Tanto a me lo stesso D. Giuseppe Gallotto.

24. Confessore in Marsala.

Un religioso in un convento della città di Marsala, già avanzato in età, era la rovina dell'anima di quei giovanastri libertini. Sapevano essi che assolveva dalla parte sua di pena e di colpa qualunque grave eccesso senza applicar loro nessuno spirituale rimedio; sicchè quelli impunemente correano come pulledri indomiti per tutte le praterie de' loro capricci. Veniva il tempo del precetto, o di qualche festa sollenne; l'andavano a trovare a buon'ora anche nel letto, bussavan la porta; egli rispondeva: Cu è ddocu? — Iu, lu N. N., — Trasi, chi cosa voi? — Mi voghiu cunfissari. — Ginocchiati. — Confiteor Deo et tibi, mea culpa, mea culpa. — Chi cosa ai fattu? — Aju bastuniatu ad unu. Il confessore: Chi diaulu facisti? passa avanti — Aju itu a la tali casa; aju avutu una fimmina schetta. Il confessore: Ora chistu è n'autru diaulu, passa avanti. — Aju rubbatu tali e tali cosa. Il confessore: Ti vitti nuddu? — Paternò. — Nè vistu, nè pighiatu non pò andari carsaratu; passa avanti[43]; ed uditi tant'altri eccessi, alzava la mano con l'assoluzione, non per proscioglierli, mà per maggiormente incatenarli ne' loro peccati.

Tanto a me il padre Lorenzo Spezzapane ed il padre Marino marsalese.

25. Morto che ride in Nicosia.

Un villano della medesima città di Nicosia, venendo dalla campagna, nell'inverno più crudo, fù assalito per istrada da una tempesta di tuoni, lampi, grandini e venti così freddi, che miracolo fu che non rimanesse morto in mezzo della via; arrivò alla sua casetta in atto che la moglie stava per infornare il pane, mà arrivò così sparuto ed interizzito, che non potea spiccare una parola, tanto gli s'erano serrati i denti, nè potea più scioglier un passo. La semplice moglie credendo di far un buon complimento al marito, per farlo rinvenire lo collocò dentro al forno, e serrò la bocca per farlo così ristorare, ed ella impiegossi ad accomodargli il letto, e fare altre masserie nella sua casa. Di là a qualche tempo mandò la figlia a vedere come se la passasse il suo padre; accorre, aprì il forno, e vide il padre colli denti di fuori; subito andò dalla madre a dirle che il padre non parlava, mà rideva. — «Sì, figlia, si consolò perchè ti vide.» Così contenta la madre e la figlia, di là ad altro poco di tempo tornarono, e trovatolo che seguitava a ridere lo richiesero se si sentiva ristorato; quegli non rispondeva, mà rideva; finalmente dal vederlo senza moto lo riscossero, e comparve senza senzo; lo sfornarono, e lo trovarono senza vita. Quest'è lo giudizio che han le femine: nell'istesso amare uccidono, e nel voler far bene cagionano l'ultimo di tutti i mali, verificandosi il detto dello Spirito Santo: Melior est iniquitas viri, quam mulier benefaciens.

26. Cappuccini di Nicosia in processione.

Riuscì molto cruda un invernata, non mi ricordo appunto in qual anno, e molto più in Nicosia, città situata nell'alto, e però più esposta all'inclemenza dei tempi. Passato il mezzo aprile, cominciò ivi ad addolcirsi la stagione, ed in una giornata che si fece vedere sgombro di nebia il sole, D.n Vincenzo Modica unito con un'altro sacerdote suo pari, per godere più agiatamente d'una solicchiata, se n'andarono nella selva de Cappuccini. Appena s'erano posti a sedere sù quelle tenere erbette, vedono ed odono le grida d'un padre cappuccino, che da una fenestra del convento caricava di mill'improperij quei due sacerdoti, trattandoli per lo meno da ladri; sbalorditi quelli al turbine di tant'ingiurie, risposero con mansuetudine esser ivi venuti, non per dar molestia ai padri, mà per ricrearsi dell'amenità di quel luogo; ed egli soprapigliandoli trattolli da indiscreti, sapendo che i padri Cappuccini vivono di limosina, contentandosi di poco pane accattato di porta in porta ed agli, vengono ad assassinar loro quei poco ortaggi, che sono la delizia di quei padri. «Padre, noi non siam venuti quà per rubar caoli ed insalata, che con un bajocco che spendiamo nella nostra piazza possiamo riempirne il ventre di due cavalcature. Ch'avete, che fate così.» — «Andate via, ne state a torci quello che non ci date.» Bisognarono cedere alle malcreanze que' civili sacerdoti, [e] ben carichi di mill'altre ingiurie, se ne andarono via. Il Modica però si stabilì di farli costare troppo cara una tale bravata, e andava penzando alla maniera, e al quando dovea disimpegnarsi; mà non passò molto che gli si offerì opportuna la congiuntura. Cadde nel seguente maggio la festa del Corpus Domini, che da per tutto si sollennizza colla più pomposa processione; i padri Cappuccini sogliono in quella sera cenare molto a buon'ora, indi per non succedere loro nella lunga processione qualche necessità corporale, tutti vanno ai luoghi communi, o ne abbiano o nò il bisogno, e si provedono questo frà loro; è un uso inveterato. Provisti che sono, tutti escono colla loro Croce in processione, e vanno alla Chiesa madre per collocarsi in quel luogo che lor tocca. Sapendo tutto ciò il Modica, buscò una o due cipollazze[44], il di cui sugo, se tocca l'umana carne, è così acrimonioso che fà gonfiarla, e le stuzzica un prorito spaventoso che necessita l'uomo a stropicciar la parte già tocca, mà non con altro profitto, se non con accrescer magiormente il prurito. Mentre dunque i Cappuccini tutti erano nel refettorio che cenavano, ebbe modo egli di segretamente salir sopra, stropicciò quelle cipollazze nell'orlo de buchi de luoghi impregnandoli bene del sugo consaputo, e parte via senza che nessuno di lui si fosse accorto; poi avvisò il suo amico, e si misero al posto fuori la Chiesa madre, come se vedessero passare la processione; mà propriamente per vedere passare i Cappuccini; ed ecco che compariscono ben composti, e tutti modestia secondo il suo solito. Passarono le compagnie e le confraternità; tocco il primo luogo tra tutti i conventi ai Cappuccini; entrarono nella chiesa già riscaldata col fiato di tanti, e molto più colla copia de' lumi, essi riscaldati col moto del convento fino alla chiesa, dentro d'essa finirono d'accendersi, e però cominciò con più di veemenza ad operare quel diabolico sugo, mettendo un prorito infernale nelle gonfie posteriora. In chiesa alla presenza di tant'ecclesiastici e di tante donne non misero mano all'opera i buoni padri, mà in uscir di chiesa perderono a poco a poco la pazienza; da prima brevemente dava or l'uno or l'altro colla mano una stropicciata, e tutto era lo stesso che attizzare magiormente il prurito con quella grossa lana, sicchè si vedeano de' Cappuccini chi teneva dietro la mano destra, chi la sinistra, in somma tutti passavano da una mano all'altra la candela accesa che tenevano, e l'altra mano libera impiegavano a dare ajuto, o, per dir meglio, ad irritare quell'inaspettato ed insolito prurito. I padri ed i fratelli davano questo tormentoso refrigerio al lor male, mà il chierico che portava la Croce, da cui pendea il palio (quest'è l'uso de' padri Cappuccini nella provincia di Messina, ch'il chierico con cotta, mà non il terziario, porti la Croce[45], non grande come quì, ma somigliante a quella degl'altri conventi col palio pendente, benchè lavorato di filo bianco, e non di seta) non avea questo commodo d'adoperare le mani impiegate tutte due a sostener la Croce, e però in ogni due passi dava due calci e caminava; non potendo finalmente più soffrire, nella prima manzione che si fece nella processione, appoggiò le posteriora al muro, e quello che non potevan fare le mani sostituì quella parete, in cui s'incontrò a fare la sua parte. La gente che vedeva i padri Cappuccini in quella forma, ne sapeva il perchè? non sapeva che penzare; altri attribuivan ciò ad effetto di rogna, altri dicevan: Mà Dio buono, tutta la communità è così mal'infetta! Altri: Che maraviglia se quest'è un'infermità contagiosa! — Mà tutti, ripigliava qualche altro, anno quest'infermità nella medema parte? Il Modica, però, ch'era l'autore di questo morbo, era crepato di ridere, e senza confidarsi in alcuno; godeva d'una tal vista, e specialmente di quel padre indiscreto che fù a lui tanto ingiurioso. Dopo alcuni anni raccontò a me quanto di sopra stà scritto; quale cosa se sia stato di lode o di biasimo, io nol decido; solo l'ò raccontato, perchè la cosa e veramente ridicola e potrà servire ad ogn'uno d'avvertimento e non aggravare ad alcuno de' nostri prossimi, potendo da essi riportare pregiudizij maggiori.

27. Il Padre Fortunato di S. Marco uccellato da D.n Giuseppe Gallotto.

Era il padre Fortunato religioso agostiniano, di patria Sammarcoto, e figlio di quel convento, mà perchè mai potè avere pace co' priori di quel convento, fù sempre d'essi tenuto lungi, e condannato a girare tutti i miseri conventoli della provincia. Avanzato già in età, parendogli duro lo star lungi da suoi e dalla patria, mise mezzi potenti, e fece più potenti promissioni di star nel dovere, per far ritorno alla sua cara patria; infatti ottenne quanto bramava, e pratticò fedelmente quanto promesso avea. Sapeva tutto ciò il sacerdote D.n Giuseppe Gallotto, fratello per sangue del sudetto notar Gallotto, mà più per l'amore e per lo genio, gli s'offerisce un'occasione, che dirò, d'uccellarlo; e per tenere in amenità tre amici, fà perdere il sonno d'un'intiera notte al riferito padre Fortunato. Il mese d'agosto di quest'anno fù calidissimo, sicchè molti non potean pigliar sonno; tra gli altri il sig.r D.n Giuseppe Filingeri disse a D.n Giuseppe Gallotto, ito in sua casa per visitarlo: «O Peppi, diamo quattro passi fuori a prender fresco, perchè mi sento languir per l'eccessivo calore». Uscirono di casa, e s'avviarono verso il convento di Sant'Agostino; essendo vicini, ripigliò il sudetto di Filingeri: «O Peppi, penza a qualche burla per divertirci». Il Gallotto: Ora, sig.ri, siditi dietru chistu murettu; e non vi dati a sentiri, chi vi daroghiu una bona ricreazioni[46]. Ubbidì il sig.r di Filingeri, ed il Gallotto si mise sotto la fenestra del padre Fortunato. La notte era bruna e non poteva esser scoperto; contrafece la voce d'un ragazzo, e cominciò a chiamare: Ah gnuri p. Fortunatu! gnuri p. Fortunatu[47]! e non cessava di gridare gnuri p. Fortunatu. Erano digià date l'ore due della notte, e quello era ito poco prima a letto; sente tante replicate chiamate, ed affaccia: «Ch'è là?» (così enfatico egli parlava). Il Gallotto: Iu, gnuri patri Fortunatu; e quello: Chi cosa voi? Il Gallotto: Mi manda lu miu patruni, e voli sapiri, si vui vinditi li ficu.Figghiu miu, rispose il padre, lu patri Priuri è ghiutu a lu locu di la marina; iu non sugnu nenti ntra lu cunventu; lassalu viniri, dumani cci lu dirrai ad iddu, e lu chi farà pri mia sarà ben fattu. Il Gallotto: Dunca ci dica a lu mia patruni, chi non ci vuliti dari li ficu. Il padre Fortunato turbossi, temendo che non fosse riferito al padre Priore, il quale cercava di vendere quei fichi impassiti, ed il sudetto padre avesse fatto perdere la congiuntura, e questa perdita potea esser di disturbi trà loro, per i quali il padre Fortunato avesse di nuovo a saltar fuori del convento; e però rispose con ardore: Iu, fighiu miu, non t'aju dittu chi non voghiu vindiri li ficu, pirchì chistu non spetta a mia, ma a lu patri Priuri; l'ai intisu? Il Gallotto: Si sig.ri, avi ragiuni V. S. Il p.re Fortunato: Lassa viniri a lu Priuri, e trattirai cun iddu lu negoziu. Gallotto: E quandu veni lu patri Priuri? Il padre Fortunato: Dumani matinu, aja pazienza; va dormi pri sta sira, e dumani t'affaccirai a lu cunventu. Il Gallotto: Si signuri, ma lu me patruni mi voli prestu. Padre Fortunato: Cu' è lu tò patruni? Il Gallotto: Oricchiazzi, sig.ri. Padre Fortunato: Nò lu canusciu. Gallotto: V. S. àvi tanti tempi chi manca di S. Marcu, e si l'àvi scurdatu li S. Marcoti. Il padre Fortunato: Cusì è: ora và riposati, e dumani torna. Gallotto: Comu voli V. S., bona sira. Padre Fortunato: Bona sira! Gallotto: Ah gnuri P. Fort. stà sira non aju undi iri; datimi un pezzettu di pani, e na stizzidda di vinu pir caritati. Padre Fortunato: Ah chi partita! e tu si chiddu chi voi cumprari li ficu! vattinni và, e dumani parlirai cu lu Priuri. Gallotto: Dunca mi ndi vaju? Bonasira a V. S.; dunca ci dicu a lu me patruni, lu patri Fortunatu mi mandau: non mi li vosi dari li ficu. Padre Fortunato: Taleccà, mulacciunottu[48], tu chi mi vuoi fari sciarriari cu lu Priuri! Iu non ti aju mandatu pirchi non ti voghiu dari li ficu, ma pirchi st'affari non spetta a mia, ed iddu lu mulacciunottu và dicendu chi nun ci voghiu dari li ficu. Gallotto: V. S. non si nichia[49]; V. S. avi raggiuni. Padre Fortunato, più benignato: Mà, fighiu miu, t'aju datu tutta la sodisfazioni, e tu sempri a na banda, chi canti sempri la stissa canzuna; m'ai fattu perdiri lu sonnu. Gallotto: Chi durmia V. S.? Padre Fortunato: Non era addurmintatu, mà già m'avia spughiatu, e m'avia curcatu. Gallotto: Dunca nudu è V. S.? Padre Fortunato: Si, fighiu miu, guarda (ed escie il braccio dalla fenestra, benchè per lo scuro niente si vedeva). Gallotto: Non fazza chi V. S. s'arrifridda; iu mi ndi vaju[50]; bona sira a V. S. Padre Fortunato: Bona sira. Gallotto: Ah gnuri p. Fortunatu! P. Fort.: Tu chi diavulu voi? Gall.: Sta sira mi fazzu dari un pezzettu di pani di lu gnuri D. Paulu vostru niputi, chi non aju undi mi m'arricogghiu[51]. P. Fort.: Chi cci capi D. Paulu miu niputi cu lu cunventu? — Non è tutta la stissa cosa V. S. e lu niputi? Dunca è la stissa cosa D. Paulu cu lu cunventu; mi lu fazzu dari e poi v'aggiustati ntra di vui autri. P. Fort.: Si non fussi ccà susu, bastardu mulu, ti pighiria a cauci; vattindi, dunca, cu na navi di diavuli. Talè chi pesta amara[52]! Gall.: Non vi nichiati, gniuruzzu, chi minni vaju;[53] Fort.: E va rumpiti lu coddu! Gall.: Bona sira a V. S. Durò questa scena dall'ore due della notte sino alle ore tre ad sonum campanulæ. S'alzò il sig.r D. Giov.i, e col Gallotto se ne tornavan a casa; di là a pochi passi incontrasi col signor D. Lorenzo Filingeri, il quale per il sommo caldo unitosi col D. Paolo nipote del padre Fortunato a cercare aria fresca, gli dice il D. Giov.i: O Lorenzo, son crepato di ridere, e non ne posso più. Peppi finto ragazzo con una delle sue convenzioni à fatto dare nell'impaziente il padre Fortunato, ed è stata una comedia degna d'esserle stato spettatore un rè. Il sig.r D. Lorenzo, che l'è d'umor allegro, udendo da suo fratello, ch'è d'umor serio, che con tanto piacere era riuscito quell'atto, «andiamo, disse, di nuovo a compir l'opera» e così fecero; s'appattarono li sig.ri Filingeri, ed entrarono a far le parti di recitanti il Gallotto, finto ragazzo, ed il D. Paolo Caputo, nipote del padre Fortunato. Comincia il Gallotto: Gnuri p. Fort.! ah gnuri p. Fort.! Quel poveraccio era ito la seconda volta a letto, mà avea la testa così riscaldata, che non ci poteva sonno. In udire di nuovo la voce di quello da lui appreso ragazzo, cominciò a dar nell'ismanie, benchè finse di non udire. Gall.: Gnuri p. Fort.! ah gnuri p. Fort.! affacciati, chi cc'è ccà lu gnuri D. Paulu[54]. Allora così nudo com'era affaccia alla fenestra, e dice: Tu fighiu miu si picciottu, o diavulu? talè chi sustu! Chi trivulu voi? Mi voi dassari durmiri[55]. Gall.: Pirdunatimi, gnuruzzu, iu vitti lu gnuri D. Paulu, chi V. S. m'avia mandatu und'iddu pri concirtari lu negoziu di li ficu e farimi dari un tozziddu di pani; iddu non mi vulia cridiri, ed iu l'aju carriatu undi V. S. pri fari la facci prova[56]. P. Fort.: Ah mariolu furfanti! iu nun t'aju dittu chi me niputi non avi negozij cu lu cunventu? Comu ci vai, e dici lu rivesciu! Gall.: Gnuruzzu, dunca strantisi[57]. P. Fort: Briccunottu, si vegnu, ti la voghiu dari la strina[58]. Sigri niputi, V. S. avi da sapiri chi stu picarunottu mi và mittendu in cimentu di disgustarimi cu lu Priuri; V. S. sapi di chi didicatu omuri iddu sia; sintirà chi c'aju fattu sgarrari stu partitu di li ficu, pò dimani scrivirà a lu Provinciali ch'iu c'intorbidu lu guvernu, e mi farà sautari di ccà comu un tappu di masculu, ed iu ora sugnu avanzatu in età, non pozzu fari chiu sti sfrazzi girandu tutti li conventoli di la provincia; giacchì lu sig.ri m'à fattu la carità di ricondurmi a la patria, procuru di lassaricci l'ossa[59]. Divi dunca sapiri V. S. (e qui lo ragguaglia di tutto ciò che sopra si disse) e passò un quarto d'ora, molto più che di tanto in tanto v'erano l'intermezzi del Gallotto. Ora vidia V. S. si iu aviria obligazioni di sfasciaricci un lignu di supra a stu mulacciunottu[60]? D. Paolo: Già mi sugnu risu capaci di l'affari; iddu mi dissi, lu picciottu, chi c'è l'ordini di Vostra Paternità di raccoghirlu a casa pri sta sira, e daricci a mangiari, chi non avi undi iri. M'ai dittu accussì, gioja mia? Gall.: Non mi lu dissi V. S., gnuri p. Fort. P. Fort.: A! mentituri latrunottu! Gall: Si sigri! portu li signali; mi lu dissi quandu iu vulia ristari pri sta sira ntra lu cunventu. P. Fort.: N'autru testimoniu cci voli; chist'è capaci a farimi impendiri. Sigri niputi, duviti sapiri... (e qui perde un altro mezzo quarto in giustificarsi). Gall.: V. S. avi raggiuni; sgarravi iu; mi nni vaju, chi cci dicu a lu me patruni? cci li dati li ficu? P. Fort.: Sig.ri niputi, daticci quattru cauci di parti mia. Non t'aju dittu chi s'aspetta a lu Priuri! Gall.: Ma lu me patruni mi dissi, chi si non c'è lu Priuri, ed iu aju aspittari, parrassi cu lu p.ri Fort. e ci purtassi la risposta; mà si nò s'accatta li ficu a nautra banda. V. S. mi dici d'aspittari; iu non aju undi iri, e cci dirroghiu chi lu gnuri p.ri Fortunatu non mi li vosi dari li ficu. P. Fort.: Tu sempri canti la stissa canzuna; ti vurria fari la sunata cu un bastuni; mancu mali chi c'è lu testimoniu di lu miu sig.r niputi; vattindi, mulu bastardu, chi dumani ti voghiu fari mettiri sutta, pr'imparari ntra la carsara dda verità chi vai negandu.