Ma se per teorica del pugnale intendete il linguaggio di chi dicesse ai nostri concittadini: «Perite, non iniziando l'insurrezione, ma pel solo intento di ferire, e perchè non volete, non potete insorgere: ferite nell'ombra: ferite isolatamente individui, la vita o la morte dei quali non è nè salute nè ostacolo alla Patria; sostituite la vendetta, che disonora, alla congiura che emancipa: fatevi tribunale, prima di essere cittadini, prima di poter concedere alla vittima pentimento o discolpe:»—Chi tenne questo linguaggio? chi stese in Italia l'atroce teorica? È debito vostro il dirlo o ritrattare l'accusa.

Quel linguaggio fu susurrato segretamente una sola volta, nel 1849, da qualche tristo, a pochi traviati in Ancona: e noi, repubblicani, rispondemmo ponendo Ancona in istato d'assedio, e reprimendo con vigore, mentre appunto le fazioni fremevano più che mai concitate intorno a noi per l'invasione francese, quei fatti insensatamente feroci. La repubblica uscì da Roma pura di terrore e vendette, senza aver segnato, tra i pericoli dell'assedio, una sola condanna di morte.

D'allora in poi, ravvolta nuovamente l'Italia nella tenebra della servitù, pochi fatti isolati di ferimenti uscirono, risposta disperata a lunghe inaudite persecuzioni, dall'inspirazione individuale, da furore d'uomini ai quali le commissioni militari torturavano forse o fucilavano un padre o un fratello. E a voi era lecito biasimarli, deplorarli inutili, pericolosi, o indegni d'un partito che tende a creare un Popolo: non addossarli all'intero partito, e additarli all'Europa come applicazioni pratiche d'una teorica che non esiste. Errano tuttavia, tra' vivi, uomini usciti imbecilli dalle prigioni di Modena per infusione di belladonna ministrata nelle bevande a sconvolgere loro la mente e farsi accusatori d'amici: un Cervieri, popolano lombardo.—e cito un solo nome ad esempio—ebbe in Mantova venti colpi di bastone al giorno, per una settimana: sul danaro che i congiunti mandavano al colonnello Calvi, perch'ei prima di morire strangolato pagasse un suo debito a un prigioniero, gli Austriaci, rifiutando pagare il debito, ritennero le spese della fune e del boja: e se un figlio, un fratello di Cervieri, di Calvi o di quegli infelici, avesse, fatto furente, dato di piglio ad un'arme, e trafitto in piazza il primo tra i persecutori in cui si fosse abbattuto, direste voi frutto di teorica quella uccisione?

In questo—nell'insana, incessante, efferata persecuzione contro il pensiero, contro i menomi atti sospetti, contro le sostanze, contro la vita di quanti sono rei o creduti rei d'affetti al paese—nel bastone fatto legge di mezza Italia—nell'insolenza perenne di padroni stranieri—nell'irritazione febbrile generata dai precetti e da uno spionaggio sfrontato—negli odî educati dalle denunzie pagate—nelle prepotenze consumate sotto l'egida d'un governo aborrito come il papale, da tirannucci subalterni, noti a ogni individuo delle nostre non vaste città—nell'assenza d'ogni educazione popolare—nel disprezzo forzato d'ogni instituzione esistente—nell'impossibilità di trovar giustizia contro i sorprusi degli oppressori—nello spregio della vita, conseguenza inevitabile d'ogni incertezza del domani—in una condizione di cose, che non poggia se non sull'arbitrio del potente—nella colpevole indifferenza dell'Europa governativa a un pensiero di Patria comune, ad una immensa aspirazione nudrita e inesorabilmente repressa da mezzo secolo—vive la teorica del pugnale.

Il partito, collettivamente, ha respinto sempre e respinge la tentazione tremenda che i nostri padroni ci porgono: se pochi individui, organi di non altro che della propria inspirazione, soccombono, è fatto e conseguenza delle cagioni che accenno, e che non cesserà se non col cessare di quelle. Bisognava dirlo. Bisognava ricordare all'Europa come, sopra ogni punto d'Italia, il nostro popolo fu sublime—ogni qual volta ebbe un lampo di viver libero—di perdono e di oblio. Bisognava ricordarle, ciò che pur jeri un ministro inglese dichiarava, contradicendosi, a proposito di Roma, davanti ai Comuni[111] che le nostre città non furono mai sì bene governate e così pure di delitti e violenze, come quando una bandiera di Patria sventolò sulle loro torri. Bisognava ritessere il quadro delle nostre misere condizioni, e gridare: il governo austriaco, che s'ostina, contro il voto unanime della popolazione, a conservare ciò che non è suo; il governo di Francia, che tolse a Roma ogni via di miglioramento; il protestante governo inglese che dichiarò nei suoi dispacci di volere il ritorno del papa; i governi tutti d'Europa, che vietano all'Italia di essere nazione stanno mallevadori davanti agli uomini e a Dio pei pugnali che lampeggiano, tra l'ombra, sulle nostre terre. Essi cospirano tutti a contrastare il nostro libero sviluppo, a mantenere sul nostro suolo una grande Ingiustizia: incolpino sè stessi s'esce talora, di mezzo a una gente schiava, ineducata, abbandonata da tutti, una protesta anormale, violenta.

Era questa, parmi, la parte vostra. Gridare ad uomini che agonizzano ingiustamente sotto il coltello del boja: «non usate il coltello che vi vien tra le mani» è tutt'uno col gridare a chi muore in una atmosfera appestata: corra regolare il sangue nelle vostre vene; guarite: è lo stesso errore che quello dei valentuomini i quali aspettano per iniziare l'instituzione repubblicana, che i nati e educati sotto il dispotismo monarchico, abbiano virtù di repubblicani.

La teorica del pugnale non ha mai esistito in Italia; il fatto del pugnale sparirà quando l'Italia avrà vita propria, diritti riconosciuti e giustizia.

Oggi io non approvo, deploro, ma non mi dà il core di maledire. Quando un uomo, Vandoni, accerchia d'artificî in Milano il suo vecchio amico, per far ch'egli accetti da lui un biglietto dell'Imprestito Nazionale, poi corre a denunciarlo alla polizia dello straniero—se un popolano si leva il dì dopo e trafigge il Giuda a mezzo il giorno sulla pubblica via—io non mi sento coraggio di gettar la pietra a quel popolano, che s'assume di rappresentare la giustizia sociale aborrita alla tirannide.

Io aborro anche da una sola goccia di sangue, quando non richiesta imperiosamente pel trionfo e per la consecrazione d'un santo principio. Credo colpa la pena di morte applicata dalla Società che può difendersi, e vagheggio, primo decreto della repubblica trionfante l'abolizione del patibolo. Gemo sulle vendette individuali, anche se contro gl'iniqui, anche se manchi, ove si compiono, ogni rappresentanza di giustizia legale. Ricusai, affrontando la taccia di debole, di apporre in Roma la mia firma a una condanna nel capo pronunziata da un tribunale di guerra contro un soldato colpevole. Non temo dunque dagli onesti, interpretazione sinistra alle mie parole, se aggiungo che sono, nella vita e nella storia delle nazioni, momenti eccezionali ai quali il giudicio normale umano non può adattarsi, e che non ammettono inspirazioni fuorchè dalla coscienza e da Dio.

Santa è nelle mani di Giuditta la spada che troncò la vita ad Oloferne; santo il pugnale che Armodio incoronava di rose; santo il pugnale di Bruto; santo lo stile del siciliano che iniziò i vespri; santo il dardo di Tell. Quando, dove ogni giustizia è morta e un tiranno nega e cancella col terrore la coscienza d'una nazione e Dio che la volle libera, un uomo, puro d'odio e d'ogni bassa passione e per sola religione di Patria e dell'eterno diritto incarnato in lui, si leva di faccia al tiranno e gli grida: tu tormenti i milioni dei miei fratelli: tu contendi loro ciò che Dio decretava per essi: tu spegni i corpi e corrompi le anime: per te la mia patria agonizza ogni giorno, in te fa capo tutto un edifizio di servitù, di disonore e di colpe: io rovescio quell'edifizio, spegnendoti—io riconosco, in quella manifestazione di tremenda eguaglianza tra il padrone dei milioni e un solo individuo, il dito di Dio. I più sentono in core come io sento: io lo dico.