A queste mie affermazioni potrei dare appoggio di dichiarazioni scritte; ma or non giova; e potrei dir nomi; ma finchè vive la tirannide, non per essi, ma per la dignità dell'anime nostre, nol devo.
Io non ho dunque accusa pei nostri, per gli uomini veduti da Pisacane, se non quest'una, che in parte li onora: l'avere essi, uomini di pure, generose intenzioni, sperato soverchiamente nelle altrui. E lo dico, perchè alcune parole scritte da me nell'Italia del Popolo potrebbero essere interpretate a loro danno, e me ne dorrebbe. Sia sprone ad essi, nella santa impresa iniziata col proprio sangue dall'amico, il dolore profondo che la delusione deve aver confitto nell'anima loro.
Non mi tratterrò sugli ultimi fatti; mancano tuttavia i particolari: nè io scrivo la vita di Carlo, ma soltanto alcuni ricordi del mio contatto con lui. Altri potrà forse dire un giorno le sue sensazioni scendendo sul suolo napoletano, i divisamenti che ne diressero i moti, l'arti inique del Governo che, annunziando la discesa di una banda di prigionieri rei di delitti comuni fuggiti da Ponza, gli sospinsero contro le popolazioni ignare dei villaggi che ei traversava; i due scontri, vittorioso l'uno, fatale l'altro, e le ultime sue parole. Io imagino gli ultimi suoi pensieri; cadde mentr'ei credeva incamminarsi a vittoria, cadde per mano di uomini che avrebbero dovuto secondarne l'impresa e abbracciarlo fratello e iniziatore di vita italiana ai giacenti; e nondimeno io sono certo che se egli avesse potuto, cadendo, mandarci un ultimo grido, questo grido ci avrebbe detto: rifate, tentate, tentate sempre fino al giorno in cui vincerete. Pisacane non era simile ai tanti che, dopo aver cacciato il guanto al nemico, si ritraggono per alcune disfatte, e dopo aver giurato che ora e sempre consacrerebbero anima e vita a fondare una Patria, tramutano il sempre in alcuni anni di sforzi, e tradiscono nell'inerte stanchezza giuramento e Patria ad un tempo, perchè non riescono a creare in quei pochi anni una Italia.
Perdendo Pisacane noi abbiamo fatto una perdita grave: perdemmo l'ufficiale che avrebbe un dì o l'altro guidati i nostri alle battaglie del Popolo: perdemmo il cittadino al quale noi avremmo potuto fidare quell'alto incarico, senz'ombra di timore che ei ne abusasse mai per ambizione o voluttà di basso egoismo: perdemmo l'uomo che, fra quanti io conobbi, identificava più in sè il pensiero e l'azione e le doti generalmente disgiunte, scienza e spontaneità d'intuizione guerresca, energia e riflessione pacata, calcolo ed entusiasmo. Guardava dall'alto le cose, e nondimeno ne afferrava i menomi particolari. Amava di amore intensamente devoto l'amica e la fanciulla che gli era figlia, ma non sacrificava a quei santi affetti un solo de' suoi doveri verso la Patria. Moveva ad una impresa che doveva costargli la vita, e dava lo stesso giorno l'ultima lezione di matematica ad un allievo.
E morì. Noi possiamo seguire ad amarlo; ma che cosa è l'amore a chi è morto alla terra, se scompagnato dalla religione del pensiero che costituiva la miglior parte della sua vita quaggiù? Basta a compiere il legato, ch'ei ci lasciava morendo, un tributo di lode, una sottoscrizione per la fanciulla che non lo rivedrà mai più sulla terra? Son essi, o Italiani, i vostri martiri, gladiatori al cui morire applaudono gli spettatori del Circo, se muojono composti in atto virile ed impavido? Non ha diritto la figlia di Pisacane di dirvi un giorno, quand'essa invocherà la carezza paterna, e saprà il come e perchè le fu tolta: se mio padre scendeva, mercè i vostri ajuti, con forze doppie sulla mia terra, forse ei sormontava gli ostacoli; e giungendo ad uno dei centri ove vivono luce d'intelletto educato e fiamma di libertà, trovava fratelli e vinceva? Rimprovero amaro è cotesto, o Italiani, perchè meritato; e viene a noi nel gemito non solamente della povera Silvia, ma dei mille orfani dell'amore dei tanti, che da oramai dieci anni morirono vittime della tirannide straniera e domestica, protestando per noi tutti contr'essa. Perchè sono orfani su questa terra che seppe sorgere e vincere nove anni addietro? Perchè si muore d'intorno a noi, quando si potrebbe vivere col serto del trionfo sul capo? Perchè move il vento e bagna la pioggia le ossa di Pisacane, come fossero ossa di masnadiere, quando sta a noi di comporgli su terra libera una tomba sulla quale sventoli la sua bandiera? E come provvediamo noi a ch'egli sia almeno l'ultimo martire che cada nello sconforto e nel silenzio comune?
Perchè noi siamo a tale, che non possiamo oggimai evitare il martirio dei buoni se non coll'azione e colla vittoria. Un Paese sul quale pesa l'oltraggio e il patir d'ogni genere, non può dare per cinquanta anni al patibolo, o alla lenta morte delle carceri e dell'esilio, il fiore dei suoi patrioti, e a un tratto adagiarsi nella propria tomba ad aspettare muto ed inerte che gli squilli la tromba di risurrezione dall'Oriente o dall'Occidente. Un Popolo non può ricordarsi che pochi anni prima liberava con cinque giorni di lotta il proprio terreno, e non cadeva se non per errori evitabili, e rassegnarsi immoto al marchio della schiavitù, sol perchè a una genìa diplomatico-letterata, sfibrata e codarda, piace di dirgli: tu aspetterai salute da una serie di memorandi o dall'ambizione d'un despota. Un partito, al quale la parola di tanti, che non hanno se non parole, tesse ogni giorno la storia de' suoi dolori e delle sue vergogne, non può impedire che i più bollenti fra i suoi non prorompano nel grido di Foscolo: chè non si tenta? Morremo, ma frutterà almeno il nostro sangue un vendicatore; non può impedire che gli uomini, non nati a gemere o a servilmente tacere, tentino por fine al disonore o alla vita. Il sangue di quegli uomini sta su voi tutti, o Italiani, che potete e non fate; su voi che, caldi di amor patrio a parole, non v'affratellate in concordia di lavori e di sacrificî con quei che s'adoprano a creare alle moltitudini l'opportunità; su voi che, fatti pubblico ozioso di chi move, condannate freddamente i tentativi su piccola scala, senza far cosa alcuna che renda possibili i tentativi maggiori; su voi che profondete in capricci e sollazzi di schiavi inviliti ed immemori, l'oro che potrebbe procacciar salute al Paese: su voi che, teneri dei vostri impieghi o dei vostri riposi, date apparenza di dottrina al vostro egoismo e sviate, colle illusioni, colle torte teoriche di progresso pacifico, e colle accuse ai migliori, la gioventù nostra dal diritto sentiero.
E il sangue di Pisacane e d'Agesilao Milano, il sangue di quanti morirono col nome di Patria sul labbro per suscitarvi ad opre virili, da Milano e Pisacane risalendo fino ai Bandiera, grida a voi degnamente, Italiani di Napoli: sorgete e ribattete da uomini un'accusa che serpeggia crescente per tutta Europa. Siete voi, iniziatori un tempo della lotta italiana, caduti per sempre? Non freme più vita sulle vostre terre, fuorchè quella dei vostri vulcani? Da parecchi anni voi diffondete attraverso l'Europa un lamento che riesce ignobile, se non profetizza, dimostrandola legittima, l'insurrezione: voi snudate, popolo Giobbe d'Italia, le vostre piaghe dinanzi a tutte le Nazioni, e non temete ch'esso dicano: un popolo che soffre ciò ch'essi soffrono è un popolo degenerato; chi sopporta il bastone lo merita?
Io ho, per amore del vero, scolpato i nostri, gli uomini che presero concerti con noi, dell'accusa di codardia: i nostri, comunque numerosi, son pur sempre minorità. Ma chi può scolpare un popolo intiero? Il popolo Napoletano sopporta in oggi una di quelle tirannidi che non solamente tormentano, ma disonorano. L'esercito Napoletano serve ad un sistema che tramuta il soldato in birro e carnefice dei proprî fratelli. Napoli ha, più che ogni altra parte d'Italia, propizia al moto l'opinione europea: e nessun Governo, dall'Austriaco in fuori, oserebbe combattere con armi aperte l'insurrezione. E dall'Austria l'assecura il resto d'Italia, presto a rispondere alla chiamata. Perchè non sorse, quando intese l'annunzio della discesa di Pisacane? Manca pur troppo finora ai nostri, non il coraggio, ma l'intelletto rapido, audace, dell'insurrezione. Se ciò che noi predichiamo da ormai dieci anni, che al levarsi di una bandiera di libertà, supremo dovere, suprema salute, è insorgere dove che sia, si facesse, Pisacane sarebbe in oggi capo della rivoluzione napoletana. Se una delle provincie collocate fra il punto di sbarco e la Capitale avesse, al primo giungere della nuova, romoreggiato armi e guerra, il concentramento di quei che oppressero Pisacane non s'operava. Mancò il tempo perchè si ricevessero istruzioni dal punto centrale? Che! non erano istruzioni viventi i generosi che venivano a sacrificarsi per voi? Aspettate, per farvi liberi, un cenno di Comitato?
Giovani del Regno! voi potete compiere una grande missione: e voi dovete compirla, dapprima, perchè in mano vostra sta la salute d'Italia; poi—non v'incresca la franca fraterna parola—perchè v'è mestieri redimervi dall'accusa che vi dice scaduti e indegni dei vostri padri. Sorgete dunque e smentite l'accusa. Siano vostra parola d'ordine al combattere i nomi di Milano e di Pisacane. La terra che produce tali uomini non è fatta per rimanersi schiava, segno al disprezzo dei padroni e al compianto dei Popoli.
Febbrajo 1858.