«L'unità è voto e palpito di tutta Italia. Una patria, una bandiera nazionale, un solo patto, un seggio fra le Nazioni d'Europa, Roma a metropoli: è questo il simbolo d'ogni italiano. Voi parlaste d'indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50.000 volontarî... Ma era la metà del problema. Parlatele di libertà e d'unità: essa ve ne darà 500.000... Ma voi non siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo della Francia imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte all'Italia, inspirazioni a Parigi. Sire! sire! in nome dell'onore, in nome dell'orgoglio italiano, rompete l'esoso patto! Non temete che la storia dica di voi: ei fece traffico del credulo entusiasmo degl'Italiani per impinguare i proprî dominî?... I padri nostri assumevano la dittatura per salvare la Patria dalla minaccia dello straniero. Abbiatela, purchè siate liberatore. Dimenticate per poco il re, per non essere che il primo cittadino, il primo apostolo armato della Nazione. Siate grande come l'intento che vi ho posto davanti, sublime come il dovere, audace come la fede. Vogliate e ditelo. Avrete tutti, e noi primi con voi.»
Ma fra tutti gli scritti pubblicati dal Mazzini con l'animo amareggiato dalla triste pace di Villafranca, bellissimo per elevatezza di concetto, per nobiltà di forma, per una ineffabile malinconia che vi spira o quello Ai giovani, la cui lettura ai giovani d'Italia vivamente raccomandiamo, chè fra l'immensa congerie dei libri pubblicati in quest'ultima metà del secolo, raramente troveranno altre pagine capaci come quelle di elevar l'animo a nobili sensi.
Sulla fine di quell'anno il Mazzini tornò in Inghilterra, «ma non cessò dal lavoro per le delusioni sofferte, inculcando con lettere ai patrioti dell'interno e con pubblici scritti al Paese ed al re il dovere comune, protestando contro la piega servile, che subordinava il diritto, l'indipendenza e la dignità dell'Italia alla politica del secondo Impero, e ponendo in rilievo le condizioni dell'opinione europea, favorevole ad una condotta indipendente e civile da parte degli Italiani. Voci al deserto! Pur nondimeno perseverava: e, ne' primi mesi del 1860, mentre, ripresa la pubblicazione del periodico Pensiero e Azione, insisteva, scrivendo, sul da farsi, s'adoprava nello stesso tempo ad apprestare elementi e mezzi di nuovi moti a primavera, dirigendo le sue mire alla Sicilia... Al quale intento cooperarono, arditamente attivi, Rosalino Pilo, Francesco Crispi[19], La Masa, Corao ed altri patrioti siciliani, devoti alla Patria, visitando segretamente, a rischio del capo, la serva terra nativa, ordinandovi le prime bande, e dirigendo il moto che determinò la spedizione di Marsala»[20].
Il 5 maggio il Garibaldi, fin allora raggirato dalle arti della diplomazia sarda[21], ruppe gl'indugî, salpando da Quarto con la prode schiera dei Mille, e il 27 entrava trionfante in Palermo, nella nativa città di Rosalino Pilo, sei giorni dopo che quell'eroe era caduto, colpito in fronte da una palla borbonica.
Appena fu liberata la Sicilia, il Mazzini, insieme col Bertani ed altri, diè mano a preparare, secondo il suo antico concetto, mezzi e uomini per una spedizione che, attraverso l'Umbria e lo Stato Romano, si ricongiungesse al Garibaldi in Napoli; e fu tosto messa insieme una brigata di duemila volontarî della quale ebbe il comando G. Nicotera. Ma inaspettatamente dal Governo di Piemonte—che temeva dei volontarî e che era geloso e sospettoso del prestigio acquistato dal Garibaldi[22] —venne ordine d'impedire alla brigata di Castelpucci l'invasione dell'Umbria e dello Stato Pontificio. Il Nicotera, ad evitare una guerra civile, ubbidì, pur fieramente protestando contro lo sleale ed inatteso divieto e dichiarando—gli eventi non giustificarono la promessa—che non avrebbe più combattuto sott'altra bandiera, all'infuori di quella repubblicana.
L'ingresso dell'eroico duce in Napoli persuadeva finalmente il Cavour che l'unità d'Italia era ormai inevitabile, e che perciò la Monarchia doveva fare qualche cosa per controbilanciare l'influenza di Garibaldi, e per riacquistare la forza morale necessaria a signoreggiare la rivoluzione[23]. Ed allora fu deliberata l'occupazione delle Marche e dell'Umbria con l'esercito regio guidato dal Cialdini, e nello stesso tempo vennero mandati a Napoli abili faccendieri i quali, impazienti di ottenere la dedizione immediata di Napoli e temendo che ad ottenere ciò fosse d'ostacolo la presenza del Mazzini, non rifuggirono dall'eccitare contro di lui i bassi fondi della città, che gli gridarono morte sotto le finestre del suo alloggio. Alla lettera del prodittatore Pallavicino—cuore generoso raggirato nel comune inganno—che lo esortava a partire da Napoli, facendo appello al suo patriotismo, egli, rifiutando, rispose con l'anima piena d'amarezza:
«Il più grande dei sacrificî ch'io potessi mai compiere, l'ho compiuto quando, interrompendo per amore all'unità ed alla concordia civile l'apostolato della mia fede, dichiarai ch'io accettava, non per riverenza a ministri o monarchici, ma alla maggioranza—illusa o no poco monta—del popolo italiano, la monarchia, presto a cooperare con essa, purchè fosse fondatrice dell'unità.»
E nello scritto intitolato Nè apostati nè ribelli, non solo ribatte la calunnia che i repubblicani abbiano cercato di attraversare i disegni del Garibaldi, ma rivendica al partito d'insurrezione tutte le iniziative d'unità nazionale.
Consegnato a Vittorio Emanuele il regno delle Due Sicilie e ottenutone in compenso la più nera ingratitudine[24], il Garibaldi salpò povero e solo da Napoli per Caprera, dopo aver fissato col Mazzini di fondare il giornale quotidiano l'Italia del Popolo e di promuovere una sottoscrizione a favore di Venezia e di Roma.
Ed anche il gran Genovese partì da Napoli con l'anima in pianto, e riprese la via dell'esilio; ma, sempre tenace ne' suoi generosi propositi, tutto si dette a ordinare il lavoro che doveva redimer Roma e Venezia; ed a vantaggio delle due oppresse provincie usò d'ogni onesto accorgimento, non escluso quello dell'azione parlamentare; tanto che il Saffi ed altri di parte repubblicana, da lui non dissuasi, si risolsero d'accettare il mandato di rappresentanti della Nazione in Parlamento Egli però non ci volle entrare mai, sebbene per tre volte consecutive eletto, sui primi del '66, dai cittadini di Messina con plauso e commozione del non immemore popolo d'Italia. Il quale avvenimento giova ricordare ad onore dell'eroica città, che protestava con quel nome contro la subdola e servile politica d'allora, ed a severa rampogna verso la maggioranza parlamentare, che per ben due volte annullò quella elezione, invocando, senza rossore, la sentenza della Corte d'appello di Genova del 20 ottobre 1858.