Il D'Ancona, che fa questo riassunto della novella nel suo lavoro: Del Novellino e delle sue fonti, accenna alle lievissime varianti ed a' maggiori svolgimenti che questa stessa novella ha in altri testi, pur notando le analogie di essa con racconti letterarî e popolari fuori d'Italia. Vedi i suoi Studj di Critica e Storia letteraria, p. 320. Bologna, 1880.

N. 61. Anche questa piacevolezza è comunissima ai giorni nostri, e mi piace di riferirla, meno spiritosa certamente ma legata ad altre capestrerie, quale me l'ha favorita il sig. G. Crimi Lo Giudice, che la raccolse in Naso sua patria:

«In Ficarra, paese a poche miglia da Naso, si doveva celebrare la festa dell'Annunziata, che è la protettrice; e il procuratore di quella festa, non avendo potuto trovar cera nei paesi vicini, era andato per comprarla in Palermo. Fatta la compra, se ne ritornava sopra una barca a vela; ma, prima di toccar la riva di Brolo, un'ondata di mare, gli bagnò intieramente la cera, ed egli, ritenendo che le candele bagnate non fossero più buone ad illuminare la Chiesa, era così dolente, che per poco non gli scappavan le lagrime. Un Nasitano, che si trovava sulla stessa barca, forse per ischerzo, gli disse, che non valeva la pena d'impensierirsi tanto per cose da nulla, dappoiche il medesimo fatto era accaduto a' Nasitani più volte, ed essi ci avevano rimediato mettendo le candele al forno.

«Giunto in Ficarra, quel povero diavolo fece come gli aveva suggerito il Nasitano, ma le candele nel forno squagliarono, e la festa non potè più celebrarsi.

«Da ciò, dicono i vecchi, nacque il sopranome di 'Nfurnacannili dato ai Ficarresi, i quali, com'è naturale, se la legarono al dito.

«Difatti, passato un po' di tempo, un Ficarrese di molto spirito, trovandosi nella Chiesa Maggiore di Naso, mentre il Quaresimalista faceva la predica del Giudizio e gridava a squarciagola: Nasu, Nasu, unni ti ficcu, Nasu? rispose ad alta voce: 'Ntra stu st.... di c....! e scappò di corsa per la più breve, senza che i Nasitani potessero raggiungerlo. La stessa notte però, alcuni di essi, frementi di rabbia, andarono in Ficarra, e non potendo far altro, chiusero con altrettanti pezzi di legno, detti cavigghiuna, tutte le porte che avevano i cancheri. Si racconta che un certo Masotto, il quale aveva una figlia che abitava una casa con due porte, tutte due chiuse da' Nasitani a quel modo, la mattina andava ripetendo: A mè figghia Anciurina 'a 'ncavigghiunaru davanti e darreri!

«Tant'è che i Ficarresi vengono motteggiati ancora co' nomi di 'Nfurnacannili e Cavigghiunara».

Vedi in proposito i miei Proverbi siciliani, vol. III. p. 145.

N. 62. Ed anche questa spiritosa predica ho udita più volte a pezzi e a bocconi in Sicilia, specialmente da persone di chiesa.