Mi dolsi per l'Italia, che perdeva in voi un'altra gemma della sua corona d'illustri, quando appunto la condizione delle cose additava più urgente il bisogno d'averli tutti congiunti in un solo pensiero di azione: compiansi voi, che, abbandonando la logica, piana, diritta via dei principî per frammettervi agli uomini d'opportunità, e accettando concessioni e transazioni colla coscienza, che illudono e indugiano da otto anni l'Italia, smarrireste, per legge fatale, l'intelletto delle circostanze europee, dimezzereste fra le ambagi d'una dubbia politica le libere facoltà della mente, e scendereste, dal seggio d'apostolo della causa patria, alla parte di strumento inconscio dei diplomatici, ingannatori sempre, e dei faccendieri di corte: ma tacqui, sperando che l'esame attento dei fatti vi ricondurrebbe sollecito a miglior partito, e che dall'aver detto alla monarchia: Fate, e saremo con voi, trarreste vigore novello per gridare al paese: La nazione salvi la nazione: noi abbiamo offerto alla monarchia di guidarci, e la monarchia, paurosa e impotente, ricusa.

Più dopo, io vi vidi, in onta a fatti che dovevano togliervi ogni speranza, persistere sulla torta via: parlare in nome dei repubblicani, dai quali non avevate avuto mandato, e sopprimere la fede repubblicana: parlare in nome d'un partito nazionale non fondato da voi e i cui martiri muojono, da un quarto di secolo, col grido di viva l'Italia! e sopprimere la coscienza e il diritto della nazione. Vi vidi affaccendato a fondare, in onta della moralità, base necessaria d'ogni progresso, la fusione, l'abdicazione di tutti i partiti in un solo, il peggiore, sopra un equivoco, sulla parola unificazione sostituita alla parola unità, senza avvedervi, senza leggere nella storia delle imprese passate, che uomini i quali si collegano, pur movendo a diversi fini, possono forse insorgere, ma a patto di uccidere, colle liti civili, l'insurrezione il dì dopo. Vi vidi, a fronte di trattati che promettono all'Austria l'interezza dei suoi possedimenti, ostinarvi a seguire inspirazioni straniere; a fronte d'un memorandum[110] che insegna ai governi il come si possa con miglioramenti locali indugiare, se non vincere, il proposito degli uomini che cercano la patria comune, dichiarare che la monarchia piemontese moveva guidatrice all'impresa; poi, quasi pentito, gridare al partito: Agitate, agitatevi, come se la parola di O'Connel potesse adattarsi a terra non libera, sulla quale ogni agitazione è delitto severamente punito; e, impaurito dei consiglieri, nuovamente ritrarvi: spettacolo tristissimo a quanti più v'ammiravano e a me primo. E nondimeno avrei, tanto mi pesa l'accarezzar con l'esempio il mal abito delle polemiche, continuato a tacermi. Ma una delle ultime vostre lettere avventa, sotto colore d'insegnamento morale, tale un'accusa al partito, che il non respingerla parrebbe indifferenza o consenso. Però vi scrivo.

In quella lettera voi dichiarate che il partito non riescirà nell'impresa patria, se prima non si separa solennemente dalla teoria del pugnale.

Quella lettera fu stampata all'estero: stampata nel Times, giornale ch'oggi, iniziato al maneggio diplomatico, accenna alla necessità di alcune riforme locali nel centro e nel mezzogiorno d'Italia, ma che fu sempre ed è tuttavia avverso alla nostra causa nazionale, che predicò in ogni tempo l'alleanza dell'Inghilterra coll'Austria, s'avventò sistematicamente rabbioso contro ogni insurrezione italiana, calunniò sfacciatamente gli uomini del partito, inveì feroce contro i nobili tentativi dei popolani lombardi, e ci dichiarò a più riprese corrotti, inetti, incapaci di libertà, accennando soltanto ultimamente, per suggerimento dei suoi padroni, a un indizio di miglioramento innegabile nel Piemonte; come se Roma, Milano, la vostra Venezia e dieci altri punti in Italia, non ci avessero, nel 1848 e nel 1849, dichiarato agli onesti di tutta Europa, razza non inferiore ad alcuna in attitudine a governi liberi non guasti da licenza e anarchia.

In giornale siffatto, voi, per senso di dignità personale e di rispetto alla vostra nazione, non dovreste mai scrivere. Ma come non v'avvedeste a ogni modo che, inserendovi quella lettera, voi, sottraendovi ad ogni accusa e decretando a voi solo una patente di moralità, prestavate al nemico un'arme potente contro il partito, contro il paese?

Quando il turpe maneggio governativo, al quale voi porgete oggi inconscio l'autorità del vostro nome, avrà raggiunto il suo fine, o dispererà di raggiungerlo—quando i padroni del Times, ch'oggi tentano di sviarci, colle illusioni delle riforme locali, dall'unica meta, la libera Unità Nazionale, crederanno giunto il momento di por fine al mal gioco e di mutare linguaggio—essi commenteranno la vostra lettera, e ne dedurranno che noi abbiamo statuito, mezzo alla nostra emancipazione, la teoria del pugnale; che il partito o frazione importante del partito l'accettava, che voi, capo di repubblica un giorno e nome autorevole, v'eravate sentito in obbligo di protestare contro la teoria; ma che il partito—e questo lo dedurranno dal primo fatto isolato d'ira o vendetta individuale che si commetterà in un angolo della penisola—non avendo accettato il vostro consiglio, noi siamo un popolo feroce, irreparabilmente guasto, e indegno delle simpatie dell'Europa.

E quasi a convalidare anzi tratto accusa siffatta e lasciar che altri creda in una potenza segretamente ordinata a uccidere chi dissenta, voi parlate a più riprese di coraggio che v'è necessario per dettar quella lettera. Coraggio! Voi sapevate, scrivendo, che tuonando contro il pugnale raccogliereste, senz'ombra di rischio da anima viva, lode di moralissimo tra gli educatori d'Italia, da quanti, seduti all'ombra della loro bandiera patria e assicurati nell'esercizio dei loro diritti da una ben ordinata giustizia nazionale, giudicano, freddamente severi, i palpiti irregolari, convulsi, d'un popolo oppresso, ineducato, senza speranza fuorchè in una lotta di sangue, senza tribunale che ristabilisca equilibrio tra esso e chi lo perseguita.

Da taluni mi fu detto che, denunziando la teoria del pugnale, voi accennavate obliquamente, senza nominarmi, a me e agli uomini affratellati con me in un pensiero d'azione. Non vi credo d'animo basso; e respingo il sospetto. Pur, come mai gli affetti dovuti a chi combatte da oltre 25 anni per la causa italiana non vi suggerirono che altri potrebbe interpretare le vostre parole a quel modo? Come non ricordaste che i governi e i giornali dei moderati piemontesi e lombardi, e il Times, depositario dei vostri pensieri, tentarono a gara di diffondere contro me la codarda accusa, dopo il 6 febbraio 1853? Come non vi venne in mente che, inalzandovi contro la teoria del pugnale, soccorrevate, scortesemente immemore, alle calunnie delle spie, dei creduli e dei nemici senza coscienza, che m'apposero sentenze di morte, tribunali segreti e tendenze a vendette illegali?

E non di meno, non è in nome mio—a me oggimai poco importa di ciò che l'opinione altrui, quando non mova da coloro che io amo e che m'amano, sentenziò a mio danno o a mio pro—ma in nome di tutto un partito, ch'io vi chiedo solennemente: quand'è che fu sancita in Italia la teorica del pugnale? chi la stese? chi l'appoggia coi fatti, o colla parola?

Se per teorica del pugnale intendete il linguaggio di chi grida a una gente schiava, senza patria, senza bandiera che ne ombreggi la culla e la sepoltura: «Sorgete: morite o spegnete: voi non siete uomini, ma arnesi adoprati a beneplacito dello straniero; non siete popolo, ma razza diseredata di servi sprezzati quanto più guaîte; non siete Italiani, ma Israeliti, Paria, Iloti d'Europa; non avete nome, non battesimo di nazione, ma siete numero, vi rappresenta una cifra, e Francesco I descriveva con essa sfrontatamente le migliori anime nostre gementi, tormentate, schiacciate nelle segrete di Spielberg; primo, unico vostro debito è farvi uomini, cittadini; ogni educazione comincia da quello; nessun progresso può iniziarsi se non da chi è: sorgete dunque e siate; sorgete tremendi a quanti v'attraversano, in nome della forza brutale, le vie che la Provvidenza v'insegna: sorgete sublimemente feroci. Se i vostri oppressori vi hanno disarmato, create l'armi a combatterli: vi siano istrumenti di guerra i ferri delle vostre croci, i chiodi delle vostre officine, i ciottoli delle vostre vie, i pugnali che la lima può darvi. Conquistate colle insidie, colle sorprese, l'armi colle quali lo straniero vi toglie onore, sostanze, libertà, diritto e vita. Dalla daga dei Vespri, al sasso di Balilla, al coltello di Palafox, benedetta sia nelle vostre mani ogni cosa che può distruggere il nemico ed emanciparvi.»—Quel linguaggio è il mio, e dovrebbe essere il vostro. L'arme che uccise Marinovich, nel vostro arsenale, iniziò l'insurrezione della quale accettaste la direzione in Venezia; e fu arme di guerra non regolare, come quella che trafisse in Roma, tre mesi prima della Repubblica, il ministro Rossi.