L'Italia vuole essere nazione una: una, non d'unità napoleonica, non d'esagerato concentramento amministrativo che cancelli a beneficio d'una metropoli e d'un governo la libertà delle membra; ma di unità di patto, d'assemblea interprete del patto, di relazioni internazionali, di eserciti, di codici, d'educazione, armonizzata coll'esistenza di regioni circoscritte da caratteristiche locali e tradizionali e colla vita di grandi e forti comuni, partecipanti quanto più è possibile coll'elezione al potere e dotati di tutte le forze necessarie a raggiunger l'intento dell'associazione e il cui difetto li rende oggidì impotenti o necessariamente servi al governo centrale. L'autonomia degli Stati attuali è un errore storico. Gli Stati non sorsero per vitalità propria e spontanei, ma per arbitrio di signoria straniera e domestica. La confederazione fra Stati siffatti spegnerebbe ogni potenza di missione italiana in Europa, educherebbe gli animi a funeste rivalità, conforterebbe ambizioni; e tra queste e le influenze inevitabili di governi stranieri diversi si cancellerebbe presto o tardi la concordia e la libertà.

L'Italia vuole essere nazione di liberi ed eguali: nazione di fratelli associati a malleveria di progresso comune. Santo è per essa il pensiero: santo il lavoro: santa la proprietà che il lavoro crea: santo e misurato dai doveri compiuti il diritto al libero sviluppo dalle facoltà e delle forze, del senno e del core.

Il problema italiano, come quello dell'umanità, è problema d'educazione morale. L'Italia vuole che tutti i suoi figli diventino progressivamente migliori. Essa venera la virtù e il genio, non la ricchezza, o la forza: vuole educatori e non padroni: il culto del vero, non della menzogna o del caso. Essa crede in Dio e nel popolo: non nel papa e nei re.

E perchè popolo sia, è necessario che conquisti, coll'azione e col sagrificio, coscienza de' suoi doveri e de' suoi diritti. La indipendenza, cioè la distruzione degli ostacoli interni ed esterni che s'attraversano all'ordinamento della vita nazionale, deve dunque raggiungersi, non solamente pel popolo, ma dal popolo. Battaglia di tutti, vittoria per tutti.

L'insurrezione è la battaglia per conquistare la rivoluzione, cioè la nazione. L'insurrezione deve dunque essere nazionale: sorgere dappertutto colla stessa bandiera, colla stessa fede, collo stesso intento. Dovunque sorga, essa deve sorgere in nome di tutta Italia, nè arrestarsi finchè non sia compita l'emancipazione di tutta Italia.

L'insurrezione finisce quando la rivoluzione comincia. La prima è guerra, la seconda manifestazione pacifica. L'insurrezione e la rivoluzione devono dunque governarsi con leggi e norme diverse. A un potere concentrato in pochi uomini scelti dal popolo insorto per opinione di virtù, d'ingegno, di provata energia, spetta sciogliere il mandato dell'insurrezione e vincer la lotta: al solo popolo, ai soli eletti da lui, spetta il governo della rivoluzione. Tutto è provvisorio nel primo periodo: affrancato il paese dal mare all'Alpi, la costituente nazionale raccolta in Roma, metropoli e città sacra della nazione, dirà all'Italia e all'Europa il pensiero del popolo. E Dio benedirà il suo lavoro.

Al partito nazionale appartengono quanti accettano queste basi. Al di fuori non sono nè possono essere che fazioni: brulicano senza vera vita; possono guastare e corrompere, non creare.

Creare. Creare un popolo! È tempo, o giovani, d'intendere quanto grande e santa e religiosa sia l'opera che Dio v'affida. Nè può compiersi per vie torte di raggiri cortigianeschi o menzogne di dottrine foggiate a tempo o patti disegnati a rompersi dai contraenti appena s'affacci occasione propizia; ma soltanto per lungo esercizio e insegnamento vivo alle moltitudini di virtù severe, per sudori d'anima e sagrifizî di sangue, colla predicazione insistente della verità, coll'audacia della fede, coll'entusiasmo solenne, perenne, irremovibile e più forte d'ogni sventura, che alberga nel petto ad uomini ai quali unico padrone è Dio, unico mezzo è il popolo, unica via è la linea diritta, unico intento l'avvenire d'Italia. Siate tali e non temete d'ostacoli. Ma cacciate i trafficatori di consulte o di portafogli dal tempio. Respingete inesorabili i Machiavellucci d'anticamera, i diplomatici in aspettativa che s'insinuano nelle vostre file a susurrarvi progetti di corti amiche, di principi emancipatori; che possono essi darvi oggimai se non illusioni ridicole e fomite a smembrare l'unità del partito nazionale e germi di corruttela? Essi tennero or son due anni tutte le forze e l'anima della nazione fra le loro mani, un re che i milioni salutavano conquistatore d'indipendenza, un papa che i milioni veneravano iniziatore di libertà—e v'hanno dato l'armistizio di Salasco e la disfatta di Novara: rovina e vergogna: oggi, fantocci nelle mani d'altri cortigiani, d'altri diplomatici più avveduti, per lunga pratica d'inganni e tristizie, che non son essi, non possono nemmeno rievocar quei fantasmi, e son ridotti a librarsi fra un duca di Modena e il principe che firmò la pace coll'Austria. E s'avvicina tale un conflitto fra i due principî in Europa, che farà di principini, cospiratori segreti monarchici e concettucci di fusioni pigmee, quello che l'uragano fa delle margheritine del prato.

La guerra regia ha dato un grave insegnamento ai Lombardi, e imposto un obbligo severo al Piemonte.

I Lombardi sanno ora che il segreto dell'emancipazione è per essi un problema di direzione. Se essi non avessero, per cieca devozione a un'apparenza di forza, messo i traditori nel proprio campo—s'essi avessero fidato più nell'Italia che non nel re di Piemonte—se avessero conferito il mandato di guerra, anzichè a una congrega di cortigiani, ad uomini come quelli che avean diretto l'insurrezione—vincevano. Le giornate di marzo possono e devono rifarsi quando che sia. Ricordino essi allora l'insegnamento.