Non poteva pronunziarsi il nome di questa o di quella, senza il sottinteso delle sue cospicue ricchezze. Lo stato tale, il feudo tale, la tale o tal'altra tenuta fornivano ad essa danari a palate, che, per quanto volesse spendersi, eran sempre molti. «La casa è forte», ripetevan tutti: ed il fatto stesso che il capo di quella casa si mantenesse con tanta proprietà, non dava luogo a dubitare. [pg!239]

Eppure non era sempre così!

Mancano pubblici documenti o libri di cassa accessibili allo studioso, dai quali possa di certa scienza rilevarsi quali gravami pesassero sulla casa, notoriamente per grosse annuali entrate, più che ricca, opulenta. Rara e debole quindi la diffidenza nei capitalisti e nei banchieri, alle casse dei quali ad ogni urgenza ricorrevasi attingendo oro che spensieratamente si profondeva, e «usando della loro fortuna come i fanciulli dei giocherelli»[319].

Questo spendere alla scioperata però aveva un lato buono: quello di dar da mangiare ad una poveraglia che sarebbe altrimenti rimasta priva di pane in un paese senza fabbriche e senza considerevoli opificî, dove il clima mette in corpo una certa pigrizia, sorella dell'accidia al lavoro. Così la moltitudine, che vedeva circolare il capitale, rimaneva soddisfatta.

Nuove leggi venivano a far conoscere a molti quel che solo pochi s'andavan sussurrando all'orecchio: ed i fallimenti, rimasti all'ombra, cadevano sotto i raggi del sole meridiano. La legge sulle soggiogazioni parve un'ingiustizia verso i debitori, ma fu guarentigia dei creditori.

Le tristi condizioni descritte nel presente capitolo (che fa seguito al precedente e si compie con quello sul Giuoco) furono energicamente pennelleggiate dal più schietto pittore dei costumi del tempo, Giovanni Meli. La invettiva che egli pone in bocca al popolano Sarudda [pg!240] nel brindisi al Genio di Palermo nella Fieravecchia è oramai documento storico.

Ieu vivu a nnomu tò, vecchiu Palermu,

Pirchì eri a tempu la vera cuccagna;

Ti mantinivi cu tutta la magna,

Cu spata e pala, cu curazza ed ermu!

Ora fai lu galanti e pariginu:

Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu;

Ma 'ntra la fitinzia dasti lu mussu,

Ca si' fallutu ahimè! senza un quatrinu.

Oziu, jocu, superbia mmaliditta

T'hannu purtatu a tagghiu di lavanca;

Tardu ora ti nn'avvidi e batti l'anca;

Scutta lu dannu, písciati la sditta!

[pg!241]

[Capitolo XV.]

PASSIONE PEL GIUOCO.