Dovevamo conquistare il tempo necessario per richiamarci dalla Francia ingannata alla Francia meglio informata, ed evitare alla repubblica sorella il rimorso d'essersi fatta, cedendo senza esami a suggerimenti stranieri, complice d'una violenza che non ha paragone se non nel primo smembramento della Polonia.
E dovevamo all'Europa una testimonianza, quale almeno poteva escire da noi, a pro del principio fondamentale d'ogni vita internazionale, l'indipendenza di ciascun popolo in ciò che riguarda la sua interna amministrazione. Resistendo con entusiasmo ai tentativi della monarchia napoletana e dell'eterna nostra nemica l'Austria, resistendo con profondo dolore alle armi francesi, noi andiamo alteri di poter dire a noi stessi che abbiamo benemeritato non solamente di voi, ma dei popoli europei.
Voi sapete, signore, gli eventi che tennero dietro all'intervento francese. Il nostro territorio fu invaso dalle truppe del re di Napoli; e quattromila soldati spagnuoli salparono, probabilmente il 17, per assalire le nostre coste. Gli Austriaci, superata la resistenza eroica di Bologna, inoltrarono nella Romagna e minacciano Ancona. Noi abbiamo respinto dal nostro territorio le forze del re di Napoli. Faremmo lo stesso—è fede nostra—delle forze austriache, se il contegno delle forze francesi non c'impedisse d'agire.
Noi parliamo dolenti. Ma è necessario che la Francia sappia finalmente le vere conseguenze della spedizione di Civitavecchia, ideata, se stiamo a ciò che s'afferma, a proteggerci.
Noi diciamo, signore, che fra tutti gli interventi promossi a danno nostro, l'intervento francese è quello che ci riescì più fatale. Possiamo batterci contro i soldati del re di Napoli e contro gli Austriaci: vorremmo non batterci contro i Francesi. Noi siamo a riguardo loro in condizioni non di guerra, ma di semplice difesa. Sarà tale il nostro contegno ovunque ci troveremo innanzi la Francia. Ma quel contegno, non giova dissimularlo, ha per noi tutti i danni d'una guerra senza alcuno de' suoi vantaggi possibili.
La spedizione francese ha reso indispensabile per noi un concentramento di forze che lasciò la nostra frontiera aperta all'invasione austriaca, e disarmate Bologna e le città della Romagna. Gli Austriaci ne profittarono. Dopo otto giorni di lotta sostenuta eroicamente dalla popolazione, fu forza a Bologna di cedere.
Avevamo comprato in Francia armi per nostra difesa; queste armi, 10 000 fucili almeno, furono sequestrate fra Civitavecchia e Marsiglia: esse sono in mano vostra. Togliendoci quell'armi, ci avete tolti 10 000 soldati, perchè ogni uomo armato sarebbe un soldato contro gli Austriaci.
Le vostre forze stanno sotto le nostre mura, a un tiro di fucile, disposte come per un assedio. Esse rimangono ostinate, minacciose a quel modo, senza fine dichiarato, senza programma, costringendoci a mantenere la città in uno stato di difesa che aggrava le nostre finanze, e togliendo alle nostre truppe ogni possibilità di movere a salvare le nostre terre dall'occupazione e dalla devastazione austriaca. Circolazione, approvvigionamenti, corrieri, ogni cosa è inceppata. Gli animi concitati potrebbero, se il nostro popolo fosse men buono e meno devoto, trascendere ad atti funesti. Quell'attitudine dei vostri soldati non genera anarchia o riazione, perchè nè l'una cosa nè l'altra è possibile in Roma; ma produce irritazione contro la Francia; ed è grave sciagura per noi che ponevamo finora amore e speranza in essa.
Noi siamo assediati, signore, assediati dalla Francia in nome d'una missione di protezione, mentre, a distanza di poche leghe, il re di Napoli trascina con sè i nostri ostaggi, mentre gli Austriaci scannano i nostri fratelli.