Pur troppo così non fu. L'esito di quella guerra, che ci diede per le mani di Napoleone il Veneto, s'associa ai ricordi più tristi ed umilianti per il paese: Lissa e Custoza segnano la condanna inesorabile di chi non seppe meglio usare dell'italica forza e valore. La storia dovrà ripetere la desolante esclamazione di Nino Bixio: Quello che io so è che noi siamo disonorati!

Il Mazzini, che era venuto in Italia a spingere i suoi fra i volontarî di Garibaldi e a prestare tutta l'opera sua per rinfocolare i santi entusiasmi; dopo gli inesplicabili disastri, l'armistizio, l'ordine al Garibaldi di ritirarsi dalle forti posizioni conquistate nel Trentino, nulla più potendo, ritornava in Lugano. E quando ebbe notizia d'un'amnistia a lui accordata, la rifiutò sdegnosamente dicendo che non gli dava il core di rivedere l'Italia il giorno stesso in cui essa accettava tranquilla il disonore e la colpa.

Ottenuto il Veneto nel modo inglorioso dianzi accennato, l'objetto del pensiero nazionale si fissava nella liberazione di Roma; ma mentre da un lato il partito d'azione, capitanato dal Mazzini e dal Garibaldi, si rivolgeva al patriotismo delle popolazioni tuttora soggette al dominio teocratico, dall'altro lato il partito del Governo, sempre soggetto alle istruzioni dell'Eliseo, inculcava doversi rinunziare ad ogni tentativo armato ed aspettare Roma dalla maturità dei tempi e dalla benevolenza del Bonaparte[30].

Non a questo fatalismo inerte si rassegnavano i conscienti palpiti popolari, ed appena il Garibaldi ebbe pronunziato di nuovo il grido: Andiamo a Roma! la gioventù italiana rispose balda e fidente: Siamo con voi! E il Governo, coerente alla propria politica, ai patti che aveva escogitato nella sua alta sapienza diplomatica, volontariamente si accinse ad inseguire ed arrestare i giovani generosi, che accorrevano a far sacrifizio della propria vita per la redenzione di Roma e ad assistere coll'arme al piede, fida sentinella del Bonaparte, all'ecatombe di Mentana.

Come risulta limpidamente dal proemio del Saffi[31], in quella sventurata campagna del '67, i seguaci del Mazzini furono, per suo consiglio, fra i primi a seguire il Garibaldi; e questo giova notarlo, perchè lo stesso Garibaldi, ingannato da maligni insinuatori, credette allora e per molto tempo appresso che dell'infelice esito di quella spedizione fossero responsabili i mazziniani.

Vero è che il Mazzini avrebbe voluto vedere il popolo d'Italia entrare in Roma a riprendere e continuare le gloriose tradizioni del '49, come dice anche in un suo scritto Ai Romani[32], pubblicato fino dal 1866; ma appunto per questo egli aveva bisogno di spingere ad arrolarsi nell'esercito garibaldino gli uomini del suo partito, i quali, dopo la vittoria, avrebbero potuto risollevare l'antica bandiera repubblicana[33].

E a buona ragione premeva sventolare quella bandiera gloriosa, perchè la monarchia s'era macchiata della maggior colpa, rinunziando a Roma; ond'egli scriveva: «Ho esaurito con la monarchia tutte le prove, tutte le concessioni, tutta l'obbedienza possibile. Dispero d'essa, non dispero dell'Italia.» Pur ritenendo il momento non propizio, la bandiera errata, secondò nondimeno con ogni forza a sua disposizione la iniziativa del Garibaldi; la secondò pur prevedendone l'esito, perchè in quella occasione, come in ogni altra, tutto subordinò e sacrificò alla costituzione della patria unità.

Ben pochi sono i nomi dei grandi pensatori ed apostoli la cui fede seppe trionfare di una lunga vita nella quale costanti delusioni, persecuzioni e calunnie non vennero temperate da periodi di soddisfazioni e di successo. Fra quei pochissimi si scriverà il nome di G. Mazzini; di lui che ebbe sempre la terra promessa, a cui avea condotto il popolo italiano, dinanzi agli occhi, ed esule e ramingo ne fu sempre proscritto. Irradiato da presciente fede, tetragono al dolore, il forte animo non vacillò, nè per un istante cedette alle patrie vergogne o alla ingratitudine ed alle false accuse che ebbe sempre in compenso della magnanima sua opera; non vacillò nemmeno quando ai dolori morali, per la fiacchezza del corpo logoro da tanti patimenti, s'aggiunsero quelli fisici, che lo trassero dopo lunghe sofferenze, stoicamente sopportate, al sepolcro.

D'ogni breve periodo di sollievo profittava per continuare il suo già quarantenne apostolato, e così, per esempio, scriveva agli amici di Bologna: «Miglioro. E in verità il nuovo guanto di sfida che il papato e lo straniero, protettore del papato, ci mandano coi cadaveri di Monti e Tognetti, l'ira italiana ed il terrore di scendere nel sepolcro coll'imagine della mia patria disonorata, inchiodata nell'anima, operano, credo, a guisa di tonici sul corpo infiacchito.»