Sonarono in quel mentre l'ore quattro; Don Paolo disse: Sigr zio, l'ora è tarda; il negozio è inteso; V. S. mi benedica. P. Fort.: Bona sira a V. S. e mi compatisca; [e] si chiuse la finestra. La compagnia delli sig.ri di Filingeri e col Caputo e Gallotto ripetendo ciò che abbiam detto, e tutto quel che abbiam tralasciato per non portare più a lungo il racconto, andarono a dormire con tai penzieri allegri; non così il p. Fort., il quale passò tutta la notte in veglia. Sicchè il dimani all'ore otto era per la terra, cercando all'Oricchiazzi[61], padrone del supposto ragazzo, domandava ad ogn'uno con cui s'incontrasse, e nessuno sebbe darle nuova; s'abbattè con uno finalmente che n'aveva cognizione, e le soggiunse: «Questo, padre, sono anni 17 che ne passò all'altra vita». Più qui si confuse p. Fort. prevenuto dalla specie[62] che fosse vera l'incombenza di quella compra, ed appena era spuntato il sole, si porta alla casa del suo nipote, facendolo svegliare nel meglio del suo dormire, ed entrando in camera di quello, poco mancò che non si mettesse a piangere (tanto era il timore di esser rimosso dalla patria); lo priegò che l'ajutasse in quello a lui doloroso frangente. All'ora il D. Paolo lo rischiarò dicendolo essere quella stata una burla delli sig.ri Filingeri per mezzo del p. D. Giuseppe Gallotto, e sciolto già l'intrico della comedia, si serenò il p. Fortunato per una notte uccellato.

28. Copia d'una lettera

d'un fratello carmelitano dalla massaria del Celso nella piana di Milazzo inviata al F. Diodato carmelitano nel convento di Pozzo di Gotto, cavata dall'originale dal molto rev. p.re Esprovinciale m.ro Raffa, e consegnata a me nel 1739.

Lettera del fratello.

Prendo la pina imano en gra malicunia dil caso doloruso so cese a ceso doe stejo io. (Spiegazione: Prendo la penna in mano con gran malinconia per il caso doloroso, che successe nel Celso, dove io sto). Lettera: Alli 16 dell' corretti musi avia 4.4. chilini, e cheche frido non mi ditruai canigla, mà davia, e mi rimai, u pocu tracipitro di Plaga, doe cina sale pur lu tepu di la di la curnara per salare accuni cusuzi di callo di tunnu. (Spiegazione: Alli 16 del corrente mese avevo 44 galline, ed in questo freddo non mi trovai caniglia[63], ma ne avevo, e me ne trovai dentro un cesto di paglia, dove io tenevo sale per il tempo della tonnara, per salare alcune cose di callo di tonno). Lettera: Ora io zio tolae drette pistro di paglia, e cacciae tutto il sale cula cania, culaca cauda cila pizietra lu caino, e mi dii al curnito. (Spiegazione: Allora io scotolai detto gistro di paglia[64], e cascò tutto il sale con la caniglia, e con l'acqua calda ce l'impastai tra il bagano [tegame?] e me ne andai al cannito). Lettera: Alla minata di Curnito cacai le chiline, e non via nulla. Idai picudda picudda. (Spiegazione: Alla tornata del cannito, cercai le galline, e non vedea nulla; gridai: pulli pulli!). Lettera: Troo il Zazo, delli noaralli, e vejo tutti chilini, capuni e calli morti parti calu caglaro, e parti tra la Zacca, de staje lo cavallo trovai un callo e u pagani morto sutta di zichi di cavallo. (Spiegazione: Trovo il jazzo delle galline[65], e vedo tutte le galline, caponi e galli morti, parte tra lo pagliaro, e parte tra la stalla, dove stà il cavallo, e trovai un gallo ed un capone morto sotto li piedi del cavallo). Lettera: E così donadio mutino mi coglivi tutta la pugnani, e mi la misi tra la minazza, e mi dij a lu covetto, e trovaolo nosto patri piuri a letto, e io traso co la minazza i calli prena di cilini, e papuni, e calli morti. (Spiegazione: E così Domenica mattina mi pigliavi tutta la pollame, e mi la misi ntra la bisazza, e me ne andai al convento, e trovo il nostro p. Priore a letto, ed io entrai colla bisazza in collo piena di galline, caponi e galli morti). Lettera: Mi domandò il pati priuri, che sortio la cosa ta ca bicoza chi porti, io arrispusi porto gialini, papuni e calli morti, che morino tutta la pugnami. (Spiegazione: Mi domandò il padre Priore che cosa sortì? tra la bisaccia che cosa porti? Io risposi: porto galline, caponi e galli morti, chè morì tutta la pollame). Lettera: e detto pati piuri mi rispusi netra vota che sortrio la cosa. Io arrepuse fù canigla coi sale, e mi sacchetto di farici mali, mi promasi; e mi dicascu più lu murruni di la Cuzzuana. (Spiegazione: E detto P. Priore mi rispose altra volta che fusse la cosa. Io rispose: fù caniglia con sale, e non sapevo che gli facevo male; vi prometto: ve ne procurerò; più mi costò più il montone della carduana[66]). Lettera: Poi mi disse và fà chido, ed io li dedi tutti porcurito. Vesto è lo casco, che non oo pena di gilini, e capuni, canto oo pena di lo bello callo che era lo spasso di tutta sta silva, che mi catava ola pula spiziali di mezza notti a cornu. (Spiegazione: Poi mi disse: và fà quel che voi; ed io le diedi tutti per carità. Questo è lo caso che non hò pena delle galline e caponi, quanto hò pena del bel gallo, che cantava ora per ora, specialmente di mezza notte a giorno). Lettera: Era a putto come avissi auto unnoculo a coposo, non mi curao si si pirriano a tutti li gialini, purchè non muria lu callo. (Spiegazione: Era appunto come se avesse auto un orologio al capizzo; non mi curavo se si perdevano tutte le galline! purchè non moriva il gallo). Lettera: chesta è tutto listoria fracello caro: considerate vue si io mi ao pigliato una gra malacunia. (Spiegazione: Quest'è tutta l'istoria, fratello caro; considerate voi se io m'hò pigliato una gran malinconia). Lettera: Diti a fra Diodato che cè onze due ndi lu Proviciali Areno: i curru di do caletto Cavello: non resto abacion duvi vivero cori. A Ceso 21. fibraro 1. 3. 7. Vostro Sarvo N. N. (Spiegazione: Direte a fra Diodato, che vi sono onze due dove[67] l'Esprovinciale Arena, in conto di D.n Liberto Caravello: non altro, resto abbracciandovi di vero cuore. Dal Celso 21 febraro 1738. Vostro servo N. N.).

29. Copia d'una lettera

scritta da un calabrese di Cotrone a suo padre in Messina, in occasione del terremoto accaduto alli 10 febraro 1743; e gli dava conto del prezzo de' porci.

Cariss.mo Padre e Fratello amat.mo

Credeva scrivervi morto, e vi scrivo vivo per il gran terremoto, che ci hà stato; che se avesse durato altre due ore, saressimo tutti in paradiso, che Dio ci liberi. Qui li porci al mercato sono saliti tutti al Cielo. Io solamente vi invio qui acclusa un poco di sasiccia fatta colle mie mano salvaggine: li porci sono arrivati al Cielo[68]. O ricevete o non ricevete la presente, rispondetemi.