48. Le gare di Nicosia.

Le due chiese di S. Maria e di S. Nicolò in Nicosia, che contendono frà di loro per il primato, tengono divisi per le perniciose gare l'affetti non solo tra essi compatrioti, mà fin verso i Santi, contro i quali scappan loro proposizioni ereticali. Eccone una: Essendo dipinta la Nostra Signora, e a suoi piedi S. Nicolò, uno dei Nicositi disse: Eccu stà a ginucchiuni a piedi di S. Maria comu un caparunassu S. Nicola[85].

49. Ubbriaco in Regalbuto che dorme nel cataletto.

Il Sig.r Gaetano la Valle, uno de' più gran bevitori di vino ne' nostri tempi, annerì con tal vizio l'onestà de' suoi natali, e mandò a male tutto il suo decoro. Passava tutta la vita se di giorno andando in giro per tutte le bettole, e bevendo di tutti i vini, non curandosi di andar mal vestito, per impiegar tutto il suo nel vino. Un uomo in Regalbuto notò che in una sola bettola per lo spazio d'una mezz'ora vi era entrato da 17 volte, spendendo un quadrino per ogni volta per un bicchier di vino; onde era divenuto una favola per tutti i ragazzi e de' facchini. Nella notte prima di porsi a letto col fiasco in bocca recitava a modo suo la sua Compieta; faceva il primo sonno, ed in svegliarsi stendeva il braccio, e dando di piglio al fiasco, che teneva sotto il letto, recitava il primo notturno; di nuovo si addormentava, in svegliarsi eccolo al secondo Notturno; poi al terzo; in alzarsi col fiasco in mano recitava prima l'Ore canoniche, andava, come dissi, a fornirle dentro le bettole. Alle volte era tanto carico di vino il suo stomaco, che non potendosi più reggere in sù le gambe, si gettava a dormire. Una delle volte si portò nella chiesetta de' PP. Domenicani, chiesa rimota e mezza oscura e solitaria: non potea trovare luogo più adattato al suo sonno; in mancanza di letto, trovò una bara di morti, vi entrò dentro, e si immerse tutto nel sonno, e là durò sino alla notte. Solea andarvi in quella chiesa, come vicina alla sua casa, a compire le sue divozioni, un gentiluomo per nome D. Consalvo Picardi, il quale mi raccontò questo fatto, e niente accorgendosi, perchè era presso l'Ave Maria, facea scuro, niente accorgendosi del ubriaco, cominciò a recitare le sue preci; ecco ode nel meglio un rumuretto, e stimando che fossero gatte, proseguiva con intrepidezza il fatto suo; mà da lì a poco ode un rumore, come uno che arronfasse, si turbò allora; e molto più che giorni pochi prima era morto un P. Domenicano, e poco lungi da lui era la sepoltura, ove stava sepellito; con tutto ciò si fece d'animo, e se quel anima avesse avuto bisogno di suffragij, recitò per essa il Miserere e 'l De Profundis. Non avea ancora finito questi salmi, che ode un strepito così senzibile, come se stridesse la bara, e come se da essa uscisse un rancore; rivoltossi allora indietro, e vede uno che si alzava dal feretro, e gli parve che avesse in testa un cappuccio bianco; «questo, disse, è il patre domenicano da pochi giorni defonto, e da me che pretende?» Il Sig.r D. Consalvo più non aspetta, mà con un salto vigoroso, si caccia fuori la chiesa, entra nel atrio del convento tutto impallidito ed anzante, e dimandava cosa avesse; rispose, che il poco fà domenicano defonto era uscito dalla sepoltura e si ritrova nel cataletto. Si uniscono varie persone, entrono in chiesa e vi ritrovano dentro la bara, che già cominciava a svegliarsi, il Gaetano la Valle; e perchè era canuto come un ligno, quella sua canutezza fù appresa per il bianco cappuccio, e perchè avea deposto il mantello, e rimasto col giuppon bianco, in quello oscuro parea come i Domenicani vestiti di bianco: quello rancore s'intese appunto quando eruttava il vino, e lo strullore fù caggionato dal ruminarsi[86] che faceva nell'atto di svegliarsi dal profondissimo sonno.

50. Il Mirchio di Patti.

Era questi un giovane che nacque stolido, ma alla fatiga con il stento delle sue braccia procacciavasi il pane.

Era ito in un giorno nella montana della Giosa[87] col suo asinello per far legna, e salito egli sù d'un albero colla sua accetta, si pose a sedere sopra un ramo di quel albore, e in cangio di tagliare i rami di fuori di quell'albore del gran ramo, troncavane il tronco. Passò in quel mentre un contadino giosano, il quale gli disse: O loccu, e non t'adduni, chi da pocu cu tuttu lu ramu sbalanzi in terra? e ne andò via. Il Mirchio non abbadò punto a quello avvertimento, ma proseguì con più calore a terminare il suo lavoro; e avvenne, che insieme col albore precipitò a terra. Quella predizione fù appresa allora dal Mirchio per profezia, e niente curando, che avea restato malconcio da quel alta caduta, corse verso il suo profeta chiamandolo, ed appressandolo che lo aspettasse. Giunto che egli fù al luogo del giojosano, poco mancò che non l'adorasse per nume; indi gli disse: Già mi insirtastivu[88] la mia caduta; mi aviti a fari sta grazia di 'nzirtarimi la mia morti. Il contadino per torselo dinnanzi gli disse: Tu non vai a travaghiari cu l'asineddu? E quello: Gnorsì. — Ora quandu ddarmaluzzu si pidita[89] tri voti a la fila tu sarai mortu. Addiu. Ecco il Mirchio si inghiottì senza masticarla questa burla, per altro profezia; torna al suo lavoro, riduce in fasce le troncate legna, ne carica l'asino, e s'avvia per Patti; nel salirvi l'asino quella montata ben carico, eccolo scorreggiare per la prima volta. Il Mirchio si mise in timore; la salita seguitava più austera, i viottoli erano più stretti; l'asino che faceva più di forza, scorreggiò per la seconda volta, ed il Mirchio impallidì; era già l'asinello arrivato alla cima della montuosa salita più aspra, ebbe a far l'asinello gl'ultimi sforzi; ed ecco l'ultima orribile scorregia, che fece gittare a terra il Mirchio, il quale veramente credette esser morto, sol perchè il giojosano gl'avea detto, che allora doveva morire. L'asinello prosegui il suo viaggio: come prattico della via, se ne andò da se in città. Passavano per quelle campagne varie persone, e vedendo quel poveraccio prosteso a terra senza alcun moto, e che mostrava aver perduto i senzi, dandone in città l'avviso, e facendolo apprendere se non morto, almen moribondo, mandarono due becchini col feretro per dargli luogo di sepultura; que' due riscosero il Mirchio, ed ei senza rispondere. Il color suo per li tanti strapazzi era somigliante a quel de' cadaveri, fù creduto anche da questi, che pria d'arrivare in città, il Mirchio sarebbe sfinito; lo mettono nel cataletto, se lo caricano sù le spalle, arrivano in città; arrivati al borgo si contrastavano i becchini ove dovuto avessero portarlo, e in qual chiesa? Allora risponde il Mirchio: In quandu era vivu vulia essiri sipillutu tra la chiesa di la Madonna di lu Cinnaru, e tacque. I becchini, che erano ben stracchi del lungo viaggio, sentendo che il morto immaginario avea tutt'i sentimenti, posarono la bara nella strada, e a via di bastonate e di pugni il fecero risuscitare.

Così a me il canonico Allotta della città di Patti.

51. Il Morto della Giojosa.

Era stato sorpreso e tormentato da un spasimo un contadinello nella Giojosa con tal vehemenza, che tutti lo tenean per morto: senza calore, senza polsi, e senza moto. Si sparse di già che il NN. morì di puro spasimo; egli avea un poderuccio, e però c'era il fondo per far le spese del funerale proporzionato alla sua condizione; i preti non esaminando con tanto vigore quel sinistro accidente, ebber il penzier di far suffragij, a quell'anima, che non era ancor uscita dal suo corpo, anzi quanto più violento era stato il mortale assalto, il vigore della gioventù con più di robbustezza potè ribatterlo, a segno che quello nell'istessa giornata se ne andò al podere per cogliere i fichi verso l'ore 22. Vestiti i preti con cotta, sotto la Croce della Chiesa Madre, andaro processionalmente alla casa del defonto supposto; mà dal accorgersi che non v'era segno alcuno di lutto dubitarono che non avessero sbagliato la casa, e bussarono la porta di quel giovane: i preti domandando del morto, e quella rispose: Sig.ri, si nni ju a coghirisi li ficha[90]. Quanto restarono affrontati quei preti, ogniuno se lo può immaginare; basta dire che sino adesso riesce di rossore rammentargli tal successo, come io son testimonio.