No. La corona d'un popolo che sorge non s'ha in dono; si vince. Volerla, prima di meritarla, è perderla. Se Carlo Alberto, invece d'attendarsi nel quadrilatero, correva, per impedire i rinforzi, ai monti; se, invece d'arrestarsi davanti ai pali della confederazione Germanica accampava in Tirolo; se invece di volere che Venezia, la vostra Venezia, Manin, scontasse la colpa della sua bandiera repubblicana, ei s'affrettava a difenderla e a cingere i passi delle Alpi Friulane e Cadoriche; s'ei non patteggiava col governo inglese la inviolabilità di Trieste; se, invece di rifiutare gli ajuti d'un popolo prode e voglioso, invece di sciogliere i volontarî, ei chiamava la libera guerra dei cittadini a fiancheggiare la battaglia dell'armi regolari; s'ei voleva, insomma o sapeva vincere, nessun partito valeva a contendergli la corona d'Italia.

La malaugurata fusione, affrettata appunto quando l'impresa volgeva in peggio, perdè lui e il paese ad un tempo. Dite al vostro re d'assalire e di vincere; quella è l'unica via per la quale ei possa sperare di cingersi la corona che voi gli decretate, mentr'egli, in virtù dei trattati, siede allato degli stranieri, occupatori di due terzi d'Italia.

O giova al paese?

Il paese, Manin, vive anch'oggi inerte, immemore dei suoi doveri, tra il capestro e il bastone. Bisogna insegnargli la fede in sè, colla fede in esso, l'unità dei voleri, colla concordia degli uomini, ch'egli a torto o a ragione saluta suoi capi, l'energia delle decisioni, colla insistenza d'una parola vera, ardita, immutabile. Bisogna additargli uno scopo determinato, i mezzi logici che ad esso conducono, i doveri che deve compire a raggiungerlo. Bisogna rapirgli inesorabilmente tutte le illusioni che lo disviano, poi rialzarlo colla conoscenza delle forze onnipotenti ch'esso possiede e dimentica. Bisogna, sopra ogni cosa, dargli coscienza di sè, della propria dignità, del diritto eterno che vive in esso, della tradizione de' suoi padri, dell'alta missione alla quale è chiamato nell'avvenire. Voi gli dite: Agita le tue catene, e scegliti un re.

A fronte di quei che gli dicono: Rompi le tue catene e sii re di te stesso, voi gli fate intravedere, nel nome di Vittorio Emanuele, un'arcana potenza che deve emanciparlo ed unificarlo; gl'insegnate, con un consiglio codardo, a disperare di vincere la gente straniera che occupa la sua Roma; lo dichiarate, da un lato, colla negazione del dogma repubblicano, incapace di guidarsi da sè; dall'altro, avviato già pienamente, mercè le cure del re piemontese e dei gabinetti stranieri, alla meta. Così, o Manin, non si destano: s'addormentano i popoli. L'Italia aspettava ben altro linguaggio da voi.

È tempo di dire all'Italia, e senza riguardi, la verità. Gli uomini i quali sagrificano, e ripetutamente, le loro convinzioni a un calcolo d'opportunità momentanea—gli uomini che, a sciogliere il problema italiano, guardano all'estero e non nelle viscere del paese—gli uomini che, dopo aver maledetto alle delusioni del 1848, chiamano l'Italia a rifar quella via di vergogna e sciagura—gli uomini che, dopo aver veduto il popolo vincere su dieci punti d'Italia, e l'esercito regolare, mal guidato e tradito, soccombere, insegnano al popolo che non può vincere, se non mercè quell'esercito—gli uomini che credono l'opera di alcune dichiarazioni sospette e d'alcune adulazioni mentite, bastevole a conquistare ad un tempo esercito e governo che lo dirige—gli uomini che susurrano possibile, prezzo d'apostasia, l'iniziativa della monarchia piemontese—gli uomini che, dopo tanto millantar di vulcani e ruine presso ad esplodere, non gridano unanimi al paese: vergognati e sorgi—tradiscono, consci o inconsci, per difetto di core o di senno, la causa della Nazione. Qualunque sia il nome che portano, la nazione deve rifiutarne i consigli.

Quell'esercito, pel quale voi siete presti a dimenticar la Nazione intera, lo avremo: è esercito italiano, prode, memore, e sente con noi l'aborrimento dello straniero; ma non lo avremo, fuorchè levandoci e invocandone, armati, l'armi. Quel re, al quale in oggi piaggiate, come piaggiaste, per poi maledirlo, al padre di lui, lo avrete—e piaccia a Dio che non abbiate a pentirvene—purchè vogliate: è giovine, coraggioso; l'onta di Novara e l'insulto austriaco devono da quando a quando balenargli sugli occhî, ed è possibile ch'egli un giorno, commosso a forti pensieri, cacci da sè i codardi uomini di gabinetto, che lo circondano, e si faccia, di piemontese, italiano; ma non prima che voi sorgiate, non prima che voi gli abbiate offerto, in azione, un più potente alleato che non è la diplomazia, non prima che il grido di un popolo sommosso gli abbia tuonato all'orecchio: scendi o inalzati con noi. I re seguono talora, non iniziano mai. Chi tenta indugiar la Nazione dietro al fantasma d'un'iniziativa monarchica, o inganna, o ha smarrito il senno.

Le tradizioni del governo piemontese son regie. La monarchia è vincolata, da vecchî e nuovi trattati, alle altre monarchie, e alle norme generali d'ordine e assetto territoriale europeo, prestabilite da lungo. Può il governo piemontese rompere a un tratto, non provocato, non costretto dalla prepotenza di fatti, spettanti ad un ordine nuovo, quei vincoli e quei trattati? Tutta la politica degli uomini del gabinetto sardo poggia sulla speranza di conquistarsi la simpatia e, occorrendo, l'appoggio dei gabinetti inglese e francese; può il gabinetto sardo provocarsi contro l'ira dei due alleati, i quali, col linguaggio officiale e segreto, gl'intimano una politica di resistenza, e non altro? Ogni idea di mutamenti territoriali fu solennemente, unanimemente respinta, nelle Conferenze di Parigi: il diritto italiano vivente, fremente nei Lombardo-Veneti, non ottenne dai plenipotenziarî sardi neanche una sommessa, indiretta allusione: riconoscendo la legalità dello statu-quo, essi s'accontentano d'accennare a una teorica possibile di non intervento, che vietasse all'Austria d'allargarsi oltre agli attuali confini[112]; e pretendereste che re Vittorio Emanuele scendesse un giorno subitamente in campo, varcasse spontaneo il Ticino e la Magra, intimasse ai re delle varie parti d'Italia di scendere; intimasse, affrontando scomuniche e l'armi dell'Impero alleato, al Papa di rassegnare la potestà temporale, e, fatto incitatore d'insurrezione, sovvertitore dell'equilibrio territoriale e del diritto comune governativo europeo, cacciasse il guanto a tutta quanta la lega dei re? Voi, re, nol fareste. Io, re, scenderei dal trono, mi rifarei cittadino, e il dì dopo, libero d'ogni vincolo coll'Europa monarchica, griderei a soldati e a cittadini: seguitemi all'impresa. Sperate l'una o l'altra decisione da re Vittorio Emanuele?

Voi dunque, ai quali par fede che una nazione non possa farsi e vivere senza re, non potete avere il re che chiedete, se non aprendogli la via con una insurrezione di popolo. L'Insurrezione è, per voi come per noi, l'unica soluzione possibile del problema italiano. Per voi, come per noi, l'iniziativa dell'impresa spetta al nostro popolo: il monarca unificatore non può che seguire; l'esercito piemontese non può che rispondere alla chiamata de' suoi fratelli. Perchè dunque non vi unite con noi a procacciare, a promovere, a persuadere l'insurrezione? Perchè, invece di decretare, voi esule, a una terra schiava un re alleato in oggi degli alleati dell'Austria, non vi adoprate con noi a scuotere i giacenti, a rinfrancare gl'incerti, a raccogliere gli ajuti per chi vuol movere, a diffondere concordi la parola che suscita, a cominciar contro l'Austria quella guerra, che può sola presentare al re vostro opportunità di snudare la spada e rivelare all'aperto le generose intenzioni, susurrate oggi misteriosamente all'orecchio dei creduli, dai faccendieri di corte?

Invertendo l'ordine logico dei fatti, che devono e possono costituire lo sviluppo della nostra rigenerazione, voi, che pur vi dite pratici e positivi, nuocete al popolo, smembrando il Partito Nazionale che deve guidarlo, disertando l'unico terreno comune, sul quale tutte le forze potevano e possono tuttora raccogliersi; nuocete al re, facendolo apparire davanti all'Europa provocatore segreto d'agitazioni ostili ai governi; aizzandogli contro le ammonizioni e le minaccie di quegli stessi gabinetti che, disposti a salutare un fatto potente compiuto, desiderano pur non di meno impedire che sorga, costringendolo, quand'ei non abbia energia o ipocrisia sovrumana, a legarsi verso i governi europei con nuove promesse di pace, d'ordine, d'immobilità, se non forse di repressione. Siete a un tempo amici imprudenti, tiepidi e malsicuri patrioti.