Odillon Barrot, l'uomo che aveva, il 31 gennajo 1848, affermato il diritto assoluto d'ogni Stato italiano alla libertà e all'indipendenza[102]—dichiarava alla commissione dell'assemblea che il pensiero del governo non era di far concorrere la Francia alla distruzione della repubblica in Roma... e ch'esso opererebbe libero d'ogni solidarietà con altre potenze. E quando il relatore della commissione riferiva il 16 aprile all'Assemblea queste dichiarazioni, il presidente del Consiglio diceva: Io non rinnego una sola delle parole da me pronunziate davanti alla commissione e riferite a quest'Assemblea. E insisteva: Noi non andremo in Italia per imporre un governo, nè quello della repubblica, nè altro... Noi non vogliamo usare delle forze della Francia per difendere in Roma una o altra forma di governo: no! L'intento nostro è quello d'essere presenti agli eventi che possono compiersi nel doppio interesse della nostra influenza e della libertà che può correre rischio.
La dichiarazione del corpo d'occupazione francese al preside di Civitavecchia, in data del 24 aprile, affermava che il governo francese rispetterebbe il voto della maggiorità delle popolazioni romane... e non imporrebbe mai ad esse forma alcuna di governo.
Il 26, il generale Oudinot ripeteva che lo scopo dei Francesi non era quello d'esercitare una influenza opprimente nè d'imporre ai Romani un governo contrario al loro voto.
Il 7 maggio, il presidente del Consiglio dichiarava all'Assemblea che quei proclami, lavoro del ministro degli esteri, racchiudevano tutto quanto il concetto della spedizione.
Noi non dovevamo marciar su Roma—diceva il relatore della commissione—che per proteggerla contro un intervento straniero e contro gli eccessi d'una controrivoluzione.... come protettori—e citava l'espressione usata dal presidente del Consiglio in seno alla commissione—o com'arbitri richiesti.
L'Assemblea non voleva—ripeteva lo stesso giorno Odillon Barrot—che sotto la pressione diretta dell'Austria l'influenza contro-rivoluzionaria conquistasse Roma.
E il ministro degli esteri confermava: lo scopo della spedizione—ei diceva—era quello d'assicurare alle popolazioni romane le condizioni d'un buon governo, d'una buona libertà, condizioni che sarebbero state compromesse dalla riazione o dall'intervento straniero. E negava che si fosse dato ordine al generale Oudinot d'assalire la repubblica romana; negava che il generale avesse intimato al governo romano d'abbandonare il potere.
Allora interveniva il voto solenne dell'Assemblea: l'Assemblea nazionale invita il governo a far senza indugio gli atti necessari perchè la spedizione d'Italia non sia più oltre sviata dallo scopo assegnatole.
E d'allora in poi, ministri di Francia, ad ogni istante, attraverso i passi che movevate verso il vostro intento segreto—nelle parole da voi prescritte al vostro inviato, la cui scelta doveva essere all'Assemblea prova delle vostre liberali intenzioni—in tutte le conferenze con noi tenute dai vostri agenti—nei progetti d'accordo[103] architettati fra il signor Lesseps o il generale Oudinot, il 16 e il 18 maggio—nel linguaggio del signor de Corcelles: La Francia non ha che uno scopo; la libertà del pontefice, la libertà degli Stati romani e la pace del mondo (lettera del 13 giugno)—sempre il vostro governo, esplicitamente o implicitamente, accennò, come a sorgente d'ogni diritto, alla volontà delle nostre popolazioni e promise il libero voto.