Io dunque non gitterei, come voi, Manin, l'anatema su quei feritori: non direi loro, con ingiustizia patente: siete codardi; non direi al Partito, che non incuora quei fatti: fallirete allo scopo se non fate che cessino—ma direi: «perchè ferite, o miseri? che sperate? se mai l'uomo ha diritto sulla vita dell'uomo, io so che la spia, il traditore, l'italiano, che accetta, per danaro, dall'oppressore straniero la infame missione di torturare o consegnare al patibolo i suoi fratelli intolleranti della servitù della Patria, son tristi e degni di morte; ma importa spegnerli? e potete spegnerli tutti? E potete esser giudici voi soli di ciò che s'agiti nella coscienza delle vostre vittime? Sapete voi se non saranno pentiti e migliori domani? e a ogni modo, volete esser tristi come essi sono? A vincere, noi dobbiamo esser migliori; a meritar la vittoria, noi dobbiamo cancellare dal nostro core ira, ferocia, vendetta. Noi siamo gli apostoli della Patria futura: vogliamo fondar la Nazione. In quella sacra idea, e nel dovere di far che trionfi, sta la sorgente dei nostri diritti. Or potete fondar la Nazione, conquistar la Patria a quel modo?

«A voi è mestieri di spegnere, non pochi satelliti dei vostri tiranni, ma la tirannide. E finchè vivrà—finchè avrete corruttori in seggio, bajonette straniere e patiboli, avrete corrotti, schiavi traditori per codardia, e tormentatori e carnefici; e ripulluleranno pur sempre, perchè il vostro pugnale lampeggia raro ed incerto e la bajonetta degli oppressori splende sugli occhî loro continua, inesorabile, onnipotente. Concentrate adunque la vostra energia in un pensiero d'insurrezione collettiva, che liberi a un tratto il vostro suolo dalle cagioni che creano i vili ed i tristi. Volgete, intesi fra voi, contro gl'invasori stranieri quei ferri, che oggi adoprate, assumendovi una tremenda missione di giudici, senza esame e senza difesa, contro uomini, che non sono se non arnesi della tirannide che vi sta sopra. Liberi, non avrete da temere o da punire traditori o giudici iniqui. Il diritto di conquistarvi una Patria è diritto che Dio vi dà: quello che vi date da per voi contro gl'individui, agenti ciechi del dispotismo, si libra tra la giustizia e il delitto.»

Se non che, a me, quegli uomini concederebbero il diritto di tener loro questo linguaggio, però che io grido insorgete e addito la via unica, semplice, razionale, e m'adopro, per quanto io so, perchè possano insorgere, e accetto e invoco la cooperazione fraterna di tutti, e chiamo gl'Italiani ad unirsi tutti in opre concordi ed attive intorno a un programma che nessuno, senza intolleranza o tradimento alla Patria comune, può rifiutare: La nazione salvi la nazione: La nazione decida, libera ed una, dei suoi destini. Ma voi?

Ponetevi la mano sul core, e rispondetemi: se un di quegli uomini sui quali voi chiamate l'anatema, sorgesse a dirvi: «Voi ci avete, Daniele Manin, predicato, con altri, l'odio alla dominazione straniera, l'idea nazionale, l'aborrimento agl'Italiani che rinnegano la nostra fede. Voi, con altri, avete messo nell'anima nostra la febbre di Patria. Perchè, cogli altri, non ci guidate alla conquista di quell'ideale? Perchè ci lasciate soli? Perchè, invece di volgervi a noi, fratelli vostri, vi volgete alla diplomazia, alle corti straniere, a una monarchia che non vuole e non può salvarci? Noi siamo milioni; v'abbiamo, nel 1848 e nel 1849, provato che siamo capaci di emancipare il nostro terreno: siamo oggi più forti d'allora, e ve lo provano i fatti stessi che biasimate: perchè non ci ajutate nell'opera del riscatto comune che di certo preferiremmo? perchè voi cogli altri, che salutammo, e siam pronti a salutare oggi ancora nostri capi, non v'unite a chi lavora per noi? Voi non amate i nostri pugnali, perchè non ci date fucili? Voi lo potete: voi e dieci altri nomi cari a tutti, unendovi a dire, palesemente, arditamente: è giunta l'ora! unendovi a chiedere ai facoltosi una parte del loro oro per noi che poniamo il nostro sangue sulla bilancia, riescireste, convincereste, indurreste a sacrificî quei che oggi, nell'anarchia del partito, tentennano irresoluti. Perchè nol fate? Perchè ci trascinate d'illusione in illusione, finchè scenda sull'anime nostre la disperazione? volete che i potenti d'Europa scendano a scannarsi per noi? volete che l'emancipazione d'Italia si compia con forze straniere? No; venite apertamente, francamente con noi. Aggiungete la vostra mente alle nostre braccia. Allora soltanto avrete diritto di consigliarci.»—Che potreste voi rispondere a linguaggio siffatto?

Londra 8 giugno.

II.

Io non vi rimprovero i subiti amori per casa Savoja. Se a voi, fautore di repubblica jeri, piace il giogo d'un re, sia: meglio è dirlo che tacerlo. Se alle nobili tradizioni, repubblicane tutte, del nostro popolo, voi anteponete le tradizioni d'una famiglia, la cui storia si libra perennemente fra le invasioni di due potenze straniere—se alla libera, logica ed una espressione della coscienza nazionale parvi preferibile il complesso, artificiale viluppo, che chiamano monarchia costituzionale, un popolo imperfettamente rappresentato, una aristocrazia creata—dacchè aristocrazia propriamente detta non esiste in Italia—a incepparne sistematicamente la volontà, un sovrano che non governa, ma oscilla fatalmente fra i due—giudichi il paese il vigore del vostro intelletto: voi avete il diritto di predicare il concetto politico inglese, che volete trapiantare in Italia. Io non parteggio per casa alcuna: la mia casa è il Paese: il mio amore è riposto nella Patria comune; la mia fede vive negli sforzi, nel sangue, nella suprema energia del suo Popolo; la mia nozione del dritto posa sulla vita progressiva della nazione guidata dai migliori per senno e virtù; ma non m'irrito se altri dissente, e non credo che la discussione nuoccia alla mia fede repubblicana. Veglia, arbitro su tutti noi, il Paese. Io fido in esso.

Ciò che io vi rimprovero è il modo e il tempo di quel programma; è il mutare in formula di agitazione politica, prima del moto, un concetto che non può essere se non la conclusione del moto stesso; è l'oblìo assoluto, fatale dell'altra, della prima metà del programma, l'insurrezione; è l'irritare, l'allontanare più sempre dal terreno comune, indicato ripetutamente da noi, la parte repubblicana, comandandole dittatoriamente di gittare, ai piedi della frazione monarchica, la propria bandiera; è il sedurre a speranze addormentatrici in disegni segreti del governo piemontese, la gioventù fremente delle nostre terre, quando non esiste disegno alcuno, se non quello d'accattarsi popolarità e prepararsi le vie per padroneggiare e sviare un moto nazionale possibile; è il dire: la rivoluzione è vicina, come se l'Italia dovesse riceverla compiuta da un motu-proprio di gabinetto, invece di dire: fate la rivoluzione e siate; è il gridare: Roma non mova, invece di gridare: mova ogni angolo del paese; è il dichiarare che l'unificazione nazionale ha progredito d'un passo, perchè un ministro di casa Savoja ha tentato insegnare ai nostri padroni come s'eviti l'insurrezione unificatrice; è il travolgere—concedetemi l'acerba, ma giusta parola—nel ridicolo voi stesso, e, se poteste, il Partito, proclamando dall'esilio, e prima che un sol uomo sia desto a combatter tra noi, unificatore d'Italia un re, che non tenta, nè vuole, nè può unificare, i cui cortigiani rifiutano le vostre parole, e i cui ministri perseguitano, imprigionano e trasportano in America quei che si adoprano a mover guerra allo straniero, dismembratore della nostra Patria.

A chi giova la prematura, incauta proclamazione?

Al monarca che oggi servite?