Abbiamo detto e diremo senza ritegno e senza calcolo di conseguenze immediate possibili ciò che ci sembra vero agli uni e agli altri. Taluni dei nostri amici ci consigliano di tacere su certe questioni e di modificare il nostro linguaggio sovr'altre: correte rischio, dicono, d'allontanare da voi giovani nemici accaniti del sistema che voi combattete e che sarebbero forse primi, occorrendo, all'azione. Non possiamo accogliere quel consiglio. Se, perchè siamo repubblicani, dobbiamo far nostra la massima: la bandiera copre la merce, e accettare l'assurdo, retrogrado, politicamente immorale concetto di repubblica trovato novellamente in Parigi e sul quale dovremo tornare, meglio è gettare la penna e tacere. Se, perchè ad alcuni giovani piace di rinnegare la tradizione intera dell'Umanità, di chiamare Scienza la più o meno accurata descrizione dei fenomeni organici e la negazione della causa di quei fenomeni, di dirsi atei e nemici d'ogni religione soltanto perchè non credono nell'attuale, dobbiamo tacere di filosofia religiosa e desumere la missione e i fati della nostra patria dal concorso fortuito degli atomi o da un numero determinato di combinazioni passive d'una data quantità di materia, meglio è lasciare che caso e materia operino a senno loro e limitarci a registrare—e a rispettare—gli eventi. Le idee sono per noi una cosa santa. Non possiamo velarle o distribuirle a dosi omeopatiche per piacere ad altri e nella speranza che una parte infinitesima sia inavvertitamente assorbita. Le tattiche parlamentari non sono da noi, nè valgono a mutar gli Stati e collocarli sotto l'egida d'un nuovo principio. Noi amiamo sovra ogni altra cosa l'Italia; ma la vogliamo connessa colla vita e col progresso dell'Umanità, faro tra i popoli di moralità e di virtù. Vogliamo repubblica, ma pura d'errori, di menzogne e di colpe: a che varrebbe l'averla, se dovesse nudrirsi delle passioni, delle ire, dell'egoismo che combattiamo? Diversi dai sognatori che predicano pace a ogni patto, anche di disonore per le nazioni, e non s'adoprano a fondar la Giustizia unica base di pace perenne, noi crediamo, in dati momenti, sacra la guerra; ma questa guerra deve combattersi nei limiti della necessità, quando non è via, se non quella, al bene, diretta da un principio religioso di Dovere, leale, solenne, coll'altare della Clemenza eretto di fronte all'altare del Coraggio, non contaminata di vendetta, di brutale ferocia, di sfrenato orgoglio dell'io: se la nostra guerra diventasse quella delle soldatesche educate in Africa alle stragi del 2 dicembre o la combattuta recentemente in Parigi, non meriteremmo di vincere. Ignoriamo se dicendo questo noi siamo inferiori o superiori alla situazione: sappiamo che la Repubblica ha preso obbligo col mondo d'essere migliore dell'Instituzione avversa e ci dorrebbe che i repubblicani lo dimenticassero.
Il senso morale s'è smarrito in Francia sotto la lenta dissolvente opera del materialismo sociale pratico sceso negli animi dal materialismo filosofico. Non crediamo che, dalla China in poi dove la separazione della Morale da una credenza religiosa impietrì l'intelletto e vieta da duemila anni ogni progresso, prova più solenne di questa sia mai stata data a noi tutti delle fatali conseguenze che il materialismo trascina dietro a sè quando invade, non come momentanea protesta contro una fede spenta, ma come dottrina inviscerata nelle abitudini, le membra d'una Nazione. Gli ingegni superficiali e irriverenti alle severe lezioni dei grandi fatti e all'importanza delle questioni che trattano possono sfogarsi in maledizioni impotenti a Thiers, a un generale bonapartista, a una o ad altra congrega d'uomini, come cagioni determinanti delle tristi cose che accadono. Ma dicano, se possono, perchè dal 1815 in poi la Francia s'aggiri in un cerchio fatale, senza escita, d'esperimento in esperimento, di delusione in delusione: dicano perchè la parte repubblicana, potente di verità, di giustizia, d'intelletto, d'energia e di favore—non fosse che per patimenti durati e sete di mutamento di popolo—non possa finora vincere, sorga, trionfi e invariabilmente ricada: dicano perchè poteri invecchiati e consunti, perchè Instituzioni impotenti a inspirare amore e incapaci d'ogni virtù iniziatrice durano tuttavia scimiottando la vita e chiudono, fantasmi temuti, la via che guida al futuro. Uomini come Thiers, Assemblee di gente mediocre come quella di Versailles sono strumenti di cagioni, non cagioni. Davanti a un moto repubblicano fondato sopra un concetto di Vero e sull'amore sincero del Bene, sfumerebbero come sfumerebbe il Papato davanti a un popolo forte non di semplici negazioni, ma d'una fede religiosa migliore.
In Francia, il materialismo, insinuato prima dai tristi esempî di corruzione dati dai principi e dalle corti monarchiche, suggerito dal freddo incerto mentito deismo di Voltaire e d'altri fra i così detti filosofi che volevano, in nome di non sappiamo quale aristocrazia dell'intelletto, libertà assoluta per sè e un vincolo qualunque di religione pel popolo, si rivelò apertamente sul finire del secolo XVIII con Volney, Cabanis e più giù con d'Holbach, Lametrie, l'autore del Sistema della Natura, e altri siffatti. Per questi atei, i più tra i quali—ed era logica—furono poi, tra i muti del Senato conservatore o altrove, servi sommessi di Napoleone, il pensiero non era che una secrezione del cervello, definizione della Vita era la ricerca del ben essere, la sovranità era diritto di ciascun individuo, vincolato soltanto a non violare il diritto altrui. Là, nell'accettazione teorica o pratica, conscia o inconscia, di quelle stolte esose dottrine, sta il germe della rovina di Francia—e della nostra, se mai per la loro predicazione, impresa da giovani inconsiderati, migliori per ventura del loro linguaggio, prevalessero anche fra noi.
Cancellata così ogni idea d'adorazione a un ideale superiore comune di vita collettiva dell'Umanità, di fine assegnato all'esistenza terrestre, di Dovere comandato a raggiungerlo, di sovranità di una Legge Morale preordinata, non rimase a norma degli atti se non la nuda idea del diritto, della sovranità individuale, idea senza base per sè, inefficace in ogni modo a risolvere i grandi problemi che cominciavano ad agitarsi nell'anime. Quell'idea non può—se pure—guidare che alla libertà; e a risolvere quei problemi bisognava risolvere prima quello dell'associazione. E le conseguenze alle quali accenniamo, sono inevitabili, fatali. Noi sappiamo che, come s'incontrano in oggi uomini credenti a un tempo nel dogma cristiano e nella Legge del Progresso, molti fra gli attuali materialisti si professano credenti nel Dovere, nella vita collettiva e progressiva dell'Umanità, nell'Associazione, in ogni idea promulgata dal nostro campo; ma la patente contradizione non prova, se non che in molti uomini gl'impulsi del cuore sono, per ventura, migliori delle loro facoltà intellettuali e della loro potenza di logica. Nessuno può presumere d'educare altri—e la questione è per tutti noi di trovare un principio d'Educazione—a contradirsi ed essere illogici perennemente! nessuno può dire ad un popolo: «tu crederai nella caduta e nella redenzione e ad un tempo nel Progresso come in Legge data da Dio alla Vita»: nessuno può dirgli: tu crederai nel Dovere e nel Sacrificio, ma non crederai in una Legge Morale prefissa da un Intelletto supremo su tutti, nè in cosa alcuna fuorchè nella sovranità di ciascuno degli uomini che s'agitano nel tuo seno. Gli individui possono rinnegare per un tempo la logica e spassionare l'orgoglio a parlare di quello che non intendono: un popolo intero nol può. Togliete ad esso Dio, cielo, ideale, immortalità di progresso, nozione d'una Legge Provvidenziale prestabilita e il vincolo comune d'un fine assegnato; e lo vedrete guardare esclusivamente a' suoi interessi materiali, combattere, ma unicamente per essi, sperare per soddisfarli nella sola forza, soggiacere volonteroso a ogni potente che prometta curarli, sostituire alla sovranità dell'intelletto fecondato dall'amore quella dei proprî appetiti e delle proprie passioni. In questa ineluttabile necessità sta, lo ripetiamo, la sorgente di tutti gli errori, di tutte le colpe francesi.
La falsa teoria della sovranità dell'io, la falsa dottrina che ogni popolo, ogni individuo appartiene a sè stesso e non al fine che gli è prescritto, che deve a ogni patto cercar di raggiungere e che solo dà valore e consecrazione alla vita, trascinarono, nella Rivoluzione Francese, non dirò Hebert, Chaumette e altri siffatti alle orgie di terrore e di sangue che spaventarono e spaventano tuttora i popoli, ma uomini come Brissot e Isnard alla negazione d'ogni Sovranità Nazionale, al predominio delle più piccole località sull'insieme, al federalismo logicamente spinto fino alla sovranità del campanile di ogni comune che, ingiustamente attribuiti ad altri, costarono al paese il miglior sangue della Gironda e, riprodotti in oggi dagli insorti di Parigi, costano un nuovo grado di decadimento alla Francia. Poi sottentrò, accolto da un popolo stanco di stragi cittadine e al quale il terrore avea già insegnato a prostrarsi davanti alla vittoria e alla Forza, Napoleone; e nel secondo periodo della sua dominazione, quando il senso d'una missione perì in lui sotto l'orgoglio del Potere e la tendenza a sprezzare i popoli che lo adulavano, egli scavò più profondo il solco del materialismo pratico nell'anima della Francia, rinnovando, per calcolo errato, una larva di potenza a un Cattolicesimo incadaverito e nel quale ei non credeva: ponendo in luogo della Nazione sè stesso e un esercito, creando in quell'esercito l'idolatria della bandiera senza riguardo al principio che solo può santificarla, e nella Nazione l'idolatria della Gloria e della Conquista senza riguardo al fine pel quale è mietuta la prima, e alla missione d'incivilimento che sola può far talvolta legittima la seconda; aborrendo, perchè ne temeva, le idee e accarezzando soltanto una scienza collettrice di fatti; avvezzando i Francesi a credere che quanto la Francia voleva e poteva era diritto. Poi vennero le due Ristaurazioni Borboniche—il materialismo superstizioso della prima combattuto dal Voltairianismo borghese—il culto degli interessi materiali promosso sistematicamente dalla seconda a sviare il popolo dal culto dei grandi principî—la menzogna perenne degli uomini dell'Opposizione tendenti come i nostri d'oggi a minare una Instituzione e nondimeno giurandole fedeltà e acclamando al monarca pur congiurando contro la monarchia—una politica internazionale destituita d'ogni principio e fondata sfacciatamente sull'egoismo—una corruzione nelle alte sfere che coll'esempio e collo spettacolo dei conforti ottenuti allettava il popolo all'imitazione. Sorgeva intanto dai tempi maturi, dalla pessima distribuzione della ricchezza, dai bisogni e dall'intelletto più sviluppato degli artigiani la così detta questione sociale; questione santa e religiosa, per chi l'intende davvero, oltre ogni altra, dacchè mira a fondare l'Economia sul dovere e sull'amore reciproco e ad avvicinarci d'un grado all'unità umana ch'è nostro fine; ma che, immiserita e sviata anch'essa dal materialismo dei capi-scuola, si concentrò sull'unico problema dei godimenti fisici, propose come fine ciò che non doveva essere se non mezzo al progresso intellettuale e morale, scisse in due il campo repubblicano, allontanò più sempre una moltitudine d'operaî dalle grandi idee e dai grandi doveri che soli fanno o promovono un popolo, intiepidì in essi l'amore e il culto della Patria fomentando l'odio tra chi aveva già raccolto i frutti del lavoro e chi voleva raccoglierli e sostituendo all'ideale della Nazione il Falanstero, il compartimento Icariano o l'Opificio ordinato in un dato modo. Allora, mentre Saint-Simon e Fourier petizionavano per danaro, a pro della trasformazione sociale, ad ogni Autorità o frazione d'Autorità, e Proudhon aboliva Dio per sostituirgli logicamente la Forza, s'insinuò negli animi l'immorale concetto che le questioni politiche a nulla giovavano, che la questione economica era la sola da contemplarsi, che da qualunque parte o in nome di qualunque principio venisse tentativo o promessa di risolverla, doveva accettarsi. E vedemmo da un lato insurrezioni senza programma determinato attizzare tremenda la guerra civile e rovinare la Repubblica del 1848 tiepida nella fede e inferiore al mandato, ma che avrebbe avuto miglioramento dall'unione e dal tempo; dall'altro, gli artigiani di Parigi a incrociare le braccia davanti all'usurpazione del secondo impero per la incerta e triste speranza che da esso potesse scendere il mutamento sociale invocato. Intanto, mentre l'esclusivo intento dei vantaggi materiali da conquistarsi in ogni modo e per qualunque via pervertiva il senso morale del popolo, l'Esercito, travolto dietro al materialismo della bandiera, del simbolo sostituito all'idea, combatteva con animo eguale contro la Repubblica Romana, contro lo Tsar, contro il Messico, contro i proprî concittadini. Per l'Esercito, pel Popolo, pe' suoi nemici la vita—sacra per noi nell'origine e nell'avvenire, escita da Dio e destinata all'immortalità—ha perduto ogni santità; quale santità può mai avere un frammento di materia animata da una forza destinata a morire per sempre?
Così è caduta la Francia. Così cadrà ogni popolo al quale il materialismo insegni che gioire e vincer gli ostacoli ai godimenti son norma alla vita. Così non cada, appena nata, l'Italia!
La nostra bandiera, o giovani, è santa come se ci fosse affidata da Dio pel compimento del suo disegno sull'Umanità, o non è che misera insegna di risse civili e di passioni suscitate nell'anima nostra dall'egoismo sotto qualunque nome si celi. Custoditela santamente, come custodireste l'onore della madre vostra. Circondatela, incontaminati, incontaminata, di forti e pure opere, di forti e puri pensieri, tanto che il mondo vegga la virtù moralizzatrice ch'è in essa. Non la macchiate d'un solo pensiero di vendetta, non l'appannate d'un solo alito d'egoismo. Voi dovete esser migliori di quei che v'avversano e, dove nol siate, credete a me e all'insegnamento dei fatti, non vincerete. Non adorate la forza, il coraggio, l'orgoglio della vittoria per ciò che hanno di splendido in sè: adorate l'idea, della quale forza, coraggio, vittoria hanno ad essere strumenti e senza la quale la forza si trasforma in violenza brutale, il coraggio è dote sterile d'organismo, la vittoria è supremazia inefficace di fratelli sopra fratelli. Non rievocate dagli esempî stranieri ricordi d'un terrore che ha infamato la libertà, o nomi d'uomini che mutarono in concetto d'odio un concetto d'amore e spianarono con quel mutamento le vie a nuove tirannidi: la vostra storia vi porge ricordi e nomi migliori, e in verità la memoria dell'ultimo fra gli artigiani che posero nel 1530, senza ira e basse passioni, sostanza e vita per la libertà repubblicana di Firenze, è miglior auspicio all'impresa futura che non i nomi di Robespierre e Marat. Lasciate la Francia e le sue false dottrine: non vedete a quali termini dottrine e uomini l'hanno ridotta? Inspiratevi alle vostre tradizioni fecondate dalla grande tradizione dell'Umanità: raccoglietene la perenne voce, riveritene le costanti idee trasformate sempre, non mai cancellate. Voi non potete, in nome d'un istinto passeggero di ribellione, rinnegare il Genio dell'Umanità e de' suoi Grandi che vi grida di secolo in secolo, d'epoca in epoca, Dio, Legge, Dovere, Patria, Amore, Progresso, Immortalità. Come gli uomini della Compagnia della morte nelle battaglie lombarde, prostratevi all'eterno Vero e sorgete per vincere.
Ricordo una preghiera d'un poeta slavo-polacco che ama la patria come pochi l'amano: «Noi non vi chiediamo, o Dio, la speranza; essa scende, come pioggia di fiori, sulle nostre teste—non la morte dei nostri oppressori: la loro fine è scritta sulla nuvola di domani:—non di varcare la soglia della morte: è varcata, o Signore:—non corredo d'armi potenti: le avremo dalla tempesta:—nè ajuti: il campo dell'azione è aperto oggi davanti a noi. Ma oggi, mentre è cominciato il vostro giudizio nei cieli sui duemila anni vissuti dal Cristianesimo, concedeteci, o Signore, una volontà pura, concedeteci una volontà santa.»
Quando le vostre anime, o giovani, saranno capaci di proferire unite quella preghiera, voi sarete ciò ch'oggi non siete, forti di virtù iniziatrice e d'assenso di popolo; e l'Italia, come la invochiamo, sarà.