L'Inghilterra, gelosa delle sue tradizioni di libertà, protestò sdegnosa, e lord Palmerston, che aveva presentato un progetto di legge per ottenere la facoltà di limitare quelle libertà ed applicare lo sfratto quando si trattava di sudditi esteri, dovette lasciare il potere. Anche il Belgio e la Svizzera resistettero alle pretese imperiali: soltanto il conte di Cavour si piegò, per compiacere il futuro alleato, a proporre e a fare approvare alcune disposizioni limitanti la libertà della stampa e ad imaginare, coll'ajuto delle compiacenti autorità di pubblica sicurezza, un complotto contro la vita sua e quella di Vittorio Emanuele[15]. All'ingiustissima accusa il Mazzini rispose da par suo con la lettera al Cavour, riportata in questo volume, nella quale rampogna altresì i meschini concetti, le arti subdole di un governo, che non aveva fiducia nel popolo, e tutto aspettava dall'ajuto straniero.
Premio a tanta condiscendenza fu il triste patto di Plombières.
Appena il Mazzini ne ebbe notizia, fieramente e italianamente scrisse contro; perchè mentre confidava, e non a torto, che l'Italia avrebbe potuto far da sè, temeva le mire interessate dell'infido alleato; e il 15 novembre 1858, quasi vaticinando Villafranca, scriveva:
«Il re, circondato, assediato, tormentato dalle mille influenze, che le tradizioni monarchiche, la diplomazia, la paura d'inimicarsi altri governi, gli stenderanno intorno, porgerà orecchio alle prime proposte di pace—pace all'Adige o a Campoformio non monta—che gli assicurino un ingrandimento territoriale e un addentellato a più larga conquista nell'avvenire»[16].
Molti esuli del partito d'azione avevano pubblicamente dichiarato che se la guerra fosse stata iniziata e condotta da Napoleone, non vi avrebbero preso parte; ma quando videro muover prima l'Austria e gli Stati d'Italia insorgere in nome della libertà, abbandonarono tosto il primo proposito, chè in cima ai loro pensieri tenevano quello dell'unità della patria. «E Giuseppe Mazzini diè mano—come uomo di stato nel più alto senso della parola, ed esperto misuratore dei rapporti possibili fra il suo Ideale e la realtà—a promuovere, con ogni poter suo, nell'elemento italiano del moto, caratteri recisamente nazionali ed unitarî»[17].
Giunto in Toscana, rincorò i patrioti, che erano indignati e stupiti per l'inattesa tregua di Villafranca, con la singolare efficacia della sua parola, e formulò un nuovo piano d'insurrezione in questo semplice motto: al centro mirando al sud; invasione cioè dell'Umbria e dello Stato Romano per muovere quindi verso il regno delle Due Sicilie. E sebbene egli e gli altri suoi compagni d'azione avessero lealmente dichiarato di tacer di repubblica se la monarchia piemontese si fosse dichiarata alla sua volta unitaria e si fosse attivamente accinta all'opera, furono, ciò non ostante, cercati, perseguitati dalla polizia come traditori e peggio. Al Saffi, giunto a Torino, fu intimato di ripassare entro ventiquattr'ore la frontiera. Sicchè alcuni si affrettarono a riprendere la via dell'esilio, altri si nascosero, mentre altri ancora, o meno cauti o più fidenti, venivano chiusi in carcere[18].
Indignato il Mazzini dello sleale ed iniquo trattamento, da Firenze, ove rimase nascosto per circa tre mesi, in casa Dolfi, scrisse al re, cui egli giudicava migliore de' suoi ministri, la nota lettera qui riportata.
Al pari di quella indirizzata a Pio IX, lo scritto produsse una profonda impressione e fu argomento di chiose ed interpretazioni le più erronee. Come il Mazzini si rivolse al papa, quando questi aveva in mano l'iniziativa, per mostrare al popolo come dal successor di san Pietro non v'era da aspettarsi opera di vera libertà e rigenerazione, così, a sua volta, quando la sorte si volse propizia al re, volle che la lezione si ripetesse, sapendo quanto eran discosti gl'interessi dinastici da quelli del popolo. Trattò con Vittorio Emanuele per mostrare, colla evidenza del fatto, che ogni speranza di generosa ardita iniziativa si infrangeva dinanzi alle preoccupazioni, ai timori, alle tradizioni della politica dinastica.
Qui giova riprodurre, dalla lettera accennata, il brano seguente: