XV.

Lettera al signor Lesseps
inviato plenipotenziario della repubblica francese.

Signore,

Voi ci chiedete alcune note sulle condizioni presenti della repubblica romana. Le avrete da me, dettato con quella sincerità che fu, in venti anni di vita politica, mia norma inviolabile. Noi non abbiamo bisogno di nascondere o mascherar cosa alcuna. Fummo, in questi ultimi tempi, segno di strane calunnie in Europa: ma noi dicemmo sempre agli uomini che udivano le calunnie: Venite e osservate. Voi siete ora, signore, fra noi; siete mandato a verificare la realtà delle accuse: fatelo. La vostra missione può compirsi con libertà illimitata. La salutammo noi tutti con gioja, perchè essa non può che giustificarci.

La Francia non intende, senza dubbio, contenderci il diritto di governarci come a noi piace, il diritto di trarre, per così dire, dalle viscere del paese il pensiero regolatore della sua vita e porlo a base delle nostre instituzioni. La Francia non può che dirci: «Riconoscendo la vostra indipendenza, io debbo accertare ch'essa esce dal voto libero e spontaneo della maggioranza. Collegata coi governi d'Europa e desiderosa di pace, se fosse vero che una minoranza soggioga tra voi le tendenze nazionali—se fosse vero che la forma attuale del vostro governo non è se non il pensiero capriccioso d'una fazione sostituito al pensiero comune, io non potrei vedere con indifferenza la pace d'Europa messa continuamente a rischio dalle passioni e dall'anarchia inseparabili ad ogni governo di fazione».

Noi concediamo questo diritto alla Francia, perchè crediamo alla solidarietà delle nazioni pel bene. Ma affermiamo a un tempo che se fu mai governo escito dal voto della maggioranza, quel governo è il nostro.

La repubblica s'impiantò fra noi per volontà d'un'Assemblea escita dal suffragio universale; fu accettata con entusiasmo per ogni dove; in nessun luogo fu combattuta. E notate, signore, che rare volte l'opposizione fu così facile e poco pericolosa; direi anzi così provocata, non dagli atti, ma dalle circostanze singolarmente sfavorevoli nelle quali la repubblica si trovò collocata nei primi suoi giorni.

Il paese esciva da una lunga anarchia di poteri inseparabile dall'interno ordinamento del governo caduto. Le agitazioni inevitabili in ogni grande trasformazione e a un tempo fomentate dalla crisi della questione italiana e dagli sforzi di parte retrograda, lo avevano cacciato in un eccitamento febbrile che apriva il campo ad ogni ardito tentativo, ad ogni cosa che suscitasse interessi e passioni. Non avevamo esercito, non forza capace di reprimere; e in conseguenza degli abusi anteriori, le nostre finanze erano impoverite, esaurite. La questione religiosa, maneggiata da uomini capaci e interessati a trarne tutto il partito possibile, era facile pretesto a torbidi con un popolo dotato di splendidi istinti e di aspirazioni generose, ma intellettualmente poco educato. E nondimeno, proclamato appena il principio repubblicano, un primo fatto innegabile sottentrò a quelle condizioni pericolose: l'ordine. La storia del governo papale offre sommosse frequenti, periodiche: la storia della repubblica non ne ha una sola. L'uccisione di Rossi, fatto deplorabile ma isolato, eccesso individuale rifiutato, condannato universalmente, provocato forse da una condotta imprudente, d'origine a ogni modo ignota, fu seguito dall'ordine più mirabile[96].

La crisi finanziaria intanto saliva. Raggiri colpevoli riuscirono a far cadere di tanto il credito della carta della repubblica, da non potersi scontare se non al 41 o al 42 per %. Il contegno dei governi d'Italia e d'Europa si fece sempre più ostile. Difficoltà materiali e isolamento politico non valsero a turbare la calma di questo popolo. Era in esso una fede incrollabile nel futuro che doveva escire dal nuovo principio.

Ed oggi, di mezzo alla crisi, di fronte all'invasione francese, austriaca, napoletana, il nostro credito si rafforza; la nostra carta non soggiace che allo sconto del 12 per %; il nostro esercito ingrossa di giorno in giorno; e le popolazioni s'apprestano a farci riserva. Voi vedete Roma, signore, e sapete l'eroica lotta or sostenuta da Bologna. Io scrivo solo, di notte, in seno a una città profondamente tranquilla. Le milizie che custodivano Roma l'abbandonarono jersera per compire una impresa; e innanzi all'arrivo d'altre milizie, che non ebbe luogo se non a mezzanotte, le nostre porte, le nostre mura, le nostre barricate erano, in conseguenza d'un semplice avviso trasmesso, guardate, senza romore o millanteria, dal popolo in armi. Vive in core a questo popolo una profonda determinazione: il decadimento della potestà temporale attribuita al papa; l'odio del governo pretesco sotto qualunque forma, anche temperatissima, esso tenti di riproporsi; l'odio, io dico, non agli uomini, ma al governo. Verso gli individui il nostro popolo, dall'impianto della repubblica fino ad oggi, s'è mostrato, la Dio mercè, generoso; ma la sola idea del governo clericale del re pontefice lo fa fremere. Combatterà energicamente ogni disegno di ristorazione: si travolgerà nello scisma anzichè subirlo.