Ed io—è l'unica volta ch'io parlo quasi con rimorso di me—io, signor Montalembert, che non ho mai firmato dichiarazioni o accettato amnistie, perch'io non voleva porre una menzogna nella mia vita e perch'essi hanno bisogno della nostra amnistia, non noi della loro,—io che esule ormai da vent'anni ho dato tutte le gioje della vita, e ciò che più monta, le gioje de' miei più cari al culto d'un'unica idea, d'Italia iniziatrice, di patria libera ed una—io che v'ho amato leggendo le vostre pagine premesse al Pellegrino polacco, e vi compiango oggi persecutore dei miei fratelli e nemico al bene della mia nazione—io dovrei cancellare la mia coscienza e calpestare questa mia fede di venticinque anni, sostegno mio contro al dubbio e allo sconforto attraverso delusioni e sciagure ch'io non vi desidero, perchè i corruttori della Chiesa non possono conciliare i loro appetiti di dominio principesco colla libertà dell'Italia e coi progressi del mondo? Ah! ricordo una madre italiana che dolevasi di non avere due figli da dare alla patria, e un'altra che a me, vacillante un momento per dolori taciuti a tutti fuorchè ad essa, scriveva additando il versetto 12 e seguenti al capo VI dell'epistola di Paolo agli Efesi. La prima di quelle madri avea perduto il figlio, per opera dei vostri, sotto le mura di Roma: alla seconda, due erano sottratti dall'esilio, e un terzo da morte volontaria in una prigione. La voce di quelle due madri, signore, confuta per me molti studiati discorsi. La religione del sacrificio è ben altramente vera che non la religione sostenuta da voi colle bajonette. Perisca dunque il papato, e viva l'Italia! Se la Chiesa, disse il padre Ventura, non cammina coi popoli, i popoli cammineranno senza la Chiesa, fuor della Chiesa, contro la Chiesa. Contro la Chiesa! no: noi cammineremo dalla Chiesa del passato alla Chiesa dell'avvenire, dalla Chiesa cadavere alla Chiesa di vita, alla Chiesa dei liberi e degli eguali, dove regge chi più serve i fratelli, dove il seggio della fede non si puntella colla violenza. V'è spazio che basta per Chiesa siffatta fra il Vaticano e il Campidoglio.

E questo grido dell'anima mia, questo convincimento che nulla può svellere, è grido, o signore, è convincimento di tutta la gioventù italiana che ha palpitato di sdegno leggendo il vostro discorso, che palpiterà d'affetto leggendo il mio. Voi potreste spegnere il mio, non il suo grido. Voi potete cancellar molte vite, ma non la vita. La Vita d'una nazione è cosa di Dio. Tutti i vostri sforzi romperanno contro il decreto della provvidenza. L'Italia sarà.

E il giorno in cui l'Italia sarà, che avverrà del papato?

Anche cadendo, Roma ha reso servigio alla Francia. Essa ha creato al governo ch'oggi l'opprime il più grave ostacolo che potesse mai suscitarglisi: ha logorato la parte della dottrina; ha strappato il segreto alla parte ch'oggi invade il potere: 1815 e diritto divino.

La Francia provveda, e s'affretti. Due morti sono pei popoli: l'assassinio per conquista e il suicidio del disonore. La Francia è minacciata in oggi di questa seconda.

E non di meno la Francia non deve, non può perire. Un popolo che affida all'umanità l'ultima parola di un'epoca deve concorrere alla rivelazione della prima d'un'altra. L'Europa ha bisogno della Francia, del suo braccio e del suo consiglio. E l'avrà.

Una voce di poeta che amammo giovani e che lamentavamo muta da lungo tra le nostre file, la voce di Vittore Hugo, s'è riscossa al grido di Roma, della città madre al genio e alla poesia. E in nome di Roma, noi lo ringraziamo pel marchio stampato in fronte ai nostri oppressori. Una voce d'amico, esule come noi siamo, ha scritto belle e forti parole a scolpare la Francia, la vera Francia, del delitto commesso contro la nostra nascente nazionalità[108]; e a lui con affetto riconoscente diciamo: non temete, fratello; lasciate al vostro esilio e al nostro cuore le discolpe della vera Francia. Le anime nostre sono tranquille e serene come dopo una vittoria. Noi amiamo come combattiamo, ora e sempre. E il nostro amore è il vostro amore, le nostre battaglie sono le vostre battaglie. La falsa parola d'ordine, gettata fra noi da uomini disertori dalla bella vostra bandiera, non dividerà i soldati dello stesso campo. Noi gemiamo e speriamo per voi come per noi. E quando voi ci vedete segregati in Roma, in Italia, da uomini che parlano la lingua di Francia, ma non ne rappresentano l'idea, la missione, dite: essi vogliono serbarsi puri all'abbraccio della Francia redenta;—quando udite la nostra parola escire concitata ed amara contro fatti ed uomini che disonorano la Francia, dite: essi s'irritano, come per la loro, per la nostra patria; ma non dimenticano in cuore un solo dei fatti e degli uomini che la redimono.

28 ottobre 1849.


A LUIGI NAPOLEONE
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESE