No; non è. Voi non siete interprete d'un partito. Le aspirazioni degli uomini di parte monarchica non vanno tant'oltre. Essi non si arretrerebbero di certo davanti a una violazione della libertà nazionale; taluno fra i vostri lo diceva, ingenuamente immorale, poc'anzi: «vinciamo; poi imporremo»[114]. Ma non osano. Il pensiero della unità nazionale è troppo grande per essi: sanno che la corona d'Italia schiaccerebbe le auguste fronti dei nostri principi. Gli illusi patrioti li tentarono tutti, ad uno ad uno, nell'ultimo mezzo secolo, respinti da tutti; il più tristo rispose alla proposta col patibolo di Ciro Menotti: il più debole, Carlo Alberto, colla diserzione al campo nemico. Non si crea una nazione se non da chi l'ama: bisogna venerarne il concetto, incarnarlo in sè, consecrargli la vita, fremere, vegliar le notti, affrontar l'insulto, patire, fare per esso: i re non amano; hanno talora un'ambizione volgare, un interesse—voi stesso lo dite—a guida; e non possono levarsi all'ideale della creazione d'un Popolo. Poveri d'intelletto, corrotti dai godimenti del presente, immiseriti dall'adulazione servile che li circonda, non hanno nè possono avere intuizione dell'avvenire. Legati da vincoli di trattati, di parentela, di tradizioni dinastiche, tra la minaccia della diplomazia collettiva e quella dei popoli, ai quali ogni passo salito rivela un nuovo orizzonte di verità fatale alla monarchia, tremanti dell'una e degli altri, essi non porranno mai a rischio la loro piccola corona dell'oggi per la speranza di conquistarne una maggiore domani. E gli uomini di parte monarchica conoscono i loro padroni, nè s'attentano, nei loro disegni, di là dai confini voluti. Quei disegni non hanno varcato mai, non varcano in oggi, una timida, lontana, incerta speranza di un limitato ingrandimento territoriale, e non da conquistarsi coll'audace iniziativa dell'armi, ma da procacciarsi, quando noi popolo sorgessimo, dalle potenze occidentali, in ricompensa di pericoli più gravi rimossi, e patteggiando con Murat, coll'uomo del 2 dicembre, con qualunque possa ajutarli all'intento.

La parola Unità è bandita, nei conciliaboli, come sovvertitrice dell'ordine europeo, derisa come utopia ineseguibile d'uomini insani e pericolosi. Lo avversarla è patto giurato di gabinetto, e prezzo d'una promessa di protezione straniera all'inviolabilità dei dominî attuali. Il grido che voi proponete apparirebbe suggerimento, provocazione piemontese ai gabinetti proteggitori: essi minaccerebbero ritrarsi; però, i vostri, che non osano, nè sanno, nè possono combattere senza quell'ajuto, rifiutano l'intento, l'una Italia che voi proponete. Essi—da alcuni individui in fuori—parlano dell'Alta Italia, non d'altro. E quel regno sognato non abbraccia neppure tutto il Lombardo-Veneto: i loro progetti, se mai potessero verificarsi, sommano a sprecare onore, sostanze, vite italiane, per fondar quattro Italie, una francese, una austriaca, una papale, una sarda; e le quattro ne trascinano inevitabilmente una quinta, la siciliana, dacchè l'Inghilterra non consentirà mai la Sicilia a un prefetto di Francia. O voi ignorate queste intenzioni e siete cieco, passeggiate coi bambini nel limbo: o voi lo sapete—e allora, perchè illudete i vostri concittadini? perchè li persuadete a sperare in intenzioni che il governo liberatore non ha? perchè v'intitolate Partito Nazionale? perchè dite noi?

Voi non lo ignorate. Voi sapete che l'Idea dell'Unità Italiana, senza la quale la Patria è nome vuoto di senso, non entra nei disegni della monarchia piemontese. Voi volete—sono vostre parole—allettare, sforzare all'uopo il monarca. Possibile! È la causa d'Italia caduta così in fondo, che noi dobbiamo, non accogliere, ma mendicare un padrone? Che? far dipendere da un egoismo allettato la creazione di un Popolo? sforzare un re ad esser grande? voi lo sforzerete a tradirci. Il monarca allettato si ritrarrà davanti al primo ostacolo grave che lo minaccerà sulla via; e quando noi vorremo costringerlo a inoltrare, ci tradirà. Così fece Pio IX; così il re di Napoli; così, per colpa propria o di chicchessia, la monarchia piemontese nel 1848. Non ci costringete perdio, a rimescolar quella storia di vergogna e di sangue.

Se Dio potesse mai oggi mandare nel core d'un re il grande pensiero di farsi liberatore e unificatore della propria Nazione—se il POPOLO non fosse, per decreto di Provvidenza e logico sviluppo di sintesi storica, l'unico re possibile dell'avvenire—quel re porrebbe da un lato, disposto a perderla, la povera sua corona, e snudando la spada e cacciandola attraverso la rete di vecchî iniqui trattati, che gli contendono libertà d'opere, griderebbe ai milioni che lo circondano: ecco: io non sono monarca, ma primo soldato e primo cittadino d'Italia. Noi dobbiamo cancellare insieme un'onta di secoli, insieme conquistare il Diritto di reggerci liberi a unità di Nazione. Serratevi intorno a me, però ch'io mi sento deciso a vincere o cadere con voi. Quel re, vincendo, non avrebbe forse il misero vanto di fondar dinastia; pur di certo ei sarebbe, monarca, preside o dittatore, l'Eletto del Popolo. Ma un re sforzato? un re allettato dall'offerta d'una più ricca corona?

Da un re sforzato voi avreste, presto o tardi, il 15 maggio.

Da un re allettato avreste promesse splendide in sulle prime; poi, per forza di cose, titubanza, come di chi procede, non per impulso proprio, ma per altrui—scelta di capi avversi o ineguali all'impresa, comandati dalle tradizioni aristocratiche di ogni monarchia—limitazione dei disegni di guerra fin dove imporrebbero le monarchie sperate amiche o non nemiche—sospetto d'ogni elemento non interamente dipendente dall'inspirazione monarchica—rifiuto di tutti gli ajuti che tendono a dar, coll'azione, coscienza al popolo della propria forza e dei proprî diritti—prostrazione d'ogni entusiasmo nelle moltitudini, che sole assicurano vittoria ad ogni guerra nazionale—isolamento dell'elemento regolare, inferiore per cifra al nemico—indietreggiamento e tendenza ad accogliere patti disonorevoli e contrarî al primo programma—malcontento del popolo rieccitato—inganni a sopirlo—capitolazioni vergognose—e Novara.

È legge di cose, e voi non potete sfuggirla. Sforzando o allettando, voi preparate al paese la terza rovina, la seconda Novara.

Io vi predissi la prima; ed or vi predirei la seconda: ma non oserete. Voi siete, o monarchici, diseredati d'iniziativa. Nessuno agirà primo in Italia se noi non agiamo. E se, a Dio piacendo e all'Italia, operiamo, respingeremo la vostra esclusiva, tirannica, intollerante bandiera.

La respingeremo, perchè prefiggere anzi tratto un capo a una Insurrezione Nazionale, e darne le sorti al caso, è tutt'uno. I capi delle insurrezioni escono dalle insurrezioni medesime; e allora soltanto possono incarnarne in sè il concetto e l'audacia.