Perchè dunque ostinarvi su quella via? Perchè, uomini che amano anch'essi sinceramente il paese, non si stringono in un accordo comune di pensieri e d'azioni onde persuadere all'Italia che il momento per levarsi è venuto, e ajutarla ad afferrarlo con celerità di mosse e imponenza di forze?
S'arretrano essi forse impauriti davanti all'esclusivismo repubblicano?
No: voi non proferirete quella parola, Manin; voi men ch'altri potreste proferirla senza arrossire. La storia dei tentativi fatti da me, perchè tutti ci unissimo sopra un terreno, che non è il mio, ad ajutare le tendenze generose d'un popolo, che è migliore di noi letterati, v'è nota. Ma, lasciando la banda gli sforzi inutili d'un individuo, il grido unanime dei repubblicani d'Italia, convalidato da fatti innegabili, sorgerebbe a smentire l'accusa.
La Nazione salvi la Nazione: la Nazione, libera ed una, decida dei suoi propri fati—è programma esclusivo? Può intendersi, senza quella formola, l'esistenza d'un Partito Nazionale? Non possono, non devono, all'ombra di quella bandiera, abbracciarsi quanti cercano la Patria comune, a qualunque frazione appartengano? Non rimane l'avvenire aperto a ciascuno?
Noi, repubblicani oggi siccome jeri, non vogliamo imporre repubblica, e confessiamo arbitro supremo il paese: voi, repubblicani jeri, volete in oggi imporre la monarchia: chi è l'esclusivo tra noi?
Giugno 30.
III.
In una vostra lettera, s'io non erro, del 28 maggio, voi decretavate Vittorio Emanuele re unificatore d'Italia.
Nella vostra del 26 giugno, voi professate d'insegnare, per mezzo della stampa inglese, agl'Italiani di Napoli, il modo d'ottenere che Ferdinando ridiventi monarca costituzionale delle Due Sicilie. Se migliaja, anzi milioni d'uomini, schiavi d'una tirannide illimitata, possano quetamente intendersi a praticare universalmente un rimedio più che difficile e rare volte tentato là dove vivono libertà e diritti custoditi da corpi deliberanti—se, dove potesse raggiungersi armonia di voleri siffattamente miracolosa, non valga meglio scendere in piazza ed emanciparsi a un tratto dall'esoso governo—è questione che gli uomini del regno sciorranno, se giunge ad essi il vostro consiglio. Io scrivo a chiedervi, a chiedere agli amici vostri, come si concilii la unità d'Italia sotto Vittorio Emanuele col ristabilimento d'una monarchia costituzionale in Napoli. L'Italia ha lungamente deplorato, Manin, il vostro silenzio; temo che voi dovrete deplorare tra non molto l'ora, in cui i suggerimenti di falsi o d'incauti amici v'indussero a romperlo.
Che cosa è che volete? In chi credete? qual via pratica di risurrezione additate voi all'Italia? Qual è il principio, il metodo che vi guida? Ogni uomo che s'arroga il diritto di consigliare un Popolo, ha debito di dirlo chiaro. Voi accarezzate il linguaggio reciso, laconico, dittatoriale, dell'uomo che si sente capo, e domanda d'esser seguito; non potreste avere aperto, logico, definito il pensiero? Volete l'unità d'Italia sotto un solo monarca, o volete sette principi che, di fronte a minaccie interne o straniere, giurino oggi e sgiurino domani costituzioni? Volete un'insurrezione nazionale che ci conquisti colla forza delle armi la Patria comune, o volete riforme locali, che ci diano una dose omeopatica di libertà, concessioni che ci addormentino, amnistie che ci disonorino? Quando chiedete al Popolo agitazione, intendete agitazione di petizioni, dimostrazioni pacifiche, come quelle che precedettero nel 1848 le cinque giornate, e che oggi sarebbero accolte dalla mitraglia, o le sommosse parziali, che annunziano e talora affrettano l'insurrezione? Quando dite che la rivoluzione è forse vicina, accennate a un levarsi di moltitudini o ad una mossa spontanea del monarca unificatore? Quando scongiurate che Roma non mova, insegnate codardia all'insurrezione o fidate in arcani disegni dell'uomo del 2 dicembre?