamo alteri e che darebbero al nostro risorgere un carattere perduto in Francia e minacciato in Inghilterra, non dureranno se non ad un patto: che siate antiveggenti, giusti, devoti al progresso comune, come le classi operaje sono pazienti, tolleranti, devote alla Patria più che ai loro vantaggi materiali. Ogni diffidenza non meritata irrita chi ne è fatto segno: ogni accusa come quelle che, vergognando per chi le scrisse, abbiamo citate, infonde inconscia una amarezza nelle anime che può produrre gravi effetti più tardi: ogni perenne oblìo dei diritti creati da sacrificî compiti a una classe di fratelli, può suscitare in essa il pensiero di conquistarli colla forza, cieca sempre e travalicante oltre il segno. Pensateci. Al noncurante egoismo degli agiati di Francia, all'imprudenza d'un sistema col quale i vincitori d'un giorno negarono al popolo che aveva combattuto per essi il programma politico ed economico conquistato, è dovuta gran parte dei traviamenti e delle esagerazioni che lamentate e lamentiamo con voi: abbandonata e delusa, la classe artigiana seguì per diverse vie quanti agitatori, repubblicani o dittatoriali, furono ad essa più larghi di speranze e promesse. Gli operaî italiani hanno da ormai cinquant'anni dato l'obolo e il sangue a quanti nobili tentativi vi guidarono al possesso di quanti diritti di elettorato, di stampa d'ufficî or voi possedete: non lo rammentano adesso perchè vedono tuttora mutilata l'Unità della Patria e minacciata l'Indipendenza: ma lo rammenteranno il giorno in cui l'una e l'altra saranno fatte secure; e il come, con quale tendenze o fremere di passioni, dipenderà, ricordatevene, dalla vostra condotta dell'oggi. È il manifesto decadimento di tutte le instituzioni esistenti; il difetto di virtù iniziatrice in tutti i Governi; l'incapacità loro di andare oltre una stolta, infeconda dottrina di resistenza; il dualismo esistente più o meno per ogni dove tra governanti e governati; l'assenza di ogni credenza, d'ogni patto comune, norma agli atti della vita internazionale; le aspirazioni, i tumulti frequenti in ogni angolo dell'Europa; il sorgere di popoli a formare Nazioni nuove e il lento progressivo smembrarsi di vecchî Stati; le guerre, le insurrezioni, le paci brevi ed incerte; il bene e il male che si svolgono alterni davanti a noi: tutto v'avverte che il problema è generalmente, non di lente e graduali riforme, ma di Rivoluzione fondamentale; che, come andiamo e andremo ripetendo ogni giorno, un'epoca di civiltà sta morendo, una nuova deve ordinarsi sul suo sepolcro. Pretender di chiudere il varco all'Avvenire è follìa: follìa il non curarlo e nascondere, come lo struzzo, il capo dentro la sabbia per non vedere il nemico che si avvicina. Tutti i problemi secondarî della vita stanno racchiusi in quell'Avvenire e ne dipendono. E quasi tutte le convulsioni d'anarchia, di risse civili, di rovina economica, che afflissero negli ultimi cento anni i popoli d'Europa, derivarono, a chi ben guarda, dalla improvvida noncuranza, dalla resistenza tentata, dalla ostinazione delle classi già fornite d'educazione intellettuale e ricchezza a non voler assumersi l'iniziativa degli inevitabili mutamenti e averla invece lasciata ai casi fortuiti o agli istinti, buoni quasi sempre, ma facili a traviarsi, delle moltitudini.

E uno dei principali caratteri di quest'Epoca nuova che albeggia, di questo moto europeo, è visibilmente la tendenza all'associazione, all'associazione proposta al libero assenso dell'individuo, siccome fine d'ogni suo sforzo e missione della sua vita; e il principale nuovo elemento, chiamato a tradurre in atto la nuova tendenza, è l'elemento delle Classi operaje. Ogni epoca reca infatti con sè una definizione della Vita; ed è in oggi la definizione, che sostituisce la legge del Progresso a quella della caduta e dell'espiazione:—un'idea del fine da cercarsi, ed è l'idea dell'Associazione che sottentra all'attività individuale:—un nuovo elemento, stromento aggiunto, per raggiungerlo, agli altri; ed è, al di fuori dei popoli già costituiti, l'elemento slavo; in seno a ogni popolo, l'elemento operajo.

Il moto ascendente delle classi artigiane nelle città ha data oggimai da un secolo; lento ma tenace nel suo progresso e procedente di decennio in decennio colla legge del moto accelerato, e crescente negli ultimi vent'anni, visibilmente per tutti, in intensità ed estensione e acquistando via via ordinamento, potenza reale e coscienza d'essa. Traviato sovente altrove e guasto, in parte mercè l'altrui resistenza, da germi d'anarchia, è in Italia moto maestoso di fiume che aumenta la propria piena senza minacciar di sommergere le terre attraverso le quali scorre fecondatore. E dovrebbe far balzare l'anima di gioja a quanti Italiani sanno amare e vedono, nell'inalzarsi di tutti gli elementi che la compongono, l'inalzamento della Nazione e un pegno della futura Unità. Non siamo noi, tutti quanti nascemmo e nasciamo su questa diletta terra Italiana, fratelli e stretti ad un patto e necessarî tutti al compimento dei fati della Nazione? Non è l'Unità morale onnipotente mallevadrice dell'Unità materiale? E può l'unità morale fondarsi e viver perenne sopra basi che non siano d'eguaglianza e d'associazione?

II.

Noi intendiamo il dubbio e l'esitanza dei più davanti alla prima proposta d'un mutamento, d'un grado di progresso da salirsi, quando s'affaccia subita, proferita da poche voci, assoluta e minacciosa alle basi dell'esistente assetto sociale e isolata da ogni tradizione.

Ma quand'essa si presenta parte di tutto un moto d'emancipazione collegato colla vita provvidenziale dell'Umanità e anello logicamente aggiunto alla catena della Tradizione universale—quand'essa persiste crescente per lunghi anni, attraverso ogni sorta di prove, e conquista gradatamente a sè un maggior numero d'intelletti—quando il suo fine è sulla via del fine generale assegnato all'Umanità e le sue conseguenze non accennano a rovina di giusti interessi attuali e di diritti legittimamente acquistati, pecca contro Dio e contro gli uomini, tenta l'impossibile e provoca riazioni tremende chi ad essa resiste.

Debito d'ogni uomo che ama davvero il paese e intende la Legge morale è ajutarla e dirigerla per le vie più pacifiche alla vittoria.