«Jusqu'à présent je ne suis qu'un simple volontaire; mais... je me mettrai avec satisfaction sous vos ordres si vous me jugez utile à la cause sacrée que j'embrasse avec ardeur, et à laquelle je rêve depuis dix ans—(Napoléon, lettre au gén. Sercognani, Terni. 28 février, 1831.)
«Moi aussi, banni de ma patrie, je gémis souvent sur la loi d'exil qui frappe ma famille; mais cependant lorsq'on voit qu'aujourd'hui, tout ce qui a l'âme noble est chassé de la terre natale ou persécuté par le pouvoir, alors on est fier d'être dans les rangs des opprimés et des proscrits.»—(Napoléon Louis C. Bonaparte, adresse aux réfugiés polonais, Arnenberg, 17 août 1833.)
«Nos armes ont renversé à Rome cette démagogie turbulente qui, dans toute la peninsule italienne, avait compromis la cause de la vraie liberté, et nos braves soldats ont eu l'insigne honneur de remettre Pie IX sur le trône de St-Pierre.»—(Message du président de la République, 12 novembre 1850.)
Signore.
Quando vostro fratello scriveva da Terni le parole che stanno in capo al mio scritto, voi eravate al suo fianco. La causa sacra per la quale egli e voi eravate presti a combattere, era la stessa ch'oggi chiamate demagogia. Il governo agli ordini del quale voi ambivate sottomettervi era, come il nostro, governo d'insurrezione; decretava, come il nostro, l'abolizione del potere temporale del papa. Non sorse in voi un ricordo di quei giorni, mentre scrivevate le linee calunniatrici di Roma nel vostro Messaggio? Non vedeste levarsi, come un rimorso, la pallida faccia del fratello vostro tra voi e quella bandiera di popolo sotto la quale voi militavate vent'anni addietro, semplice volontario con lui, e alla quale oggi voi, presidente di Francia, insultate? Io era allora prigione in una fortezza, in Savona, dove un papa fu confinato da vostro zio: e giurava a me stesso che nè terrore di persecuzione nè seduzione d'egoismo m'avrebbero sviato mai d'un sol passo dalla bandiera che voi pure abbracciavate con ardore. Ho speso intorno a quella promessa le forze, le gioje e le speranze individuali della mia vita; ma posso guardare con occhio sicuro attraverso quei vent'anni passati senza che un solo ricordo venga a cozzare coll'oggi, senza che una sola imagine di congiunto o d'amico si levi a dirmi: tu hai falsato il giuramento dell'anima tua; tu hai travolto nel fango e calpestato con orma violenta il Dio de' tuoi anni più puri!
E quando nel 1833, sopra una terra repubblicana, confortavate l'esilio col nobile orgoglio d'aver compagni i migliori di tutte contrade perseguitati dai loro governi, voi stringevate una seconda volta il patto di fratellanza cogli uomini ai quali oggi il vostro Messaggio vorrebbe porre in fronte il marchio di demagoghi. Repubblicani erano e chiamati demagoghi dai loro oppressori i cinquecento Polacchi ai quali voi mandavate le amiche parole: repubblicani e ribelli al papa gli esuli d'Italia ch'erravano tra le valli svizzere, adocchiati, com'oggi dalle vostre, dalle spie di Luigi Filippo. Non ripensaste al vostro linguaggio di diciassette anni addietro, mentre osavate chiamare libertà vera quella di ch'oggi godono, mercè vostra, gli abitanti delle terre romane? Non vi sentiste il rossore salire alla fronte mentre dicevate onore cospicuo l'atto che condannò all'esilio migliaja d'uomini salutati dal loro popolo liberatori? Io era, quando voi parlavate in Arnenberg, tra quei proscritti nelle cui file eravate allora altero di connumerarvi; ed anch'oggi son tale e perseguitato, come i miei fratelli di Polonia e Germania, di note confidenziali dai vostri satelliti interpreti del Messaggio. Ma posso levar serena la fronte davanti agli uomini senza temere che un solo de' miei antichi compagni d'esilio mi dica: tu hai tradito il patto stretto nella sventura; tu hai aggiunto il tuo al nome dei proscrittori.
In nome degli esuli di Roma e di tutta Italia, io vi ringrazio, signore, delle parole scritte su noi nel vostro Messaggio. Per esse noi sentiamo insuperbirci, conforto supremo, nell'anima la coscienza di combattere per una causa che non ci costringe a contraddirci e a mentire. La nostra parola d'oggi è quella dei primi giorni della nostra carriera politica: voi date forzatamente una mentita a vent'anni della vostra vita. Noi, militi della fede repubblicana, non invochiamo a vincere se non il libero suffragio del popolo: voi, amministratore d'una repubblica, mutilate il suffragio in patria, lo cancellate coll'armi al di fuori. Noi a mantenere il nostro governo in Roma non avevamo bisogno d'esilî, di proscrizioni, ma d'una bandiera e d'un grido al popolo, perchè in nome di Dio la proteggesse siccome sua: voi a mantenere in Roma il governo che affermate voluto dalla maggioranza, dichiarate aver bisogno che si prolunghi il soggiorno dell'armi francesi; a mantenerlo in Francia, avete bisogno di continue destituzioni, di numerosi imprigionamenti, di sciogliere in cento località le milizie cittadine, di perpetuare in più dipartimenti lo stato d'assedio, d'introdurre limitazioni alla stampa, alle associazioni, alla universale rappresentanza. Noi ristampiamo le sedute della vostra Assemblea, le parole del vostro Messaggio: voi ponete per quanto è in voi divieto sulle nostre difese; la vostra polizia contende la frontiera all'Italia del popolo; la vostra Assemblea non osa leggere le nostre proteste. Noi accusiamo: voi calunniate. Giudichino gli uomini onesti d'Europa da qual parte stia il Vero e la coscienza del Dritto. Giudichino dove stia la fazione.
Alle parole del vostro Messaggio, il Comitato nazionale italiano ha contrapposto la protesta che precede queste mie pagine[109]. La vostra maggioranza, signore, ha cercato soffocarla tacendone. Dai popoli ai quali voi tenete la spada di Brenno alla gola, essa non accetta che petizioni. I selvaggi delle foreste d'America sospendevano le torture per rispettare nel prigioniere il diritto di conchiudere il suo inno di morte, e d'oltraggio ai tormentatori: i vostri non hanno il coraggio di dire: lasciamo passare il grido delle nostre vittime. Essi votano la rovina d'un popolo nel silenzio: la mort sans phrases.