Lasciate da banda l'assassinio tante volte ipocritamente citato di Rossi. La repubblica decretata il 9 febbrajo 1849 non deve scolparsi d'un fatto accaduto il 16 novembre 1848, quando la parte principesca, la parte dei moderati settatori di Carlo Alberto, teneva il campo e cacciava o condannava ad assoluto silenzio gli uomini di fede repubblicana; nè alcuno in Italia accusa le vostre rivoluzioni di procedere dall'assassinio perchè il duca di Berry cadea di pugnale e cinque o sei tentativi di regicidio si succedevano nel volger di due anni in Parigi. Attenetevi ai fatti generali che contrassegnano in ogni tempo e in ogni luogo i sistemi che s'appoggiano sulla violenza. Potete, signori, citare, pei cinque mesi a un dipresso di governo repubblicano, una sola condanna a morte per cagione politica? un solo esilio intimato per sospetto politico? un solo tribunale eccezionale instituito in Roma per giudicare colpe politiche? un solo giornale sospeso per ordine governativo? un solo decreto diretto a vincolare la libertà della stampa anteriore all'assedio? Citate. Citate le leggi ordinatrici del terrore: citate i bandi feroci; citate le vittime—o rassegnatevi al marchio dei mentitori.
«La bandiera repubblicana inalzata in Roma dai deputati del popolo»—noi dicevamo in una delle nostre dichiarazioni—«non rappresenta il trionfo d'una frazione di cittadini sopra un'altra: rappresenta un trionfo comune, una vittoria riportata da molti, consentita dalla immensa maggiorità del principio del bene su quello del male, del diritto comune sull'arbitrio dei pochi, della santa eguaglianza che Dio decretava a tutte l'anime sul privilegio e sul dispotismo. Noi non possiamo essere repubblicani senza essere e dimostrarci migliori dei poteri rovesciati... Noi non siamo governo d'un partito, ma governo della nazione... Nè intolleranza, nè debolezza. La repubblica è conciliatrice ed energica. Il governo della repubblica è forte; quindi non teme.» In queste linee stava il programma repubblicano; nè fu mai violato, siccome i vostri, o ministri di Francia, dagli uomini che amministrarono tra noi la repubblica.
Ed eravamo forti: forti dell'amore dei buoni—e i tristi fra noi son pochissimi—forti del consenso dei cittadini ben altrimenti che voi non siete, signori. Noi non avevamo per mantenerci bisogno di porre lo stato d'assedio alla capitale: di sciogliere guardie nazionali; di riempir le prigioni; di cacciarvi, misti agli altri, i rappresentanti del popolo; di condannare a deportazione centinaja d'uomini di lavoro; di ricingerci, a comprimer gli altri, di cannoni e soldati. La nostra capitale era lieta, festosa sotto il peso dei sacrifici che ogni mutamento di stato impone, tranquilla, serena, quando la presenza del vostro esercito sotto le mura provocava alle audacie i malcontenti, se malcontenti fossero mai stati in Roma. La nostra guardia nazionale dava oltre a 7000 uomini al servizio attivo per entro la città e sulle mura. Le nostre prigioni erano pressochè vuote d'accusati politici: due o tre individui fondatamente sospetti di contatto col vostro campo: due o tre cardinali côlti in delitto flagrante di cospirazione, e un ufficiale, Zamboni, reo di diserzione, stavano soli sotto processo quando il signor de Corcelles si recò a visitar le prigioni; i cinque o sei detenuti, Freddi, Alai, e siffatti, da lui trovati in Castel Sant'Angiolo, v'erano per ordine di Pio IX e per trame contro il suo governo. Gli uomini più avversi alla repubblica, un Mamiani, un Pantaleoni, passeggiavano liberi le vie di Roma: al popolo, che ne sospettava, noi ricordavamo che la repubblica, migliore del principato, teneva inviolabili le opinioni quando non si traducevano in fatti pericolosi; e il popolo, generoso per indole e per coscienza di forza, intendeva e rispettava; nè cominciarono per taluno fra quegli uomini i pericoli se non quando noi non potevamo più interporre la nostra parola e lo spettacolo della vostra forza brutale irritava a riazione la moltitudine. Parecchî fra i nostri cannoni rimasero sovente, per impossibilità di custodia a tutto quanto il cerchio della città, accessibili a ogni uomo senza un solo soldato che li guardasse. E fu tal giorno—il 16 maggio quando le nostre truppe mossero alla volta di Velletri contro l'esercito del re di Napoli—in cui dalle cinque fino alla mezzanotte la città rimase sprovveduta d'ogni milizia e affidata al popolo unicamente. La truppe francesi erano a poca distanza dalle nostre mura. Noi facemmo ritrarre dalle porte del palazzo le poche guardie, richieste altrove. L'amore del popolo ci custodiva. E nè allora nè mai—tra i disagi d'una crisi finanziaria inevitabile, in mezzo a privazioni materiali inseparabili dal semi-blocco che le vostre forze ci stendevano intorno, sotto le vostre bombe come sotto l'influenza di corruttela che i vostri agenti e quei di Gaeta s'affaccendavano a esercitare—non un tentativo d'insurrezione fu operato da quei che il signor Drouyn de Lhuys chiama sfrontatamente gli onesti, non una voce di popolano sorse a dirci: scendete. Fazione! Terrore! Ah! se l'anima vostra, ministri di Francia, serbasse un'ombra pur di pudore, voi, guardandovi attorno o pensando alle paure e alle violenze tra le quali vi reggete in Parigi, avreste fuggito studiosamente quelle parole per temenza ch'altri vi leggesse la vostra condanna.
E se l'Assemblea davanti alla quale parlaste non fosse irreparabilmente guasta e inaccessibile ad ogni amore di verità—se invece di trascinarsi servilmente sull'orme del potere qual ch'ei si sia, i membri che sostengono col voto la vostra politica esterna, avessero, e sia pure avverso al nostro, un sistema nella mente, un concetto di credenza nel core—cento voci si sarebbero levate a tumulto in udirvi e v'avrebbero gridato: «Tacete. Non disonorate le nostre tendenze coll'aperta menzogna. Che! il vostro primo decreto in Roma instituisce pei fatti politici tribunali militari, scioglie circoli, governo, assemblea—il 5 luglio vietate ogni anche pacifico assembramento, intimate castighi esemplari, a proteggere le persone aventi relazioni amichevoli colle vostre truppe—il 6, sciogliete la guardia civica—il 7, ordinate il disarmamento totale dei cittadini—il 14, sopprimete tutti i giornali—il 18, fulminate minaccie contro ogni radunanza d'oltre a cinque persone;—tutti i vostri atti in mezzo a una popolazione che ci affermate favorevole a voi, e che ci vengono officialmente nel vostro giornale, son quelli appunto che noi, sulla vostra parola, credevamo ordinatori di terrore in Roma sotto il governo repubblicano e dei quali or non troviamo vestigio nella collezione de' suoi decreti; e voi persistete imprudentemente a gittargli contro un'accusa che ricade su voi, e a vantarvi restauratori della libertà nella pace e nell'ordine!»
E quei fatti durano tuttavia; durano dopo due mesi dal vostro trionfo. E le prigioni sono piene zeppe di uomini, i più, rei non d'altro che d'avere obbedito a chi reggeva, segnati dal dito d'alcune spie alle vendette sacerdotali. Oltre a cinquanta preti stanno in Castel Sant'Angiolo, colpevoli d'avere prestato i loro servigi alle ambulanze repubblicane. In Roma, condanne feroci, condanne di lavori forzosi a vita, feriscono vilmente ufficiali subalterni di pubblica sicurezza[100]. In Terni, in Bologna, in Ancona, in Rimini, si fucilano giovani, perchè detentori di un'arme. Non è forse oggi, nello stato romano, una famiglia su cinque che non conti uno dei suoi membri fuggiasco o prigione. Gli uomini della parte che intitolavasi moderata, gli uomini ai quali voi affermate d'esservi diretti ponendo piede in Roma, sono, per opera vostra, in esilio. Esuli sono Mamiani, Galeotti, il padre Ventura. Il vostro è lavoro di distruzione: lavoro eguale a quello che la monarchia compiva in Ispagna nel 1823. Aveste almeno il coraggio brutale della monarchia! Ma, mandatarî infedeli d'una idea che non è la vostra, avversi nel segreto alla bandiera nel nome della quale pubblicamente giurate, cospiratori anzichè ministri, voi siete condannati a ravvolgervi ipocritamente, premeditatamente, nella menzogna.
III.
Menzogna nelle asserzioni fondamentali; menzogna nei particolari; menzogna in voi, menzogna nei vostri agenti; menzogna, arrossisco in dirlo per la Francia che avete cacciata sì in fondo, negli ultimi a smarrire la tradizione dell'onore, nei capi del vostro esercito. Avete vinto colla menzogna, e tentate giustificarvi colla menzogna. Mentiva il generale Oudinot, quando egli, per illudere le popolazioni e spianarsi, trafficando sul nostro amore per la Francia, la via di Roma, serbava fino al 15 luglio intrecciate in Civitavecchia la bandiera francese e la nostra bandiera tricolore ch'ei sapeva di dover rovesciare. Mentiva impudentemente affermando in un suo proclama che la maggior parte dell'esercito romano s'era affratellato col francese, quando tutto lo stato maggiore diede, protestando, la sua dimissione, quando soli 800 uomini—oggi anch'essi disciolti—accettarono le condizioni di servizio proposte. Mentiva vilmente quando, dopo avere solennemente promesso in iscritto di non assalire la città prima del lunedì[101] 4 giugno, assalì nella notte dal sabato alla domenica. Mentiva a noi, trascinato da una debolezza colpevole, pur temperata dalla speranza di porre rimedio al male, l'inviato Lesseps, quand'egli ci rassicurava con promesse continue d'accordo e ci scongiurava a non attribuire importanza alle mosse francesi dettate, com'ei diceva, unicamente dal bisogno di porgere sfogo alla insofferenza di riposo nella soldatesca—e intanto, i vostri si prevalevano bassamente della nostra buona fede a studiare non molestati il terreno, a collocarsi, a fortificarsi, a occupare improvvisamente, pendente un armistizio, il punto strategico di Monte Mario. Mentiva il signor de Corcelles quando, contro la dichiarazione del municipio romano, quella dei consoli esteri e la testimonianza di tutta una città, affermava che Roma non era stata bombardata mai: le bombe piovvero, per molte notti e segnatamente dal 23 al 24 e dal 29 al 30, frequentissime e dannosissime, sul Corso, a piazza di Spagna, al Babbuino, sul palazzo Colonna, sullo spedale di Santo Spirito, su quello dei Pellegrini, per ogni dove. Mentite voi, signor Tocqueville, quando, fidando nell'ignoranza della vostra maggiorità, millantaste fatto unico nella storia la scelta del punto verso porta San Pancrazio per assalire la città quasi a maggior salvezza della popolazione e delle abitazioni. Roma, che presenta a porta San Paolo e a porta San Giovanni un'aperta campagna, vede appunto a porta San Pancrazio accumularsi popolo e case; porta San Pancrazio fu scelta perchè si mantenessero con rischio minore le comunicazioni con Civitavecchia, e perchè, mentre dagli altri punti era forza scendere a una temuta battaglia di popolo e di barricate, da quella di San Pancrazio il Gianicolo, signoreggiando Roma, offriva il destro di vincerla con guerra, non d'uomini, ma di bombe e cannoni. Mentiste tutti, o signori, da colui ch'è primo tra voi sino all'ultimo de' vostri agenti, a noi, all'Assemblea, alla Francia e all'Europa, quando deste ripetutamente, dal primo giorno della nefanda impresa sino a jeri, promesse di protezione, di fratellanza, di libertà che avevate fermo in animo di tradire.
IV.
Stretti in concerto con Gaeta, colla Spagna e coll'Austriaco, deliberati di rovesciare ogni segno di libertà repubblicana in Roma, e dopo avere lungamente cospirato tanto da illudervi a credere che la riazione retrograda avrebbe tra noi secondato le vostre mire, voi mendicaste i sussidî all'Assemblea, ingannandola—e risulta irrepugnabilmente dalle discussioni posteriori—sull'intento della spedizione. E ingannaste la commissione incaricata d'interrogarvi, i soldati ai quali persuadeste in Tolone che li guidavate a battersi contro gli Austriaci; gli abitanti di Civitavecchia fra i quali scendeste, come ladro mascherato, con due proclami, uno dei quali distruggeva l'altro; poi, quando la giornata del 30 commosse gli animi a sdegno, di bel nuovo l'Assemblea, mandando Lesseps a eseguire il decreto del 7 e scrivendo lo stesso giorno al generale Oudinot che tenesse fermo e avrebbe rinforzi; poi il vostro inviato medesimo, dandogli istruzioni che lo autorizzavano a fare secondo il concetto dell'Assemblea e ingiungendogli nondimeno di mantenersi in accordo con Rayneval che aveva istruzioni direttamente contrarie; poi noi; poi tutti—oggi forse ingannate il Papa, al quale prometteste ridare, senza condizioni, l'autorità e che ora, non sapendo come farvi perdonare dalla Francia d'averla disonorata, vorreste ridurre a proconsole costituzionale dipendente dalla vostra politica. Pur nondimeno non avete saputo architettare così bene le vostre menzogne che non esca dalle vostre stesse parole diritto perenne in noi di rivolta e condanna assoluta di nullità per quanto avete operato, per quanto opererete, senza consultar legalmente la volontà del popolo da voi manomesso.
Il preambolo della vostra Costituzione, nell'art. 5, vi grida: La Francia rispetta le nazionalità straniere.... Essa non impiega mai le sue forze contro la libertà d'alcun popolo. E strozzati da quell'articolo che vorreste, ma non osate ancor lacerare, mancanti a un tempo di coscienza della virtù e dell'energia della colpa, avete balbettato parole che l'Europa ha raccolto e ch'oggi sono tortura all'anima vostra.