Il dì dopo, Carlo Alberto entrava in Milano.

Com'egli recasse la capitolazione con sè e nondimeno promettesse difesa, e ordinasse incendî d'edificî che potevano giovare al nemico—come il 4 ei giurasse per sè, pe' suoi figli, e pe' suoi soldati, a una deputazione della guardia nazionale, e il 5, mentre tutta Milano era un fremito di battaglia, egli e i suoi dichiarassero a un tratto la capitolazione un fatto compito—come, all'udirlo, la popolazione ardesse d'immenso furore; e le minaccie al re, le scene del palazzo Greppi; le nuove promesse parlate e scritte di Carlo Alberto ch'egli, commosso dall'unanime volere del popolo, combatterebbe fino alla morte; e quasi a un tempo, la fuga segreta e codarda, con tali particolari da infamare in perpetuo la monarchia—sono cose da vedersi documentate nella relazione del comitato di difesa e nel tremendo capitolo, intitolato La consegna, del libro di Cattaneo. Poco importa appurare se il re tradisse o non tradisse, o da quando avesse data il tradimento, suo o d'altri: poco importa la lapide d'infamia che la storia potrebbe scrivere ad uno o ad altro individuo. Esce ben altro da quei ricordi. E chi non legge in quelle pagine della passione d'un popolo che fu grande, era grande e vuole esser grande, l'impotenza assoluta della monarchia, la morte di tutte illusioni dinastiche, aristocratiche e moderate, non ha intelletto nè core, nè amor vero d'Italia, nè speranza mai d'avvenire.

Una piccola bandiera di compagnia, colle parole dio e il popolo, s'inalzava per alcune ore in Monza, di fronte a quell'immenso spettacolo di monarchia fuggente e di popolo abbandonato, tra i prodi che nella legione Garibaldi seguivano Giacomo Medici—ed io, trascelto dall'affetto di quei giovani, la portava. Era la bandiera della nuova vita sorgente tra le rovine d'un periodo storico; e sei mesi dopo splendeva di bella luce, quasi programma dell'avvenire italiano dall'alto del Campidoglio.

Caduta Milano, era caduta la Lombardia. Frutto anch'esso delle abitudini tradizionali monarchiche e dei canoni della guerra regia, durava inviscerato negli animi—e, per prova più recente, tuttavia dura—il pregiudizio che nei fatti della capitale concentra i fatti dell'intero paese. La capitale è dovunque splende sorretta da cittadini devoti alla libera vita o alla bella morte e più energicamente difesa, la bandiera della nazione. Ma allora, questa verità non era sentita, e d'altra parte, la provincia era tuttavia indebolita dalle fresche scissioni della fusione, e gli uomini che avrebbero potuto perpetuare la guerra nella parte montagnosa della Lombardia e guardare a Venezia siccome a capitale dei paesi lombardo-veneti, Durando, Griffini ed altri, erano generali del re, stretti ad un patto ignominioso di resa, e, dati i luoghi forti in mano al nemico, maneggiarono in modo da spegnere ogni possibilità di resistenza e condurre, taluni con fogli di via segnati da penna austriaca, i volontarî del marzo in Piemonte. Garibaldi solo resse quanto umanamente potevasi: poi cesse, ultimo e senza transazione, alla piena.

La meschina storia dei moderati sardo-lombardi non finì colla resa. Come lombrico troncato in due, seguirono ad agitarsi impotenti e senza speranza di vita: la coda—il governo provvisorio trasformato in consulta—verso il Lombardo-Veneto; la testa, il gabinetto torinese e gli uomini della confederazione principesca, verso il centro d'Italia, dove il pensiero nazionale, cacciato dal nord, s'era ridotto e rinvigoriva. Non potendo tentar di giovare, si diedero deliberatamente a nuocere; non potendo fare, lavorarono a disfare l'altrui. Operarono ed operano dissolvendo. Ma non entra nel mio disegno seguirne i raggiri e le mosse. L'azione funesta che taluni fra loro, riconciliati apparentemente e pentiti, tentarono esercitare in Venezia—le mene che, affascinando parecchî uomini nostri, contribuirono potentemente al mal esito del tentativo che da Val d'Intelvi doveva riaccendere l'insurrezione in tutta l'alta Lombardia—le menzognere speranze che introdussero il dissolvimento nell'emigrazione lombarda—i progetti d'invasione in Toscana—l'opposizione, coronata di successo pur troppo, alla unificazione del centro—e da ultimo la rotta infamissima di Novara—potrebbero formare, e formeranno forse un dì o l'altro, una pagina addizionale a questi miei cenni, come i documenti, che si preparano per la stampa nella Svizzera italiana, faranno commento a più cose accennate qui appena di volo. Per ora basta così; e l'animo affaticato di ravvolgersi per entro a codesto fango ha bisogno di riconfortarsi levandosi a contemplar l'avvenire. Oggi ancora i superstiti fra i moderati, smembrati in più frazioni a seconda dei concettucci e delle ambizioncelle locali, lavorano fra le tenebre, gli uni a sedurre, se valessero, la povera Lombardia a nuove illusioni, a nuove trame monarchico-piemontesi, gli altri a suscitar congiure innocue in Toscana a favore d'uomini che combattono in Piemonte le libere tendenze delle popolazioni, altri ancora a giovarsi dell'aborrimento comune al governo sacerdotale per proporre—vera profanazione del concetto escito da Roma—uno smembramento alle provincie romane e—servendo, forse inavvedutamente, alle mire dell'Austria—una fusione collo Stato del duca di Modena! Ma siffatte mene, basta svelarle perchè non riescano—e se gl'Italiani, dopo la guerra regia del 1848, dopo la rotta di Novara, dopo la provata impotenza e peggio dei capi della fazione da un lato—dopo i miracoli di valore e costanza popolare operati in Roma e Venezia dall'altro—tentennassero ancora nella scelta fra le due bandiere—sarebbero veramente indegni di libertà.

No; gl'insegnamenti scritti negli ultimi due anni con lagrime di madri e sangue di prodi non possono andar perduti. La prova è compita. Gli uomini d'intelletto traviato o perverso, che hanno voluto applicare alla nascente Italia una dottrina sperimentata venti o trenta anni addietro e trovata inefficace anche in Francia, possono per breve tempo ancora creare modificazioni ministeriali, ordire raggiri, sedurre, ingannandoli, pochi uomini inesperti d'ogni politica o paurosi; ma non terranno più mai, con qualunque nome s'ammantino, le redini del moto italiano. Mancavano ad essi, fin da quando usurpavano la direzione del moto, i diritti che danno all'altrui fiducia le forti radicate credenze: si dichiaravano uomini d'opportunità, di transazioni a tempo, di menzogne che diceano utili. Mancano oggi anche i pretesti che potevano, anni sono, desumersi ai loro metodi dalle condizioni europee.

Le condizioni europee sono da due anni visibilmente, innegabilmente mutate. La questione ferveva un tempo fra il dispotismo e la monarchia temperata; freme in oggi fra la monarchia e il principato. Grido repubblicano sarà, da dove che sorga, il primo grido rivoluzionario. Alla rivoluzione italiana, se intende a farsi forte d'alleanza col moto europeo, è dunque forza d'essere repubblicana. Tutte le utopie moderate non daranno un solo amico nè scemeranno un nemico alla causa italiana.

In Italia, caduto Pio IX, caduto Carlo Alberto, e dopo la parola escita da Roma, non esiste più nè può esistere, giova ripeterlo, che un solo partito: il partito nazionale.

E la fede politica di questo partito nazionale si compendia nei pochi seguenti principî:

L'Italia vuole esser nazione: per sè e per altrui: per diritto e dovere; diritto di vita collettiva, d'educazione collettiva—dovere verso l'umanità, nella quale essa ha una missione da compiere, verità da promulgare, idee da diffondere.