Intanto, la guerra era irremissibilmente perduta; e il decreto della fusione non fece che affrettar la catastrofe. Il popolo incominciò poco dopo a destarsi dal sonno delle illusioni e a sentire l'inganno.

Gli avevano detto che, segnato il contratto, Genova avrebbe dato danaro, e il Piemonte soldati—e il governo invece andava or più che mai stimolandolo a sagrificî, e assumendo per la prima volta linguaggio inquieto. Gli avevano parlato di capitale, e di altro che il Piemonte, commosso dall'atto fraterno, gli avrebbe consentito con entusiasmo—e ascoltava invece discussioni esose d'ostilità e di mal celata diffidenza nella Camera torinese. Gli avevano promesso che, sicuri una volta del premio, Carlo Alberto e l'esercito avrebbero operato prodigî—e Carlo Alberto e l'esercito si stavano, dopo resa Peschiera, inerti, immobili sino al 13 luglio. E le moltitudini cominciarono ad agitarsi, siccome persona inferma che si desta in accesso di febbre, a tender l'orecchio sospettoso ai romori che venivan dal campo, alle accuse che i chiaroveggenti movevano da molto tempo al governo, al gemito dei traditi del Veneto, e all'hurrah del croato che si spingeva a corsa non molestata fino ad Asola e a Castel Goffredo. Quasi ogni sera, la piazza san Fedele, dov'era il palazzo del governo, s'empieva di popolo chiedente nuove del campo, e quasi ogni sera il Casati ripeteva dalle finestre le solite frasi «non dubitassero: si vincerebbe: la prossima resa di Verona ridarebbe le città cadute del Veneto: la bandiera tricolore sventolerebbe presto sulle mura di Mantova per opera del magnanimo re e del prode esercito piemontese». Poi, si schermivano dall'agitazione crescente con decreti di leve, armamenti, ed imprestiti e con turpi vessazioni di polizia: dannose queste e semenza d'irritazione; buoni i primi, ma tardi, e mercè la pessima costituzione del ministero di guerra, inefficaci: mancavano armi, ufficiali, uniformi, e i primi battaglioni che s'affrettarono al campo sembravano, per difetto di tutto quel materiale che costituisce ai proprî occhî e agli altrui il soldato, un'accozzaglia di gente cacciata in guerra perchè il popolo non tumultuasse. Il popolo che in quella nudità d'ogni forma guerresca, in quelle vesti e giberne di tela—coperti di tela si mandavano perfino i destinati alle nevi del Tonale e dello Stelvio—ravvisava una dimostrazione innegabile della inerzia colpevole di tre mesi, tumultuava più forte. E allora, alle cento cagioni che avevano oprato a spegnere l'entusiasmo e le forze popolari dell'insurrezione, s'aggiunge la diffidenza di tutto e di tutti, e la parola tradimento, fatale a ogni impresa, serpeggiò tra le moltitudini. A me fu più volte proposto, e da forze ordinate, di rovesciare il governo e tentar con altri uomini qualche via di salute. Ed era facile impresa; ma a qual pro? Un subito mutamento di governo in Milano avrebbe acceso la guerra civile e messo una macchia, agli occhi dei moltissimi illusi tuttavia nel resto d'Italia, sulla bandiera repubblicana senza salvare il paese. La fusione pronunciata dava diritto al re di spedir truppe a protegger l'ordine e il suo governo. Noi ci saremmo trovati a fronte bajonette di fratelli. L'Austriaco, che s'addensava vigilante, avrebbe profittato dello smembramento delle forze e delle nostre discordie. E coll'oscillazione inevitabile delle provincie, sparivano, nei momenti di maggior bisogno, danaro, credito, armi e materiale di azione al governo che si sarebbe inalzato. Ricusai dunque sempre e impedii.

Per noi i fati della guerra erano da lungo segnati. Sapevamo che l'esercito regio sarebbe rotto e il paese lasciato indifeso; e stanno nell'Italia del Popolo articoli che pronunziavano, senza grande sforzo di genio, le cose che accaddero, nè potevano per forza umana impedirsi. Bensì vagheggiavamo un'ultima speranza; ed era: che da Milano, assalita dall'armi austriache, risorgesse per impeto di popolo concitato la guerra lombarda. Milano era ed è città di prodigi. Gli estremi pericoli, la disperazione d'ogni altro ajuto per la probabile ritirata delle forze regie al di là delle proprio frontiere e il tuonare del cannone austriaco alle porte, avrebbero forse rifatto gigante il popolo delle barricate di marzo. Liberi d'ogni impaccio di governo inetto che sarebbe stato, da taluno fra' suoi membri infuori, primo alla fuga, liberi d'ogni terrore di tradimento, liberi sovra tutto della taccia aborrita di suscitare colla nostra azione risse civili, i repubblicani, che erano negli ultimi tempi risaliti in influenza tra le moltitudini, avrebbero ordinato e condotto una tremenda battaglia di popolo nella città. Per battaglia siffatta abbondavano l'armi, le munizioni ed i viveri. E l'esercito austriaco avea nemiche alle spalle le popolazioni, e forze nostre tenevano tutta l'alta Lombardia, l'eroica Brescia, Bergamo, la Valtellina; e Venezia durava, e le Romagne fremevano, emancipate d'ogni illusione principesca, sull'altra riva del Po. Una resistenza ostinata in Milano poteva far riarder l'incendio. E a prepararla si dirigevano tutti i nostri pensieri, e i legami che stendevamo per le provincie, tra i corpi lombardi e noi, argomento di continue paure e calunnie a chi s'ostinava a sconoscerci. Ma tutto questo disegno si fondava sopra una condizione: Che Milano fosse lasciata a sè stessa. E questa condizione ci fu anch'essa rapita. Il re che aveva perduto il Lombardo-Veneto, dichiarò, fatalmente, che avrebbe difeso Milano.

Lo stesso giorno in cui l'esercito piemontese, vittima dell'inscienza dei capi e di peggio, dopo miracoli di valore inutilmente operati, duce il Sonnaz, intorno al posto di Volta, entrava in una rotta che dal Mincio non s'arrestava se non al Ticino, quel Fava, mezzo-letterato, mezzo-poliziotto, che citammo più sopra in nota, urlava imperterrito per le vie di Milano vittoria del re magnanimo e migliaja di prigionieri e trofeo di non so quante bandiere; ond'io, ch'era informato del vero, ebbi a inviare un amico agli uomini del governo, non più veduti da me dopo il 12 maggio, per supplicarli che non provocassero, ingannandolo sino agli estremi, il popolo a ferocia di riazione; se non che erano ingannati, i più almeno, dall'ambasciata sarda. Le nuove funeste si diffusero nella giornata; e il governo atterrito e fatto, allora per la prima volta, consapevole della propria impotenza, ricordò a un tratto ch'erano in Milano uomini i quali amavano davvero il paese, comechè repubblicani e in sospetto, due mesi addietro, d'alleati dell'Austria.

Il concentramento del potere per la difesa era necessità universalmente sentita. Richiesti di nomi, indicammo Maestri, Restelli e Fanti: repubblicano il primo d'antica data; non repubblicano fino allora il secondo, e noto a noi per aver lavorato, ma per errore di buona fede, alla fusione in Venezia: più soldato il terzo che uomo di concetto politico: tanto a noi premeva esclusivamente la difesa della città e nulla il trionfo della parte nostra. Erano onesti, vogliosi del bene e capaci. Superata coll'insistenza l'opposizione del governo al Fanti, al quale il generale Zucchi ricusava come a più fresco di grado, ubbidienza, i tre si costituirono, il 28 luglio, comitato di difesa. Il governo rimase inoperoso, nullo, nelle proprie sale.

Di mezzo ad errori, conseguenze in parte quasi inevitabili della condizione anomala creata dalla fusione—e il primo era quello di non esser solo all'impresa ma d'aver frammisti nelle discussioni ministri e generali del re—il comitato operò con attività singolare e fece in tre giorni più assai che non avea fatto il governo in tre mesi. I suoi provvedimenti stanno registrati nel libro di Cattaneo e in uno scritto abbastanza noto steso da Maestri e Restelli[94]; nè a me spetta, in questi rapidi cenni, ridirli. Ma il popolo s'era ridesto a vita sublime; correva minaccioso le vie esigendo che ricomparissero per ogni dove le bandiere tricolori quasi disfida al vegnente nemico; apprestava armi e difese: sentiva l'alito della sua battaglia e lo salutava con una gioja santamente feroce. Milano in quei giorni era la più eloquente risposta che dar si potesse a tutte stolide accuse, la più irresistibile condanna della guerra regia e dei metodi tenuti dai moderati. A noi balzava il core per lietezza insolita e risorgenti speranze. Rinasceva col popolo la potenza d'amore e d'oblio che avea santificato i primi giorni dell'insurrezione.

Illusi e giovenilmente incauti dopo quasi vent'anni di delusioni e d'esilio! Gl'Italiani avevano peccato contro l'eterno vero e contro la unità nazionale; e noi dimenticavamo che a ogni colpa tien dietro inevitabile l'espiazione.

La notte dal 2 al 3 agosto, Fanti e Restelli si recavano a Lodi par chiedere a Carlo Alberto quali fossero le sue intenzioni: nol videro, ma ebbero dichiarazione dal generale Bava «che il re moverebbe a difender Milano». Vidi Fanti al ritorno e presentii la rovina. Ei dovrebbe or ricordarsi ch'io lo scongiurava di preparare i disegni della difesa come se l'esercito piemontese venisse per girsene. Egli, militare—i fatti posteriori lo hanno pur troppo chiarito—più ch'altro, e affascinato dai quaranta mila difensori soldati, sorrideva del mio scetticismo.

Il 3, comparve, munito di regio decreto che lo instituiva commissario militare, un generale Olivieri, il quale con altri due, il marchese Montezemolo e il marchese Strigelli, s'assumeva, in nome della fusione, ogni potestà esecutiva. Io vidi i tre, intesi le loro parole alla moltitudine raccolta sotto il palazzo, rividi Fanti, corsi le vie di Milano, studiai gli aspetti e i discorsi; e disperai. Il popolo si credeva salvo; era dunque irrevocabilmente perduto. Lasciai la città, Dio solo sa con che core, e raggiunsi in Bergamo la colonna di Garibaldi.