AI RAPPRESENTANTI GLI ARTIGIANI
NEL CONGRESSO DI ROMA [168]
Fratelli miei,
Voi sarete, se odo il vero, tra breve raccolti in Roma. E io sciolgo la mia promessa di darvi quei suggerimenti che mi sembrano più opportuni al buon andamento del vostro Congresso. Non m'arrogo di dirigervi o costituirmi interprete vostro; troppi uomini parlano oggi in vostro nome e ripetono la frase imperiosa russa: «bisogna insegnare all'operajo ciò ch'ei deve volere.» Ma mi pare di potervi dire ciò che la parte buona e sinceramente italiana del paese aspetta da voi.
La prima cosa, in ogni impresa, da accertarsi è il fine a cui tende. Il metodo da tenersi nello svolgersi dell'impresa medesima è suggerito logicamente dal fine. Il successo dipende dal seguirlo tenacemente e non disviarsene mai. Ogni deviazione è inutile dispendio di forza e di vita.
Qual è il fine a cui tende il vostro Congresso?
È, se non erro, quello di costituire un Centro che, rispettando i diritti e i doveri puramente locali delle società, possa legalmente rappresentare doveri, diritti, tendenze, interessi comuni a tutta quanta la Classe artigiana ed esprimere, convalidato dalla potenza del numero, i mali che affliggono in Italia gli uomini del Lavoro, le cagioni che, secondo voi, li producono, e i rimedî che, secondo voi, potrebbero cancellarli.
Un Patto di fratellanza fu stretto, tra le numerose società che aderirono, nell'ultimo vostro Congresso tenuto in Napoli. Ma per errori che or conoscete commessi nella costituzione appunto dell'Autorità che doveva rappresentare quel Patto e desumerne le conseguenze, rimase lettera morta.
Si tratta per voi di ratificare nuovamente quel Patto e di costituire a rappresentarlo un'Autorità che abbia condizioni di vera, forte e perenne vita.
Ed è la cosa più importante che possiate fare. Dal giorno in cui l'avrete fatto, comincierà la vita collettiva degli operaî italiani; avrete costituito lo strumento per progredire concordi; la questione sociale, oggi lasciata all'arbitrio di ogni nucleo locale, potrà definirsi davanti al paese, forte dei fatti raccolti da tutte le società e del consenso indiretto di quasi dodici milioni tra operaî manifatturieri, dati all'industria mineraria ed agricoltori; petizioni, reclami, statistiche concernenti alcuni fra i mali immediati e dovuti al malvolere o all'arbitrio degli uomini più che alla costituzione sociale, potranno escire dal vostro Centro in nome non d'una, ma di tutte le società operaje esistenti in Italia e saranno per questo ascoltate. E finalmente, potrete allora stringere, nei modi e coi patti che vi parranno opportuni, coi vostri fratelli dell'altre Nazioni, vincoli d'alleanza che tutti intendiamo e vogliamo, ma dall'alto del concetto nazionale riconosciuto, non sommergendovi, individui o piccoli nuclei, in vaste e male ordinate società straniere che cominciano dal parlarvi di libertà per conchiudere inevitabilmente nell'anarchia o nel dispotismo d'un Centro o della città nella quale quel Centro è posto.