In conseguenza d'oscure minaccie, ma segnatamente del difetto d'abitudini politiche, un certo numero di elettori non avea contribuito alla formazione dell'Assemblea. E quel fatto sembrava indebolire l'espressione del voto generale. Un secondo fatto decisivo, vitale, rispose poc'anzi ai dubbî possibili. Poco tempo innanzi alla costituzione del Triumvirato, si rieleggevano i municipî. L'universalità degli elettori si accostò all'urne. Dovunque e sempre l'elemento municipale rappresentò l'elemento conservatore dello Stato. Taluni paventavano che tra noi s'insinuasse in esso uno spirito di retrogressione. Or bene, sotto il rugghio della tempesta, iniziato già l'intervento, mentre le apparenze accennavano a una vita di giorni per la repubblica, esciva dai municipî l'adesione più spontanea, più unanime alla forma scelta. Agli indirizzi dei Circoli e dei Comandi della guardia nazionale s'unirono nella prima metà di questo mese i municipî tutti, da due o tre infuori. Io ebbi l'onore di trasmettervene la lista, o signore.
Essi dichiararono devozione esplicita alla repubblica e convincimento che i due poteri sono incompatibili in un solo individuo. È questo, concedetemi di ripeterlo, un fatto decisivo; una seconda prova legale confermante la prima e fondamento irrecusabile al nostro diritto.
Quando le due questioni—repubblica e abolizione della potestà temporale—furono poste all'Assemblea, alcuni fra i membri, più timidi dei loro colleghi, stimarono che l'inaugurazione della forma repubblicana fosse prematura e di fronte agli ordini attuali d'Europa pericolosa: non un solo votò contro il decadimento del papa re, destra e sinistra si confusero in un solo pensiero.
A popolo siffatto oserebbe un governo libero comandare, senza delitto e contradizione, il ritorno al passato? Quel ritorno, pensateci bene, signore, equivarrebbe a un ripristinamento dell'antico disordine, delle società segrete consacrate alla lotta, dell'anarchia nel core d'Italia, della vendetta innestata in un popolo che oggi non chiede se non d'obliare. Quel ritorno sarebbe una fiamma di guerra permanente in Europa, un programma di partiti estremi sostituito al governo repubblicano ordinato ch'oggi rappresentiamo. Può voler questo la Francia? Lo può il suo governo? Lo può un nipote di Napoleone? La persistenza in un disegno ostile di fronte alla doppia invasione napoletana ed austriaca ricorderebbe lo smembramento della Polonia. E pensate inoltre, signore, che disegno siffatto non potrebbe compirsi fuorchè risollevando la bandiera che il popolo rovesciò sopra un cumulo di cadaveri e sulle rovine delle nostre città.
Riceverete fra poco, signore, una seconda mia lettera sulla questione...
16 maggio 1849.
XVI.
(Lettera che accompagnava il rifiuto delle tre proposte di Lesseps:
I. Gli Stati romani chiedono protezione fraterna dalla repubblica francese:
II. Le popolazioni romane hanno diritto di pronunziarsi liberamente sulla forma del loro governo: