Il sig.r Ignazio Lo Presti sentendo che fuori la terra di S. Marco nella campagna s'era ritrovato il cadavere d'una femina assassinata, accorse cogl'altri a vedere l'assassinio, e appunto trovarono quella sgraziata tutta ferite, una della quale era stata sì grave tra la spalla e braccio che stavan questi due membra congionte per un pezzetto di pelle rimasta sana. Allora il sig.r Ignazio va per maneggiare quel braccio e appena toccatolo si svelse subito dalla spalla, perchè eran tre giorni che quell'infelice era stata ammazzata, e perciò incominciando ad infracidirsi, quella pelle distaccossi dal suo busto; in avere già libero nelle sue mani il sig.r Ignazio quel braccio, alzatolo in aria cominciò a dire ai circostanti: Viditi, fighioli, quantu semu misedahidi! Cui c'avia a didi a chista chi ntra du meghiu di di sò capddicci avia a distadi comu li bestij ammazzata ndra la campagna? Mpadamu a spisi d'autrudu ad addrizzari li fatti nostridi[36]. Avrebbe voluto più proseguire a perorare; mà perchè non habebat usum a raggionare di Dio, gli finì la polvere a poter colpire i cuori, e ritornandosi quel braccio di quella uccisa peccatrice nelle mani, alzò come se fosse una reliquia di S. Agata o di S. Agnese, e poi dicendo: Benedicat vos Omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus. Fatt'il segno della Croce con quel avanzo opprobrioso di quell'infame cadavere, gittato addosso a quel corpo assassinato, e partissene movendo a risa quei circostanti, i quali tanto più si diedero a cacchinare, quanto più il sig.r Ignazio pareva loro compunto, tanto ridicolosa era la specie che n'aveano.

Tanto a me i conoscenti del detto lo Presti.

20. Un Notaro divenuto Confessore.

Facea la Missione in una piccola terra il celeberrimo padre Andrea Genovese della Compagnia di Gesù, e in quei giorni santi arrivò all'arciprete un'editto del suo prelato, in cui gl'ordinava che pubblicasse a beneficio della sua pieve il Giubileo conceduto dal Papa con tutte quelle grazie solite concedersi in cotai giubilei, tra le quali si communicava la facoltà d'assolvere da peccati etc. regularibus et secularibus. L'arciprete restò sorpreso a queste parole, perchè religiosi nella sua terra non v'e n'erano; dunque interpretò la mente del Vescovo, che intendeva parlare nel regularibus di quei pochi preti, che l'ajutavano a pascolare il gregge a sè commesso; nel secularibus che si dasse podestà ad altri laici ch'in quella congiuntura divenissero coadjutori de' preti; «ma qui in questo piccolo paese non ve n'è che un solo intelligente, a cui possa io commetter la cura d'ascoltare le confessioni; tutti gl'altri sono contadini di esercizio, ed ignoranti per professione; dunque bisogna che io prevenghi a mio compare il notajo, affinchè a buon ora per di mattina si trovi in chiesa e nel confessionario[37], per aggevolarmi in quest'importantissimo impiego». Escie di casa ancorchè l'ora della notte si fosse avanzata, si porta alla casa del notajo, bussa la porta, si fà a sentire ch'avea a conferire con lui un'affare di somma importanza; impallidì il notajo quando a quell'ora vide in casa sua l'arciprete, che con tanta premura voleva parlargli, nè sapea dove andasse a parare una parlata così segreta; si ritirarono in un angolo della casa, si piglia lume, e poi consulta il caso pro regularibus et secularibus; gli spiega la sua sopradetta interpretazione, e quegli rasserenato rispose che non potea esser più savio il sentimento da quello ch'era uscito dalla sua bocca. «Dunque, ripigliò l'arciprete, sig.r compare, voi conoscete meglio di me questi terrazzani; nessuno tra tanti si ritrova che possa adempire meglio di voi il confessore; abbiate dunque la bontà di portarvi a buon'ora in chiesa; sceglietevi quel confessionario che più vi piaccia; e voi ed io confesseremo le donne, quei due sacerdoti come giovani farò che confessassero gl'uomini». Il sig.r notajo vedendosi promosso ad esser confessore senza esser ancor sacerdote, poco potè dormire in quella notte allo riflettere a tant'onore. Sicchè prima che si fosse aperta la chiesa, ei aspettava dietro le porte, poi sedendo pro Tribunali divenne di lancio Confessore e Pontefice, assolvendo tutti quei casi quantunque spinosi con tale franchezza che non l'avrebbe fatto il Papa: nel meglio delle sue fatighe comparve in chiesa il padre Andrea Genovese per celebrarvi la santa Messa, e scopre nel confessionario ad uno col collare della casacca amitato alla spagnuola, e stimandola una illusione degl'occhi, attua maggiormente lo sguardo, e gli scuopre la lunga zazzara rovesciata sull'orecchie per non essergli d'impedimento all'udito, e compartendo dall'uno e dall'altro lato assoluzioni a quelle femine accostate intorno al sig. notajo, che anelavano i suoi santi documenti, che l'avesse creduto un Penitenziere di S. Pietro o di S. Giovanni Laterano. Sbalordì il padre Genovese ad una tal vista, e senza dir nulla entrò in sagrestia, si fece chiamar l'arciprete, e ritiratolo in disparte, lo fece inteso della temerità del notajo. Quel dottissimo Parroco senza esitare rispose non esser quella temerità del notajo, mentre viene abilitato ad una tal carica e dal Vescovo e dal Papa, e subito escie dalla saccoccia l'editto, e si facea forte su quelle parole, pro regularibus et secularibus. Bisognò spiegarcele il padre Genovese, e non gli costò poco il persuaderlo a far uscir da quel tribunale di penitenza il compar notajo, avvertendolo ch'era tenuto all'inviolabil segreto di tutto ciò ch'avea udito da quel luogo, e avvisando tutte quelle femine che si riconfessassero, essendo nulle le loro confessioni fatte con uno, in cui non v'era ne la podestà dell'ordine, e molto meno quella della giurisdizione. Sarebbe meno deplorabile un'ignoranza sì crassa, se si fosse trovata in quella sola terricciuola. Troppo ella è palpabile in tante altre terre e città, non solo del nostro Regno, ma di tanti altri, de' quali si contano successi assai più luttuosi di questo.

21. Città di Randazzo in iscena.

Nell'insigne città di Randazzo fu rubbata una mandra di crastati; il padrone interessato fece rivelo al Capitano; quel signore avendo fatte molte indagini per aver notizia alcuna degl'autori del furto; mà riuscirono vane; premuroso il Capitano, e dall'istanze della parte e del proprio onore, per non esser proseguito dalla regia Gran Corte s'appigliò ad un mezzo termine; ordinò che fosse portato alla sua corte uno degli rimasti crastati; arrivato, sede egli col suo maestro notajo pro tribunali, e dimandò al crastato chi fosse stato il ladrone ch'avesse rubbata quella mandra? Il povero animale nulla rispondea perchè nulla sapea; ordinò che se gli dasse la corda per sapersi, a via di tormenti, chi fosse stato il ladrone; quella bestia appesa belò per tre volte. Allora il Capitano rivolto al Notajo gli disse: Scrivitinni l'informazioni, sù Notaru: à dittu tri voti mbè[38].

22. Scena Seconda.

Si doveva fare nella detta città un'opera sagra[39], ed avevano avvisato le vicine terre e città se volessero intervenirvi, e furono loro prefissi i giorni ne' quali dovesse rappresentarsi. In quei medesimi giorni capitò in Randazzo un delegato, non saprei se dalla Gran Corte, o del Tribunale del Patrimonio; e comechè alcuni dei recitanti si trovavano imbarazzati in quei conti reggij, giudicarono altri fugirsene da Randazzo, altri mettersi in salvo sù la chiesa[40], uno ancor de' personaggi gravemente ammalossi. Alla vista di tanti sinistri accidenti, si videro in debito i sig.ri Randazzesi di riavvisare i convicini paesi a farsi quell'opera sagra, e per render più sonoro un cotal avviso mandarono un tamburo, il quale doppo aver battuto la cassa in ogni capo di strada gridasse in questa forma: Oh chi a Randazzu l'opera non si fà! Lu Diavulu si cumunicau, l'Angilu si ni fuiu, lu Cristu pighiau la cresia[41]; batteva di nuovo la cassa, ed andava a cantare in un'altra strada la medesima canzona, che meritò d'esser cantata per tutti i secoli.

23. Atto di dolore fatto da un moribondo.

Il sig.r D. Giuseppe Gallotto fù chiamato in S. Marco per ajutare a ben morire un vecchiarello villano per cognome Sgurbio, e trovando il moribondo cogli sentimenti espediti ebbe campo d'insinuargli alcuni documenti spirituali; e quel buon'uomo a modo suo corrispondeva alli buoni impressioni. Orsù, gli disse il padre Gallotto, ziu Sgurbiu, facemu un attu di contrizioni, e dimandamu a Diu perdunu di li nostri piccati; e lo Sgurbio: Si sig.ri ora vegnu: era egli rivoltato dall'altro fianco. Cominciò a muoversi pian piano per rivoltarsi verso il Gallotto, ed in ogni piccolo moto si lagnava, e racchietato prorompe in questa finissima contrizione: Iecu lasmaterna duna sdomini e lu sperpetua luci a sdeu[42].