E mentre il primo ministro piemontese limitava il suo lavoro a preparare con ajuti stranieri l'annessione della Lombardia e, tutt'al più, del Veneto, Mazzini invece trattava in Lugano col Garibaldi intorno ad una spedizione in Sicilia, dov'era già fondato, fino dal 1850, un Comitato nazionale col duplice intento di sradicare dall'Isola ogni idea d'autonomia e di costringere i governanti o ad abbandonare il meschino concetto cavouriano d'un Piemonte ingrandito, o a rovinare con esso.
Quella spedizione non ebbe luogo allora, bensì sei anni dopo, e gloriosamente, mercè appunto la lunga, costante, efficace preparazione degli animi alla santa causa dell'unità e indipendenza nazionale.
Intanto per le brighe di Napoleone e de' suoi devoti si divulgava nella penisola l'idea di dare a Luciano Murat il regno di Napoli; idea non favoreggiata solamente dal governo piemontese[9], ma per un momento anche da uomini come Saliceti, Lizabe Ruffoni, Montanelli, i quali, dopo la caduta della Repubblica romana esuli in Francia, troppo presto disperavano della causa dell'unità.
Contro quell'intendimento antiunitario ed antinazionale protestavano bensì i più insigni patrioti d'Italia; e Poerio, Spaventa, Mauro, Bianchi e Settembrini rispondevano dalle prigioni «preferir di morire in carcere piuttosto che stender le loro mani a quell'avventuriere straniero»[10]. Il Mazzini, appena ne ebbe sentore, scriveva fiere parole dirette specialmente all'esercito, e opportunamente ricordava il voto dato da Murat a favore della spedizione francese del 1849.
Di quel vano tentativo del Bonaparte, per spegnere ogni speranza di unità, non si parlò più: sparve come tanti altri disegni architettati dal nipote nella solitudine per emulare le gesta dello zio.
E sebbene in quel tempo—per opera specialmente di Giorgio Pallavicino, monarchico unitario, cittadino integro e forte, che per la dura scuola dell'esperienza dovette ricredersi e morire convertito al culto della fede repubblicana[11]—molti si fossero distaccati dal Mazzini per avvicinarsi al governo costituito, quegli si dette con tutta l'anima a tenere alta la bandiera dell'unità nazionale, osteggiata allora, come sempre, dalla monarchia che sognava in accordi federativi fra principi regnanti quattro o cinque Italie, come egli dice nelle stupende lettere a Daniele Manin e a Giorgio Pallavicino[12]. Nè contento di sole esortazioni, preparava, organizzava moti, fra i quali, degni di glorioso ricordo, la spedizione di Sapri e la sollevazione di Genova.
Come tutti i tentativi generosi, per l'una o l'altra circostanza non riusciti, sollevarono contro gl'iniziatori ed in ispecie contro l'anima dirigente, il Mazzini, un'ondata di recriminazioni, accuse e calunnie; ma non valsero a scuotere chi ben sapeva essere il bene premio di sacrificio e l'audace iniziativa indispensabile per scuotere e mantenere vive le inerti aspirazioni[13].
Fallita la sollevazione di Genova, non per colpa del popolo, che si mostrò, come sempre, pronto ed animoso, ma per colpa dei capi che dovevano dirigerla, il gran Proscritto cercato ovunque a morte dalla polizia sarda, ajutata da cagnotti còrsi e francesi[14], potè a stento mettersi in salvo. Fu bensì con altri patrioti condannato in contumacia alla pena di morte; ricompensa decretata dai giudici della monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele, non diversa da quella venti anni prima assegnatagli dai giudici del padre Carlo Alberto.
Tornò a Londra e riprese con lo stesso ardore il suo lavoro di cospirazione ed organizzazione per muovere le popolazioni centrali e meridionali all'azione unitaria, protestando in pari tempo, in nome della dignità nazionale, contro la politica governativa che spingeva il Piemonte ad allearsi con Napoleone III, fra tutti i regnanti il più pericoloso ed abjetto. E l'uomo del 2 dicembre, spinto agli estremi, impose al ministero di chiedere al governo inglese l'estradizione del Mazzini, del Ledru Rollin, del Kossuth e di Simon Bernard, sotto lo specioso pretesto che fossero complici nell'attentato di Felice Orsini.