Schiudere all'Italia, compiendo a un tempo la missione d'incivilimento additata dai tempi, tutte le vie che conducono al mondo asiatico: è questo il problema che la nostra politica internazionale deve proporsi colla tenacità, della quale, da Pietro il Grande a noi, fa prova la Russia per conquistarsi Costantinopoli. I mezzi stanno nell'alleanza cogli Slavi meridionali e coll'elemento ellenico fin dove si stende, nell'influenza italiana da aumentarsi sistematicamente in Suez e in Alessandria e in una invasione colonizzatrice da compirsi, quando che sia e data l'opportunità, nelle terre di Tunisi. Nel moto inevitabile che chiama l'Europa a incivilire le regioni africane, come Marocco spetta alla Penisola Iberica e l'Algeria alla Francia, Tunisi, chiave del Mediterraneo centrale, connessa al sistema sardo-siculo e lontana un venticinque leghe dalla Sicilia, spetta visibilmente all'Italia. Tunisi, Tripoli e la Cirenaica formano parte, importantissima per la contiguità coll'Egitto e per esso e la Siria coll'Asia, di quella zona africana che appartiene veramente fino all'Atlante al sistema europeo. E sulle cime dell'Atlante sventolò la bandiera di Roma quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò Mare nostro. Fummo padroni, fino al V secolo, di tutta quella regione. Oggi i Francesi l'adocchiano e l'avranno tra non molto se noi non l'abbiamo.

Sono i disegni, ai quali accenniamo e che andremo via via svolgendo, utopie? Gli uomini della monarchia lo diranno e schernendo: sono uomini pratici. Ma la storia più pratica d'essi ha registrato e dirà che, scherniti dagli uomini pratici, noi predicavamo trentanove anni addietro l'Unità d'Italia ed è, materialmente almeno, quasi compita; che, scherniti, annunziavamo fin da quel tempo l'Unità Germanica, e si sta compiendo; scherniti, affermavamo perduta in Francia ogni potenza d'iniziativa e i fatti d'oggi provano che soli avevamo veduto il vero. I pratici dicevano nel 1848 impossibili le Cinque Giornate, ed ebbero luogo: ci predicevano nel 1849 che non avremmo potuto difendere Roma contro i Francesi due giorni, e la difendemmo due mesi: dicevano ai Veneti che si affrettassero a calare la bandiera repubblicana perchè senza l'ajuto dinastico sarebbero stati incapaci di resistere all'Austria tre settimane, e Venezia si dava alla monarchia, non riceveva ajuto alcuno da essa e nondimeno durava diciotto mesi. I pratici non seppero finora che movere quando s'avvidero che inoltravano davvero, sull'orme nostre, usurpare guastandoli i nostri disegni, porsi indosso a tempo e insozzandolo di codardie, imprevedute da tutti fuorchè da noi, il manto tessuto dalle nostre mani. I pratici cedevano tremanti Nizza e Savoja a un uomo del quale i poveri utopisti repubblicani del Messico iniziavano, resistendo trionfalmente, la rovina. I pratici si vincolarono a rispettare il territorio del Papa, diedero in pegno la scelta di Firenze a metropoli e s'arretrerebbero anch'oggi davanti a Roma, se gli utopisti non minavano il trono a Luigi Napoleone e la parola repubblica non si proferiva dagli utopisti in Parigi. Meschina parodia dei dottrinarî francesi, i pratici moderati non hanno dato un'idea, un precetto morale, un giorno di vera vita all'Italia. Tra le angustie di un disavanzo che promettono cancellar d'anno in anno e che ricompare d'anno in anno ostinato, tra gli espedienti di nuove tasse aggiunte alle antiche non pagate o incompiutamente pagate, tra disegni d'alleanze contraddittorie colla Francia un giorno, colla Prussia un altro, coll'Austria un terzo, i vinti di Lissa e Custoza trascinano un'esistenza che poggia sul trionfo rimpicciolito d'alcune idee nostre, d'alcune formule usurpate a noi, guaste da essi come le vivande imbandite da altri erano guaste dalle Arpìe irruenti; ma pur potenti abbastanza per sedurre gl'Italiani a rispetto. Governano alla giornata ajutandosi delle forze passive che trovano, senza virtù per creare un solo nuovo elemento o per infondere uno spirito di progresso negli esistenti. Irridono alle idee perchè hanno l'amaurosi dell'anima e non possono intendere ciò che non vedono.

Le grandi idee, noi lo abbiamo detto più volte, fanno i grandi popoli. E le idee non sono grandi pei popoli se non in quanto travalicano i loro confini. Un popolo non è grande se non a patto di compire una grande e santa missione nel mondo, come appunto l'importanza e il valore d'un individuo si misurano da ciò ch'ei compie a pro della società nella quale ei vive. L'ordinamento interno rappresenta la somma dei mezzi e delle forze raccolte pel compimento dell'opera assegnata al di fuori. Come la circolazione e lo scambio danno valore alla produzione e l'avvivano, la vita internazionale dà valore e moto alla vita interna d'un popolo. La vita nazionale è lo stromento; la vita internazionale è il fine. La prima è opera d'uomini; la seconda è prescritta e additata da Dio. La prosperità, la gloria, l'avvenire di una Nazione sono in ragione del suo accostarsi al fine assegnato.


LE CLASSI ARTIGIANE [159]

I.

Se noi fossimo, come taluni affettano di credere, partigiani irosi e guidati esclusivamente dal desiderio di vincer comunque, avremmo salutato il linguaggio della stampa monarchica intorno ai fatti di Francia come potente indizio di fiacchezza sentita nella parte avversa. Da quel linguaggio, come dalla proposta di leggi eccezionali per la pubblica sicurezza—come dagli annunzî esagerati di nuove mene repubblicane perchè qualche ufficiale legge la Roma del Popolo—come dalle spese di guerra, profuse non pel di fuori da dove nessuno minaccia, ma per antivigenze interne—trapela il terrore dell'avvenire, la coscienza dell'impossibilità di riconquistare il terreno perduto. Servi di Francia e presti a trascinar la Nazione in una rovinosa immorale alleanza quando speravano nelle vittorie del Bonaparte, ligi alla Prussia poi che videro disfatto l'Impero e s'illudevano a credere che l'armi di re Guglielmo avrebbero rifatto in Francia una monarchia, gli uomini avversi al principio che sosteniamo s'irritano oggi sino al furore contro gl'insorti a pro del Comune parigino: chiamano orda, bordaglia pazza di furore e di lucro duecentomila elettori che votano placidamente la scelta de' membri del municipio: inorridiscono, essi che tacquero e tacciono sulle proscrizioni del Due dicembre, sulle fucilazioni messicane, sopra ogni sangue versato da mano regia, alle uccisioni—son due e conseguenza d'eccitamento parziale riprovato da quei che reggono—commesse in Parigi; e diresti tornati i giorni terribili del 1793. Come i tori, i gazzettieri della monarchia insaniscono all'apparire di un cencio rosso.

Ma il rimproverare, tra due espressioni di orrore pel sangue di due individui, l'Assemblea di Versailles d'esitazione codarda perchè non s'affretta ad affogare a Parigi nella guerra civile—il far arme d'un conflitto suscitato da cagioni speciali in un luogo e d'alcuni fatti isolati per eccitare a reazione di spavento quei che governano altrove—il desumere, dalla parte qualunque che una Associazione può avere in quel conflitto e in quei fatti, argomento a levare un grido di crociata contro tutta una classe straniera in Italia a quell'Associazione—il segnare una linea ostile di separazione tra le aspirazioni degli operaî e i diritti degli agiati[160]—è tal cosa che dovrebbe rattristare profondamente tutte le anime oneste e vogliose del bene in Italia. Che! Sono i protettori dell'ordine giunti a tale, da sostenerlo calunniando deliberatamente tutta una classe di cittadini e seminando i germi d'una guerra civile? E che sarebbe, se noi fossimo capaci di raccogliere il guanto?

Noi non possiamo essere sospetti di cieco favore pei fatti che vanno svolgendosi fatalmente in Parigi. Non aspettiamo il pensiero iniziatore della nuova Epoca dalla Francia: il materialismo, sceso come sempre dalla sfera filosofica generalmente nelle anime, è—finchè dura—ostacolo insuperabile a quel pensiero. Abbiamo giudicato con dolore, ma severamente, le cagioni della guerra e dell'inferiorità rivelata in essa dalla Francia. E l'idea che predomina sul moto attuale è idea che, dove fosse universalmente accettata, condurrebbe rapidamente a esagerazioni di spirito federalista fatale ad ogni unità morale, a ogni missione collettiva, a ogni cosa che fa grande e giovevole all'Umanità una Nazione. Ma il linguaggio di quei gazzettieri sui fatti dell'oggi è nondimeno mera calunnia. Quel moto non ha rivelato finora programmi o intenzioni che provochino le parole avventate contr'esso: non sorgeva se l'Assemblea non manifestava—e senza coraggio di tradurle in fatti—tendenze positivamente monarchiche: cesserebbe anch'oggi se la scelta d'altri uomini agli ufficî, una esplicita dichiarazione repubblicana e pochi atti, che fossero pegno di sincerità nel volere e d'energia nell'osare, accertassero gli insorti che la Repubblica non sarà tradita nelle mani del monarca caduto o d'un nuovo. L'insurrezione parigina è protesta repubblicana—ed è questo, benchè nol dicano, il segreto dell'ire dei gazzettieri monarchici—contro le opere d'un'Assemblea colpevole d'aver sancito col voto lo smembramento territoriale della Francia, colpevole di tendere a rapirle l'unico compenso possibile in tanta sciagura, un Governo di popolo che assicuri almeno internamente la Libertà. Ponendo i fati di Francia nelle mani d'un uomo che rappresenta per l'indole delle teorie le idee essenziali del Bonapartismo o per vincoli individuali le pretese degli Orléans, affidando gli avanzi dell'esercito alla condotta dei generali di Luigi Napoleone, evitando studiosamente la parola repubblica e ricusando di raccogliersi in Parigi perchè città dichiaratamente repubblicana, l'Assemblea decretò inevitabile la protesta. Forse, se invece di pellegrinare in Francia e altrove o rimanere in un'Assemblea della quale diffidano, gli uomini influenti per potenza d'intelletto e fede repubblicana provata si fossero frammisti quasi inspiratori agli ignoti del Comitato Centrale, quella protesta non si sviava e s'evitava la guerra civile, triste sempre, tristissima di fronte all'invasore straniero.