La storiella continua, su per giù come la nostra.

N. 59. La tradizione è viva, ed ecco come corre in Vittoria e Comiso, secondo una versione raccoltami in italiano dal Guastella:

Ciaramuntanu cciù!...

«Era tempo di vendemmia, e c'era un chiaro di luna che rallegrava. Un villano di Chiaramonte, ma di quelli che hanno le orecchie lunghe, se ne tornava al paese, a cavalcioni dell'asinello, in mezzo a due corbe di uva fresca, spiccata allora allora dalla sua vigna.

«Vito (in Chiaramonte si chiamano tutti Vito) era allegro e cantava, ed ecco che un gufo accovacciato sopra un cipresso cominciò a cantare in modo sì pietoso che parea gli si spiccasse l'anima. Il povero Vito avea, egli è vero, le orecchie lunghe, ma avea un cuore di papa: e si rattristò del lamento del gufo, e pensò che piangeva forse per fame. Sicchè, vinto dalla tenerezza, gli gridò: «Gufo mio, vuoi un grappolo di uva?» Il Gufo seguitò a cantare: Cciù. — «Come! Non ti basta un grappolo? Ne vuoi forse due?» — «Cciù!» — «Oh che gran fame che hai! Ne vuoi un paniero?» — Cciù! — «Ma, santa morte! tu sei incontentabile; ne vorresti forse una corba?» — Cciù! — «Va al diavolo! io ho moglie e figliuole, e non posso darla tutta a te».

Notisi che nella parlata di Chiaramonte più, in siciliano cchiù, si pronunzia cciù.

Con qualche differenza corre in Borgetto, secondo una versione del Salomone-Marino, Aneddoti ecc. nell'Archivio, v. III, n. XXIX: Lu Murrialisi e lu Chiò.

N. 60. «Molti anni fa, a Panza, si ruppe la fune della campana, e lo scaccino pensò di metterci un sarmento (vetecaglia). Un asino affamato, passando di notte, al chiaro della luna, andò a rosicchiarlo, e fe' sonar la campana. A questo tin! ton! tutti si svegliarono; ed, immaginando incendi, ladri e simili diavolerie, accorsero coi coltelli, coi bastoni, e coi fucili spianati; ma mentre si precipitano addosso alla sventurata vittima, s'ode una voce: «Lasciate stare: si tratta del ciuco di frà Tommaso!» G. Amalfi, Maldicenze paesane.

Nella novella LII del Novellino (secondo il testo Gualteruzzi), la quale esce col titolo: D'una campana che si ordinò al tempo del Ginorea vni, «il re Giovanni di Atri ordina che sia messa una campana, la quale potesse esser suonata da chi gli chiedesse ragione di torti ricevuti; la fune dopo qualche tempo si logora, ed è sostituita da una vitalba. Un vecchio cavallo è cacciato dall'ingrato padrone, che non vuol più mantenerlo. Avendo fame e giungendo alla campana, mangia la vitalba e la campana suona. Si aduna il consiglio del re, e pensando che il vecchio destriero chieda ragione contro l'avaro signore, si condanna costui a pascerlo, in rimerito de' servigi resigli da giovane».