«Ma in quel tempo, narra il Saffi[34], i nuclei dell'alleanza repubblicana stendevano, intrecciavano le loro fila di regione in regione, avevano aderenti nella bassa ufficialità dell'esercito, patrocinatori segreti nell'opposizione parlamentare; e i loro atti di propaganda correvano per ogni terra d'Italia, erano diffusi nelle officine, penetravano nelle caserme.»
E il Governo impaurito di quella propaganda, ferocemente insaniva, ordinando sequestri, sciogliendo associazioni e cacciando in prigione i migliori patrioti; nè di ciò pago, faceva spargere calunnie di accoltellatori assoldati dal partito mazziniano a dare di piglio negli averi e nel sangue dei cittadini; e costringeva, d'accordo col Bonaparte, il Governo federale a cacciare gli esuli raccolti nel Canton Ticino[35].
Alla volgare calunnia rispose il Mazzini nobilmente, serenamente, come chi si sente l'animo integro, con lo scritto Ai nemici, al quale mandiamo il lettore[36].
Furono quelli dal '67 al '70 tristissimi anni, chiamati con ragione dal Garibaldi tempi borgiani, i quali forse soltanto nei presenti trovano riscontro; per la qual cosa mai come allora suonò santa e potente al cuore della patria la voce del Mazzini, quasi voce della Nemesi italiana, che in mezzo alle corruzioni, alle viltà, agli arbitrî, allo sperpero del pubblico denaro si levasse vendicatrice dell'onor nazionale[37].
Nello scritto L'iniziativa, pubblicato nel maggio 1870[38], il Mazzini riassume con un'abile sintesi le misere condizioni politiche, morali ed economiche nelle quali dibattevasi la Patria per opera di un Governo senza fede e senza ideali, e prova alla stregua dei fatti che dal popolo solo può sorgere una vera iniziativa nazionale.
«Fra quelle congiunture, fermo nell'idea che l'Italia dovesse procedere e predisporre, anzichè seguire, le combinazioni del tempo, e impaziente d'inalzare la bandiera, che sola poteva, per suo avviso, rigenerarne la vita, cedette ad ingannevoli proposte d'azione in Sicilia; e perchè il moto porgesse malleveria non dubbia di tendere, non a separazione, ma ad unità, deliberò di recarsi a capitanarlo. Nè valsero a rimuoverlo dal suo proposito gli avvertimenti degli amici, convinti della vanità del tentativo. Mosse pertanto, nel luglio del 1870, alla volta dell'Isola, com'uomo che si consacra all'ultimo sacrificio per la sua fede. Ne seguì, come tutti sanno, la sua cattura sulla nave che l'avea condotto nelle acque di Palermo e la reclusione a Gaeta»[39].
Seppe in carcere della fucilazione del Barsanti e ne provò un profondo dolore, una nuova scossa quel corpo affranto, il quale ormai reggeva a tante lotte per la sola vigoria dello spirito, che ebbe in lui una perenne giovinezza[40]; e ne sono mirabile testimonianza gli ultimi scritti dettati poco prima di morire[41].
Seppe pure in carcere della presa di Roma; ma tale avvenimento non poteva dargli allegrezza, chè nella Città Eterna, non il popolo entrava altero e cosciente de' proprî destini, ad iniziarvi la terza civiltà; ma la monarchia, quasi riluttante e supplichevole in atto, a continuarvi la pedestre politica d'ipocrisie e di volgari espedienti[42]; e nello scritto Ai miei fratelli repubblicani dopo la prigionia di Gaeta[43] raccomandò in Roma e per Roma l'apostolato dell'Alleanza repubblicana.
Uscito di carcere per atto d'amnistia, correva a Staglieno a sfogare la suprema angoscia dell'animo invitto sul sepolcro materno; quindi, mesto e sdegnoso di dover la propria libertà ad un reale decreto, riprendeva ancora una volta la triste via dell'esilio.