III. Roma accoglierà l'esercito francese come esercito di fratelli, ecc.)

Signore,

Abbiamo l'onore di trasmettervi la decisione dell'Assemblea concernente il progetto da voi comunicato alla sua commissione. L'Assemblea non ha creduto di poter accettarlo. Essa c'incarica d'esprimervi a un tempo le ragioni dell'unanime suo voto e il rincrescimento ch'essa ne prova.

Ed è pure con profonda mestizia, naturale a uomini che amano la Francia e pongono tuttavia fede in essa, che noi compiamo con voi, signore, la missione affidataci.

Quando dopo la decisione della vostra Assemblea che invitava il governo a far sì, senza indugio, che la spedizione d'Italia non si sviasse più oltre dal fine assegnatole, noi sapemmo del vostro arrivo, ci balzò il core per gioja. Credemmo nella immediata riconciliazione, in un solo principio proclamato da voi e da noi, tra due popoli, ai quali tendenze naturalmente amichevoli, ricordi, interessi comuni e condizione politica comandano stima e amore. Pensammo che, scelto a verificare la condizione delle cose e colpito dall'accordo assoluto che annoda in un solo pensiero quasi tutti gli elementi del nostro Stato, voi avreste coi vostri ragguagli distrutto il solo ostacolo possibile ai nostri voti, il solo dubbio che potesse ancora indugiare la Francia nel compimento del nobile pensiero espresso dalla decisione della vostra Assemblea.

Concordia, pace interna, determinazione ponderata, entusiasmo, generosità di condotta, voto spontaneo e formale dei municipî, della guardia nazionale, delle truppe, del popolo, del governo e dell'Assemblea sovrana in favore del sistema d'instituzioni esistente, tutto questo v'è riuscito evidente; voi lo diceste, non ne dubitiamo, alla Francia; e speravamo quindi a buon dritto che, parlando in nome della Francia, voi avreste con noi proferite parole diverse da quelle che formano il vostro progetto.

L'Assemblea ha notato il modo col quale la parola repubblica romana è studiosamente evitata nel primo vostro articolo; e ha indovinato in quel silenzio una intenzione sfavorevole ad essa.

Parve all'Assemblea che, dalla maggiore importanza in fuori data dal vostro nome e dalla vostra autorità al progetto, non fosse quasi in esso più che non in alcuni atti del generale prima della giornata del 30 aprile. Accertata una volta in modo innegabile l'opinione del popolo, perchè insistere ad affrontarla coll'occupazione di Roma? Roma non ha bisogno di protezione: nessuno combatte nella sua cerchia; e se un nemico si presentasse appiè delle mura, Roma saprebbe resistergli con forze proprie. Roma può in oggi proteggersi sulla frontiera toscana e in Bologna! L'Assemblea ha dunque intravveduto egualmente nel vostro terzo articolo un pensiero politico, inaccettabile da essa oggi, tanto più che il decreto dell'Assemblea francese sembra risolutamente avverso a una occupazione non provocata, non richiesta dalle circostanze.

Noi non vi nasconderemo, signore, come la funesta coincidenza di una relazione risguardante la cinta di difesa contribuisse alla decisione dell'Assemblea. Un nucleo di soldati francesi varcava, in questo stesso giorno e violando lo spirito della tregua, il Tevere presso a San Paolo, stringendo sempre più in tal modo il cerchio delle operazioni militari intorno alla capitale. E non è questo, signore, un atto isolato. La diffidenza del popolo, già suscitata dal pensiero di veder la propria città occupata da truppe straniere, s'è intanto accresciuta, e sarebbe difficile, forse impossibile, una transazione su cose che l'Assemblea considera da canto suo come pegno vitale d'indipendenza e di dignità.

Per queste e altre ragioni, il progetto fu, comunque a malincuore, giudicato inammissibile dall'Assemblea. Noi avremo l'onore di trasmettervi domani, signore, conformemente alle sue intenzioni, una proposta inferiore di certo alle nostre giuste speranze, ma che avrebbe non foss'altro il vantaggio d'allontanare ogni pericolo di collisione tra due repubbliche fondate su diritti identici e congiunte da simili aspirazioni.