La respingeremo, perchè prefiggere a una Insurrezione Nazionale un re, è lo stesso che condannarla a tutte le tradizioni, necessità, esitazioni, transazioni, inerenti a una guerra regia, fatali inevitabilmente al successo. Dando la condotta d'una insurrezione al principio monarchico, voi affidate lo sviluppo d'una rivoluzione al principio dell'ordine stabilito: e quanto al re guidatore, voi lo ponete nel bivio o di segnare egli stesso gli ultimi fati della dinastia, o di tradire. Non è un solo tra voi che non abbia scritto o detto, l'avvenire dell'Italia libera essere la Repubblica.

La respingeremo, perchè da Vittorio Emanuele non abbiamo pegno alcuno di genio, di devozione all'Italia, di audacia pari all'impresa, di ferrea costanza e di preconcetto disegno. Sappiamo ch'egli trovò lo Statuto legge del regno, che lo accettò, e che non potrebbe, se anche ei volesse, ritorlo. Sappiamo che i ministri, nei quali ei fida, rifiutano, come utopia non verificabile, l'Unità dell'Italia, ne perseguitano i promotori, e accettano, taluni almeno, la vergognosa, funesta influenza imperiale di Francia, al mezzodì dell'Italia.

La respingeremo perchè tutti i municipalismi, che voi Pallavicino enumerate nel vostro scritto presti a confondersi nella grande libera espressione della Volontà Nazionale, riarderebbero, minacciosi, il giorno in cui volessimo cancellarli sotto il dominio imposto d'un re, domandato ad una o ad altra provincia.

La respingeremo, perchè siamo Repubblicani, e se accettiamo, più riverenti che voi non siete al paese, il voto della Nazione, quando anche avverso alle nostre credenze, non vogliamo soggiacere all'arbitrio d'una frazione impercettibile del Partito.

E la respingeremo, perchè è parola—non di codardi: avete provato che voi nol siete—ma codarda, il dire ad un popolo, che deve e vuole farsi libero: da un individuo pende la tua salute; devi acclamarlo o non insorgere. Un popolo, che accettasse questa formola salvatrice, non merita d'essere libero, e nol sarà.

A questo popolo, grande anche nella sventura—a questo popolo, che gl'istinti europei additano come depositario dei fati delle nazioni oppresse—è tempo, parmi, di tenere linguaggio diverso e più degno. Questo popolo balzò gigante dal fango d'un doppio servaggio, sei anni addietro, commosso da una parola di Nazione e di Libertà, che noi gli avevamo proferita, santificata dal sangue dei nostri martiri. Non chiese un re, ma una Patria; non mendicò, a patto di concessioni servili, promessa di battaglioni ordinati, ma disse a sè stesso: sono italiani e li avrò. Grande a un tratto per un senso di dovere comune, per un lampo di fede che avea solcato subitamente la tenebra in cui giacea, s'inebriò della vista d'una bandiera, sulla quale non era scudo di Savoja, nè altro, fuorchè l'iride dei bei tre colori, si levò a battaglia e vinse, e trascinò dietro a sè i battaglioni ordinati. Poi, prevalsero funesti consigli. Voci d'uomini, taluni tristi, altri illusi, e inetti tutti, e incapaci d'intendere qual tesoro di forze si chiuda in un popolo e in un principio, gli susurrarono di re, di centomila soldati, di liberatori allettati o sforzati. E il moto diventò, di nazionale, dinastico; e all'impeto d'amore sovrumano, che avea convertito una gente schiava e divisa in un popolo di fratelli, sottentrò la diffidenza; poi la discordia e lo sconforto e l'isolamento e l'inganno e la rotta dei battaglioni ordinati; e la tenebra si raddensò sull'Italia: e il popolo ridiscese nella sua prigione ad espiarvi la colpa d'essersi lasciato sedurre ad abbandonare il principio, che gli aveva dato forza e virtù. Allora, i delusi profughi giuravano, giuravano a noi, ch'erano rinsaviti per sempre, che nessuna illusione, nessun sofisma li avrebbe mai più sviati d'un passo dalla bandiera della Nazione. Ora, immemori, incorreggibili, copisti meschini d'un passato che dovrebbe farli arrossire, ridicono al popolo, ridesto al fremito e conscio che l'espiazione è compita, gli errori, i sofismi e le codardie d'otto anni addietro. Io ricordo ogni linea di quella tristissima storia, e grido agli Italiani: «Badate! Guai se porgete orecchio a quei detti! Ricordate il 15 maggio; ricordate Milano; ricordate Novara. I consigli ch'oggi vi danno, sono gli stessi che v'hanno perduti pochi anni addietro; gli uomini che osano darveli sono gli stessi che vi travolsero allora. Non siate, per Dio, popolo di fanciulli! Quegli uomini vi parlano di battaglioni che non hanno, di cannoni che non s'allontaneranno d'un palmo dalle fortezze o dagli arsenali ove giaciono, di re collegati con chi rifiuta l'Unità della vostra terra. Di fantasma in fantasma, di sogno in sogno, servi ciechi e inconsapevoli di un inganno tessuto a frenarvi, essi vi trascinano fin dove comincia il disonore, ch'è la morte dei popoli. E se anche la monarchia, ch'essi presumono imporvi, potesse mai—e nol può—scendere sull'arena prima, essa si varrebbe del vostro moto per ottenere, colla minaccia di peggio, una zona del vostro terreno, e abbandonerebbe, voi tutti quanti non siete compresi in quella zona, alle vendette d'un nemico irritato. Essi vi dicono, come a gente spregevole che non può vivere senza padrone: gridatevi un re o non sorgete; io vi dico: sorgete liberi padroni di voi: darvi senza patti è parte di schiavi. Sorgete in nome dell'eterno Diritto: abbiate, incarnate in voi, la coscienza di quel Diritto: senza quella, non isperate d'essere liberi mai. Voi siete giganti di forza, purchè vogliate esserlo di volontà. Ma se volete essere Nazione—se volete dai popoli d'Europa che studiano i vostri moti, non pietà, ma onore e ajuto fraterno, v'è d'uopo rompere oggimai quel cerchio di menzogne, di piccoli calcoli, d'espedienti immorali o fallaci, che le piccole menti, i politici della giornata, e le scimmie di Machiavelli, v'hanno steso attorno; v'è d'uopo riconsacrarvi a dignità, a riverenza pei santi nomi d'Italia e di Roma, colla memoria della grandezza passata, colla fede nella grandezza avvenire; v'è d'uopo di purificare la Bandiera Nazionale di tutto questo fango d'anticamere e cancellerie, che gli adoratori degli idoli v'hanno cacciato sopra. Voi non dovete adorare altro Dio che Dio, e il Popolo sulla terra. Posate, finchè non v'è dato di sorgere come leoni. Sorgete, venuta l'ora, potenti e subiti come le nostre tempeste. Colpite siccome fulmine. Decisi, volenti, avrete dalla Nazione i battaglioni e i cannoni, che oggi mendichereste invano da un re.»

A voi, Giorgio Pallavicino, ed ai vostri, io dirò: se invece d'ostinarvi a fondare un Partito Nazionale senza la Nazione, e ad evangelizzare una guerra regia senza re e senza esercito, dacchè l'insurrezione sola può darveli, vi adopraste colla tacita opera concorde, colla parola, e col sacrificio di parte dei vostri mezzi, a spianare le vie difficili alla Insurrezione—se, invece di gettare nel nostro campo una nuova semenza di discordia e di riazione coll'intolleranza, abbracciaste con noi la bandiera, non d'un governo locale, ma della Patria comune, e ve ne faceste apostolo instancabile tra i vostri amici—se voi, Manin, Cattaneo, Montanelli, Ulloa, Sirtori, Tommaseo, Garibaldi, e altri uomini cari pel passato all'Italia, firmaste con noi, pegno d'unità di voleri e di riverenza collettiva alla Sovranità del Popolo Italiano, una chiamata simile a questa che io ho scritto qui sopra—voi sareste di certo più giovevoli alla vostra Patria che non siete oggi, stampando foglietti in nome d'un Partito invisibile, che manda il Papa a Gerusalemme e commette la Dittatura a una ipotesi di liberatore. E noi potremmo salutare i vostri anni cadenti colla stessa amorevole riverenza, che avviava i nostri pensieri allo Spielberg, quando voi eravate protesta vivente, fra i ceppi, per l'Italia contro le tirannidi che l'opprimono, senz'altra fede che nel Dio di Giustizia e nella Nazione predestinata a risorgere. Io, se mi è dato di vedere il giorno di resurrezione, ricorderò al popolo quella protesta, perchè sperda fin la memoria degli errori nei quali, per una funesta illusione, vi lasciaste più dopo travolgere.

Ottobre, 25.

Giuseppe Mazzini