Senza principio nè fede; ed è tempo, a fronte d'un popolo brutalmente oppresso e d'un altro disonorato, di dirlo senza riguardi. Spettacolo più schifoso di quello offerto in oggi dai falsi repubblicani che maneggiano le cose francesi, non credo possa trovarsi nella storia dell'ultimo mezzo secolo. Uomini che per quindici anni guerreggiarono con tutt'armi contro l'elemento del clero; e che sostennero nei loro libri e nelle loro assemblee come cardine dell'edifizio civile l'emancipazione dalla potestà spirituale; che lavorarono instancabili, quantunque ammantandosi d'ipocrisia, da Luigi XVIII fino al 1830, e più dopo qualunque volta intravvedevano al termine della guerra un portafoglio di ministero, a dissolvere, a cancellare ogni fede nell'altare e nel trono; son oggi collegati coi dispersi superstiti del partito che vinsero per vietare ai popoli di desumere le conseguenze della vittoria. Eredi bastardi di Voltaire e di Volney, ultimo rampollo del materialismo del XVIII secolo, e diseredati d'ogni concetto di dovere e d'avvenire religioso dell'Umanità, sommavano pochi anni addietro la loro dottrina internazionale nella esosa parola: ciascuno per sè; il sangue francese non deve scorrere che per la Francia—la loro dottrina di politica interna nella formula negativa: la legge è atea; oggi federati, pur disprezzandoli in core, cogli ultimi fautori del diritto divino che alla volta loro li sprezzano, inneggiano congiunti al papa e imposturano parole di venerazione al cattolicismo, gli uni col piglio ignaziano di Mefistofele, gli altri con amarezza d'intolleranza domenicana, taluno per nullità d'ingegno servile a tutto ciò ch'è fatto o lo sembra. Cospiratori, per impazienza di potere, com'oggi sappiamo sotto Carlo X, taluni d'essi membri di società segrete repubblicane, pur protestando con calore, in pubblico, riverenza alla carta monarchico-costituzionale, tremanti e adulatori davanti al popolo quando sorge nell'onnipotenza rivoluzionaria, poi feudalmente insolenti quando il leone s'acqueta, cospirano oggi contro l'instituzione repubblicana alla quale tutti—anche il signor Montalembert—giurarono fede. Persecutori, per irritazione di rimorso, dei loro antichi compagni; persecutori, per terrore del vero, di quei che non mutarono mai credenza o linguaggio; essi mutarono tante volte che non è sillaba nei loro discorsi dell'oggi alla quale non potesse trovarsi confutazione in quei d'un anno o di mesi addietro—e cito a pie' di pagina un esempio per saggio[106].

Son questi i nemici di Roma repubblicana. Ah! ben è vero: la libertà, come disse un dei loro, non suscita più nel core degli uomini in Francia quel culto di sagrificio serenamente incontrato, quel santo giovanile entusiasmo puro di sdegni e vendette, nudrito di fiducia e speranza, che fremeva anni sono sotto l'alito dell'amore. Ma chi n'è in colpa? Non i rari fatti consumati dalle insurrezioni su taluno fra gli oppressori, che noi deploriamo, ma che voi, veneratori di Carlotta Corday, non avete diritto d'anatemizzare: a quei fatti noi possiamo contrapporre carnificine regie recenti, e centinaja di vittime scannate ad arbitrio. Non qualche assurdo esclusivo sistema di sovversione violenta, mormorato da qualche individuo e rifiutato universalmente da noi, che si sperderebbe nel soddisfacimento dei veri bisogni del popolo. Se quel culto si contamina talora di meschine passioni—se quell'entusiasmo sembra infiacchirsi nello sconforto—spetta a voi tutti la colpa. Mallevadori delle tristi conseguenze che possono escire da condizioni siffatte son gli uomini, che, da ormai vent'anni, hanno fatto scuola della delusione; son gli uomini che, amati un giorno per apostolato di libere dottrine dai giovani, li hanno freddamente traditi; son gli uomini che avean detto al popolo: la libertà è il diritto d'ogni creatura umana al proprio sviluppo, il mezzo di miglioramento progressivo alle moltitudini, e dicono oggi cogli atti loro: la libertà è l'aristocrazia dell'egoismo potente sostituita a quella del sangue: la libertà è il monopolio e il privilegio dei forti capitali: la libertà è la via schiusa agli uffici e al dominio per un piccolo numero d'ingegni scettici e raggiratori. Non cercate altrove cagioni al dubbio e alle diffidenze.

Saggio della immoralità alla quale io accenno sono i discorsi ministeriali sulla questione romana. Alla parte del diritto nessuno allude. L'inviolabilità della vita d'un popolo, la missione repubblicana scritta nello parole: libertà, eguaglianza, fratellanza della bandiera di Francia, non entrano elementi del problema da sciogliersi. Bisognava davanti al fatto di Roma, argomenta il presidente del Consiglio, rimanersi inerti, ed era disonore—riconoscer sorella la repubblica romana, e correr pericolo di guerra europea—o intervenire a suo danno, e questo scegliemmo. Se noi non facevamo, l'Austria faceva. Così, perchè il ferro dell'assassino minaccia un onesto e voi non avete il coraggio d'interporvi a difenderlo, v'affrettate a vibrar primi il colpo. Rallegratevi, o signori: il pugnale infitto nel core di Roma è vostro: ciò che palpita sotto le pieghe della bandiera tricolore di Francia è una vittima, e voi potete ricevere le felicitazioni di Welden e del re di Napoli: giungeste primi.

E argomentazione siffatta riscote gli applausi della diritta. E quando taluno rammenta i patti e le promesse dell'intervento, il ministro risponde con piglio di Brenno: Guai a chi è vinto! A che parlate di patti e promesse? La guerra li infranse. La guerra! ma non fondaste tutti i vostri discorsi anteriori sull'oppressione esercitata da una mano di faziosi sulle popolazioni romane? non vi diceste liberatori? non si facevano più sacre le vostre promesse quando appunto, cacciati quei pochi, cominciava per voi possibilità di compirle?

La Francia ha fatto in Roma quello che l'Austria avrebbe potuto fare: ha ristabilito il papa nella pienezza del suo potere temporale assoluto; stolta e nulla è dunque la difesa che poggia sui pericoli che noi correvamo dall'Austria. Ma erano pericoli insuperabili?

Ho certezza morale—e non sarebbe difficile accumulare gli indizî—che l'intervento fu concertato a Gaeta fra i quattro governi invasori. Ma or non importa appurarlo. Che avremmo noi fatto se all'Austria, e non alla Francia, fosse stato conferito l'incarico di rovesciare la repubblica romana? Giova, per gl'Italiani, accennarlo.

L'esercito romano sommava dai 14 ai 15 mila combattenti. La divisione lombarda, forte d'8 000 uomini, era pronta all'imbarco alla nostra volta: gli ostacoli veri, come ognun sa, non vennero che dai legni da guerra francesi e dall'impossibilità, dove si fossero superati, di scendere a Civitavecchia. Stava in Marsiglia un nucleo di legione straniera assoldata da noi, forte d'800 volontarî, francesi i più. In Marsiglia erano pure, comperati in Francia da noi, cinque o seimila fucili che il governo francese trattenne. Altri 4000 erano giunti in Civitavecchia, ed erano per Roma 4000 soldati. Altri ajuti s'aspettavano dalla Corsica e dalla Svizzera. In sul finire d'aprile, le forze repubblicane dovevano ascendere a 29 o 30 000 uomini.

Gli Austriaci giunsero sotto le mura d'Ancona con soli 12 000 uomini, e la lunga loro linea d'operazione rimase, per difetto di forze, sprovveduta, indifesa. Disegno premeditato nostro era quello di fare una dimostrazione a Tolentino, quindi movere con rapida marcia e rovesciando ogni ostacolo per la via di Fano, e presentarsi riconcentrati alle spalle del nemico nelle Romagne. Operazione siffatta, consumata da un ventotto mila uomini, doveva infallantemente o cacciare gli Austriaci a fuga precipitosa o distruggere intero quel corpo d'esercito.

O gli Austriaci dunque—e questo è il vero—sentendosi ancora deboli, ritardavano l'invasione, e ci davano campo di trovarci alla metà del maggio largamente provveduti di materiale da guerra, e forti d'un 45 000 uomini:—o invadevano, e la repubblica iniziava la difesa del suo territorio con una prima e certa vittoria. Chi può calcolare le conseguenze morali d'una vittoria sull'armi austriache, cacciata come guanto di sfida tra popolazioni frementi di lungo odio contro l'Austria, e facili all'entusiasmo, chiarite or prodi e vogliose di battersi? A noi sorrideva nell'animo la speranza di stendere una mano all'eroica Venezia e ricominciare, poi che la guerra regia s'era spenta in Novara, in nome di Dio e del Popolo, la guerra sacra dell'indipendenza italiana. Comunque, l'impresa fidata all'Austria, ricinta di nemici com'era, e costretta a serbare la più gran parte delle sue forze fra il Piemonte, la Toscana e la Lombardia, era più che dubbia nell'esito; e il parlarne come d'impresa infallibile ad uomini che privi di tutte le forze accennate, e alle quali chiuse il varco Civitavecchia francese, combatterono la giornata del 30 aprile, e costrinsero in città non forte, trentamila Francesi a un mese d'assedio, aggiunge il ridicolo alla coscienza della menzogna.

Ma vi sono fronti, come dice Giorgio Sand, alle quali non è più dato arrossire.